FRANCIA, POLITICA EUROPA

L’era Macron esordisce con astensione record e l’estinzione dei socialisti

L'era Macron inizia con un'astensione record, segno della distanza tra nuovo corso e grossa parte della Francia. Socialisti scomparsi e ali estreme fortemente sotto-rappresentate, ma sarebbe in arrivo una nuova legge elettorale.

di Giuseppe Timpone, pubblicato il
L'era Macron inizia con un'astensione record, segno della distanza tra nuovo corso e grossa parte della Francia. Socialisti scomparsi e ali estreme fortemente sotto-rappresentate, ma sarebbe in arrivo una nuova legge elettorale.

Al secondo turno delle elezioni legislative in Francia, il presidente Emmanuel Macron ha ottenuto la maggioranza assoluta dei seggi all’Assemblea Nazionale, così come da previsione, seppure con un margine molto meno ampio di quanto non avessero suggerito le proiezioni subito dopo il primo turno. Il suo République en Marche! ha conquistato 359 su 577 seggi, spadroneggiando di gran lunga nel panorama politico odierno, essendo la maggioranza più ampia degli ultimi 15 anni, ma lontana dai 400-440 seggi di cui si era parlato in precedenza. Seguono a lunga distanza la destra neo-gollista, che insieme agli alleati centristi arriva a 131 seggi, i socialisti e gli alleati con 44 seggi, la sinistra radicale di Jean-Luc Mélénchon con 28 seggi e il Fronte Nazionale con 8, tra cui la leader Marine Le Pen, che dopo due tentativi falliti è riuscita finalmente a conquistare il suo seggio. (Leggi anche: Perché Macron e Trump sono più simili di quanto immaginiamo)

Rispetto alla scorsa legislatura, la destra conservatrice perde 95 seggi e la presenza dei socialisti arretra del 90%, scendendo da 300 a 30 seggi. Ma il dato più negativo di ieri non è certo il ridimensionamento degli schieramenti tradizionali, quanto l’affluenza al 44%, il minimo record nella storia della Quinta Repubblica.

Problema di rappresentanza

Più di un francese su due non ha, quindi, votato, evidentemente o avendo ritenuto scontato il risultato o segnalando la disaffezione per una composizione politica che non lo rappresenterebbe. L’era Macron esordisce formalmente con un problema di rappresentanza, che minaccia la stessa efficacia dell’agenda riformatrice promessa dal presidente.

Con il 32% dei consensi, attualmente il partito di Macron detiene il 62% dei seggi, mentre le frange più radicali di destra e sinistra, che complessivamente hanno ottenuto al primo turno il 25% dei voti, di seggi ne posseggono appena poco più del 6%. Proprio le ali estreme sono state le più penalizzate dal sistema elettorale francese, ma sarebbero le prime a capitalizzare da un eventuale scollamento tra istituzioni e paese reale, quando sulle riforme si passerà ai fatti. (Leggi anche: Perché la Francia rischia un’insurrezione in piena era Macron)

I rischi politici

Nel 1993, i neo-gollisti ottennero l’84% dei seggi in Assemblea, salvo perdere le elezioni legislative quattro anni dopo, in favore dei socialisti. L’era Macron potrebbe concludersi nell’arco del quinquennio, quindi, ed essere seguita da un corso ancora meno prevedibile, ovvero dall’ascesa al potere di una delle due frange più estreme della politica transalpina.

Il futuro della Francia dipende dalla capacità del giovane presidente di farsi interprete del largo consenso di cui gode e di mostrare ai suoi concittadini i benefici dell’agenda riformatrice promessa. Uno scontento popolare verso il suo mandato potrebbe rafforzare a sinistra quella France Insoumise, che ha ormai scavalcato forse stabilmente i socialisti e che è diventata punto di riferimento per la gauche. A destra, potrebbe essere il Fronte Nazionale a farsi portavoce del malcontento contro le élites, a discapito dei Repubblicani, i quali a differenza dei socialisti, però, non sono crollati, ma hanno subito un ridimensionamento accettabile. (Leggi anche: Riforma lavoro, sindacati contro Macron)

Nuova legge elettorale?

Macron ha promesso sin dal suo esordio come candidato in corsa per l’Eliseo la riformulazione della legge elettorale, con l’introduzione di una quota proporzionale, che sia in grado così di rendere più rappresentative le istituzioni nazionali. Dovrebbe anche proporre la riduzione del numero dei deputati a 400. Il correttivo promesso andrebbe nella direzione di dare più voce e visibilità ai Le Pen e Mélénchon, cosa che non farà certo piacere ai due partiti tradizionali della Quinta Repubblica, che da quasi 30 anni hanno voluto questo sistema elettorale proprio per evitare il “fastidio” di contendersi i seggi con le frange meno moderate dell’uno e dell’altro schieramento.

Il presidente intende, però, seppellire quanto è rimasto in vita del vecchio assetto politico, smantellandone la veste formale che si era dato da decenni per agevolare un’alternanza destra-sinistra, la stessa che gli elettori hanno segnalato a questo giro di rifiutare del tutto e di vedere quale male assoluto per la Francia. Non sappiamo quanto durerà la marcia macroniana, ma di certo è stata già intonata quella funebre per i socialisti. Vedremo se il partito di François Mitterand rimarrà l’unica vera vittima del nuovo corso o se trascinerà con sé nel baratro anche lo storico avversario erede di Charles De Gaulle.

 

 

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Argomenti: Francia, Politica Europa

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