La Francia è in guerra, ma Hollande è solo?

La Francia è in guerra: questo il senso del discorso di François Hollande in Parlamento. La Francia cerca alleati, ma questi ultimi preferiscono agire più prudentemente. Hollande è solo? In parte sì, in parte no.

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La Francia è in guerra: questo il senso del discorso di François Hollande in Parlamento. La Francia cerca alleati, ma questi ultimi preferiscono agire più prudentemente. Hollande è solo? In parte sì, in parte no.

Un discorso forte e sentito quello di François Hollande ieri al Parlamento francese, un’affermazione prevista da molti ma in controtendenza con le intenzioni più pacate degli altri Paesi. La Francia è in guerra, sì o no? Sì, ma Hollande vuole alleati. Tuttavia, questi ultimi, stanno a guardare. Non nascondono di preferire ancora una soluzione mista, tra opposizione all’Isis e diplomazia. Ci sono troppi interessi in gioco: il destino di Assad, le frizioni tra Arabia Saudita e Iran, il j’accuse di Vladimir Putin che attacca 40 Paesi – alcuni appartenenti al G20 – di finanziare l’Is. Nel frattempo, durante la notte, altri raid aerei francesi hanno bombardato al-Raqqa, la capitale dello Stato Islamico.

Hollande è intenzionato a dare concretezza alle sue dichiarazioni lanciate venerdì scorso dopo gli attentati di Parigi: “La risposta della Francia sarà spietata”. Eppure, paradossalmente, Hollande rischia di ritrovarsi da solo a combattere questa guerra: quelli che vuole come suoi alleati sono più intenzionati a cercare una soluzione politica. Il tutto si evince dai discorsi dei vari capi di Stato, che mettono in evidenza la complessità della situazione attuale, la crisi di un’Europa mai stata unita, il coinvolgimento della Russia e l’ambiguità degli Stati Uniti.  

Il discorso di Hollande

Il discorso di Hollande al Paese è stato forte, chiaro e conciso. “La Francia è in guerra” perché gli atti di venerdì sera “sono atti di guerra”, avendo rappresentato “un’aggressione contro la nostra Repubblica, i nostri valori, la sua gioventù”. L’Isis odia la Francia perché “è il Paese dei diritti dell’uomo”. Nonostante ciò, il discorso sulla religione e sulla civiltà sembra ancora più importante, perché Hollande tiene a precisare come “non si tratti di una guerra di civiltà“, semplicemente perché “questi barbari assassini non rappresentano alcuna civiltà”. Si riallaccia anche alla Storia, Hollande, nel tentativo di rassicurare i suoi connazionali: “La Repubblica francese ha superato prove ben peggiori ed è sempre sopravvissuta; quelli che hanno voluto sfidarla sono stati i perdenti della Storia”, anche grazie a un popolo che si rialza sempre in piedi dopo ogni minima difficoltà. La proposta di Hollande si traduce nella modifica della Costituzione per agire più liberamente contro il terrorismo di guerra, nel prolungamento dello stato di emergenza per tre mesi e nella richiesta all’Onu di una “risoluzione contro il terrorismo“, affinché si costituisca una “unica, grande coalizione che intervenga in Siria”.

 

Il discorso di Obama

Un discorso che tuttavia non sembra essere appoggiato dai principali capi di Stato che la Francia vorrebbe al suo fianco. A cominciare da Barack Obama, che parla prima di Hollande, e che afferma come i fatti di Parigi sembrano dirci che “non basta colpire l’Isis in Siria e in Iraq” e che sarà indubbiamente una battaglia a lungo termine, nella quale si cercherà dapprima di eliminare le loro fonti di finanziamento. “Già da oggi firmeremo un nuovo patto con la Francia per condividere informazioni di intelligence”, ha affermato Obama, che ha anche sottolineato come vi sia l’urgenza di intensificare le proprie strategie “contro ogni singolo gruppo terroristico”. Il presidente americano, poi, non esita a sconfessare lo Stato islamico, definendo i terroristi “un gruppo di killer“. Quel che è certo è che gli Stati Uniti non invieranno truppe di terra in Siria, ma proseguiranno nell’intensificare i raid aerei e nell’attuare una più efficace strategia diplomatica finalizzata a porre fine alla guerra civile in Siria.  

Le parole di Putin

Un tuono fragoroso, un fulmine in un cielo già obnubilato dalle tenebre: le parole di Putin saranno risuonate familiari a molti. “L’Isis è finanziato da individui di 40 Paesi, tra cui vi sono anche alcuni membri del G20”: il riferimento è al Qatar e all’Arabia Saudita, da dove provengono alcune donazioni private ai terroristi passate tramite il sistema bancario del Kuwait, e la Turchia del sud: quest’ultimo Paese è ben conscio della problematica situazione in cui verte la parte meridionale del Paese, consapevole che è da lì che provengono i principali rifornimenti per l’Isis. Putin ha comunque affermato come si stia lavorando per togliere tali finanziamenti ai terroristi: “Abbiamo discusso la necessità dell’attuazione della risoluzione del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite che è passata su iniziativa della Russia, sulla prevenzione del finanziamento del terrorismo e sulla prevenzione del commercio illegale di opere d’arte che i terroristi saccheggiano nei territori occupati”.

 

E l’Italia?

Matteo Renzi afferma come non sia saggio farsi prendere dalle emozioni: “Puntano a farci paura e a disintegrare le basi della nostra identità. Non si può rispondere solamente con un atto d’istinto, ma bisogna essere duri e determinati”. L’Italia c’è, fa sapere il premier italiano, ma in previsione non farà più di quanto sta già facendo ora. “Chi propone soluzioni semplicistiche non ha la consapevolezza che così facendo crea solo illusione. Serve una strategia con un approccio complessivo”, ma “il principio italiano di riportare anche la Russia al tavolo di discussione sta generando i suoi frutti”. Non si tratta di “delegare alla Russia la soluzione dei problemi”, ma cercare di proseguire tutti insieme come europei su una strada che conduca a una strategia seria. Renzi è inoltre d’accordo con Obama, quando dice che sarà una battaglia lunga anni e sulla questione immigrati rivela: “I controlli li facciamo, ma se guardiamo gli attentati spesso vengono fatti da persone nate e cresciute in Europa”.  

Hollande è solo?

François Hollande è solo nel suo tentativo di voler fare la guerra alla Siria? Sì e no. Sì perché i Paesi alleati preferiscono andarci molto più cauti, con una Germania che ha attuato un programma di accoglienza rifugiati e che dunque non vuole minare se stessa, con gli Stati Uniti che appoggeranno la Francia con i raid aerei e con una maggiore forza di intelligence, con l’Italia che non vuole cedere all’istinto di una guerra che si tramuterebbe in un altro sbaglio, come quello già fatto in Libia, e che si limita a ripresentare al tavolo delle discussioni la Russia di Putin.

Una soluzione che forse per molti può essere considerata intelligente e saggiamente prudente, a patto che si risolva a breve termine, e su questo non tutti sono d’accordo (“Sarà una battaglia lunga” abbiamo sentito più volte). Perché in Siria, situazioni come quella francese, la vivono tutti i giorni e un’attesa troppo prolungata nel tentativo di risolvere la situazione, considerando anche un indebolimento di Assad , potrebbe rafforzare lo Stato islamico che, secondo la Cia, peraltro, ha altri attacchi previsti in cantiere nel cuore dell’Europa.

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