La flessibilità sul deficit per Renzi è una carta disperata, i conti non tornano

La flessibilità richiesta dal governo Renzi ha a che fare con uno scenario da incubo, che attenderebbe l'Italia nei prossimi 2 anni, quando rischiano di scattare le famose clausole di salvaguardia.

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La flessibilità richiesta dal governo Renzi ha a che fare con uno scenario da incubo, che attenderebbe l'Italia nei prossimi 2 anni, quando rischiano di scattare le famose clausole di salvaguardia.

La Commissione europea ha aggiornato le stime sul pil dell’Eurozona, prevedendo che la crescita dell’economia nell’unione monetaria potrebbe superare quest’anno anche l’1,8%. Ma per l’Italia non ci sono novità positive, perché non solo per il 2015 si stima un aumento del pil dello 0,8%, anziché del precedente 0,9%, ma anche per l’anno in corso si limano le percentuali dal +1,5% stimato ad ottobre al +1,4%. Si tratta di un’accelerazione della crescita, un fatto senz’altro positivo, ma minore delle attese. E tutto ciò impatterà sui conti pubblici, perché a fronte di un rapporto deficit/pil del 2,2% da centrare per il governo italiano, Bruxelles prevede che il disavanzo fiscale si attesterà al 2,5% dal precedente 2,3% atteso. Considerando che nel 2015 abbiamo chiuso l’esercizio verosimilmente con un deficit al 2,6%, si registrerebbe quest’anno un miglioramento quasi impercettibile per i nostri conti pubblici e ciò che è peggio è che siamo lontanissimi dal target dell’1,1% da centrare per l’anno prossimo, quando scatta il Fiscal Compact, ovvero l’insieme delle norme fiscali, che impongono agli stati dell’Eurozona di tagliare ogni anno il rapporto tra debito e pil del 5% della parte eccedente il 60%, in modo da giungere a quest’ultima soglia nel giro di un ventennio.

Le vere ragioni della battaglia sulla flessibilità

Si capisce meglio da queste cifre perché il premier Matteo Renzi stia imbracciando la lotta sulla flessibilità, una parola magica, che divide l’Italia dal resto della UE. Un termine, che nasconde una battaglia sul bilancio, che potrebbe avere un esito assai nefasto per Palazzo Chigi, ma specialmente per le tasche dei contribuenti italiani. Iniziamo con ordine: l’Italia ha presentato e approvato in Parlamento una manovra finanziaria per il 2016 di 30 miliardi, di cui 16 in deficit. Il nostro paese ha sfruttato al massimo tutta la flessibilità concessa dai commissari, in relazione all’attuazione delle riforme, per gli investimenti e per fronteggiare l’emergenza immigrazione. Quest’ultima voce, tuttavia, pari allo 0,2% del pil o 3,3 miliardi, non ha ancora ottenuto l’avallo di Bruxelles, che ritiene di avere già concesso abbastanza.

E le dichiarazioni dei massimi esponenti del PPE farebbero ipotizzare che all’Italia non saranno “graziate” nuove voci di spesa.   [tweet_box design=”box_09″ float=”none”] Altro che flessibilità: Renzi deve trovare diversi miliardi per non di tartassarci   [/tweet_box]      

Rischio clausole di salvaguardia

Se la Commissione non chiuderà un occhio su questi 3 miliardi e rotti, l’Italia rischia di vedere salire il deficit oltre il target concordato, per cui potrebbe essere soggetta a una procedura d’infrazione. In termini concreti, significa che Roma dovrebbe trovare immediatamente risorse per un pari importo, altrimenti rischia un scontro senza precedenti con la UE, dal quale avrebbe solo da perdere, perché i mercati finanziari potrebbero tornare a bombardarci, come ai tempi della crisi dello spread. E non è tutto: per quest’anno, il governo stima una crescita dell’1,6%, superiore a quella anche del Fondo Monetario Internazionale (FMI), che prevede un più pallido +1,3%. Nel mondo dello zero virgola, per dirla alla Renzi, ciò significa che il nostro governo starebbe cercando di guadagnare tempo, sperando in un atteggiamento meno rigorista di Bruxelles o in un “miracolo” sul fronte macroeconomico, che disinneschi il problema deficit, chiaramente sottostimato, attraverso la sovrastima della crescita del pil nominale. E senza pensare che potremmo ricevere una sorpresa negativa anche dall’inflazione, che se fosse anch’essa inferiore alle attese ufficiali del governo (+1%), rischia di trascinare ulteriormente al ribasso il denominatore del rapporto deficit/pil, innalzando il rapporto. Le cose non si mettono meglio per il 2017, quando il Tesoro ha stimato e concordato un calo del deficit all’1,1%. Tuttavia, ha garantito questa riduzione con le clausole di salvaguardia, che ammontano complessivamente a 34 miliardi di euro per il biennio 2017-’18, di cui 25 miliardi nel solo prossimo esercizio.        

Aumenti IVA e accise senza correttivi ai conti pubblici

Che cosa significa? Che il governo Renzi, ottimisticamente sperando che la Commissione europea lo avrebbe sempre guardato con occhi benevoli, ha rassicurato sui progressi sul deficit, impegnandosi a tagliare la spesa pubblica e/o a reperire nuove entrate, altrimenti facendo scattare automaticamente aumenti dell’IVA e delle accise sul carburante. Il problema è che l’andamento dei conti pubblici si mostra peggiori delle attese e che senza ulteriori dosi di flessibilità, esisterebbe il rischio concreto che tali clausole scattino, cosa che si tradurrebbe in un omicidio in culla della ripresa economica. Sarebbe la fine della crescita dei consumi. E’ su queste cifre che si sta giocando il vero braccio di ferro tra Renzi e il presidente della Commissione, Jean-Claude Juncker.

Questi sarebbe ancora disposto a chiudere anche il secondo occhio per l’Italia, ma su di lui crescono le pressioni degli altri stati, Germania in testa, che chiedono, invece, maggiore serietà nel fare rispettare le norme concordate. A meno di un improbabile boom economico o di una risalita rapida dell’inflazione, il disavanzo fiscale non centrerà i target né quest’anno, né l’anno prossimo. Da qui, la pressione dell’Europa su Renzi, affinché metta ordine ai conti pubblici. Ma il premier non intende varare una nuova manovra improntata all’austerità, anche perché segnerebbe la fine del suo governo, che si regge su un consenso fondato su un’impostazione di segno contrario. Il primo round di questo scontro si avrà con il giudizio di Bruxelles sulla legge di stabilità 2016, già rinviato di alcuni mesi e che si preannuncia poco favorevole nei toni all’Italia.  

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