La flat tax di Salvini? Senza reddito di cittadinanza, salario minimo e misure contro le imprese

La flat tax del vice-premier Matteo Salvini avrebbe effetti molto benefici per l'economia italiana, a patto che non rimanga una cattedrale nel deserto. Ecco qualche suggerimento al leader della Lega.

di Giuseppe Timpone, pubblicato il
La flat tax del vice-premier Matteo Salvini avrebbe effetti molto benefici per l'economia italiana, a patto che non rimanga una cattedrale nel deserto. Ecco qualche suggerimento al leader della Lega.

Matteo Salvini populista? Eppure, una sua frase di ieri potrebbe essere intesa come l’esatto contrario del populismo, ovvero quando ha difeso a spada tratta la “flat tax”, sostenendo che sarebbe “giusto che chi guadagna di più paghi meno tasse”, rispedendo al mittente le accuse di larga parte della stampa, secondo cui il corposo taglio delle tasse promesso dal leader leghista finirebbe per avvantaggiare i redditi più alti. E’ stata una delle ormai rare occasioni, nelle quali il vice-premier ha presentato il punto di vista di una destra economica “tradizionale”, diremmo di impronta liberista. Forse inconsapevolmente, Salvini sta portando avanti sul piano del dibattito pubblico ciò che in accademia è noto come politiche di “trickle-down”, di “gocciolamento” verso il basso della ricchezza. Qual è il fondamento di questa impostazione? Tagliare le tasse anche e, soprattutto, ai più ricchi avvantaggerà tutti, perché i soldi delle tasse risparmiati si tradurranno in maggiori consumi, in risparmi, in investimenti, ovvero nella creazione di posti di lavoro e, quindi, di un benessere più diffuso.

Perché la flat tax deve essere realizzata prima del reddito di cittadinanza

Iniziamo subito col dire che la riforma fiscale su cui si sono accordati Lega e Movimento 5 Stelle non è una vera flat tax, visto che le aliquote sono due e non una. Poco importa ai fini del nostro ragionamento. Passare da un’Irpef al 43% per i redditi sopra i 72.000 euro all’anno a una di appena il 20% per redditi sopra gli 80.000 sarà già una rivoluzione, anche di approccio teorico ai temi fiscali. E mai sinora un partito politico aveva imbracciato una simile battaglia, apparentemente apprezzata da larga parte dell’opinione pubblica, segno che i tempi dei dibattiti vuoti sul concetto di equità fiscale appaiono finiti, non fosse altro perché sarebbe rimasto ben poco da difendere del sistema economico attuale decadente e fallimentare. Fa specie, poi, che a farsi carico della flat tax sia un partito niente affatto liberista, che anzi si sta dando da anni una fisionomia abbastanza sociale, spesso persino “di sinistra” sui temi del rapporto tra stato e mercato.

La flat tax dovrebbe funzionare. Non si vede motivo per cui le decine di miliardi di euro di tasse che i contribuenti italiani risparmierebbero ogni anno non vadano ad alimentare una ripresa dei consumi e degli investimenti. A meno che non si tratti di una cattedrale nel deserto. Sì, perché Salvini deve stare ben attento a pensare che basti tagliare le tasse per ottenere un effetto taumaturgico sull’economia italiana. Vi ricordate gli 80 euro del governo Renzi? Cosa buona e giusta, hanno smosso un po’ le acque positivamente, ma non possiamo certo affermare che abbiano rilanciato il pil, i consumi, gli investimenti, il lavoro, la fiducia di famiglie e imprese, nonostante a regime siano costati una decina di miliardi all’anno.

Quando funziona il taglio delle tasse

Affinché la flat tax abbia effetti dirompenti sull’economia, risulta precondizione essenziale che essa venga percepita dagli italiani come una misura definitiva, destinata cioè a durare a lungo e non smontabile al primo cambio di governo. In altre parole, il taglio delle tasse deve essere coperto integralmente sul piano finanziario. E’ antipatico dirlo, lo sappiamo. Tuttavia, rappresenta una realtà dalla quale non si potrà sfuggire. Tagliare le tasse in deficit, ammesso che fosse possibile farlo compatibilmente con le condizioni dei mercati e ai vincoli europei, renderebbe molto più agevole l’introduzione della riforma, ma molto meno efficace la stessa. Se da un lato, infatti, taglieremmo le aliquote senza rinunciare a capitoli di spesa o innalzare altre fonti di entrata, dall’altro i contribuenti percepirebbero la riduzione delle tasse come temporanea, destinata a tradursi in futuro in un aumento di altre imposte, se non della stessa Irpef. Nella mente di chi si ritrovasse in busta paga più soldi scatterebbe automatica la domanda: “chi paga?”.

Un taglio delle tasse in deficit finirebbe, pertanto, per frenare l’aumento dei consumi e per alimentare i conti correnti degli imprenditori, che difficilmente investirebbero il denaro risparmiato in azienda, temendo di essere quanto prima chiamati a metter mano al portafoglio per rendere sostenibile un debito pubblico mostre già di 2.300 miliardi. Se, invece, ci fossero le coperture, tutti avrebbero certezza di dove siano arrivati i denari per finanziare il taglio delle tasse, il quale verrebbe accolto come misura strutturale, innescando il circolo virtuoso del “trickle-down”.

Flat tax, come funziona il taglio delle tasse concordato tra Salvini e Di Maio

Non solo flat tax

Le coperture non sono l’unico problema del governo giallo-verde. L’azione economica deve risultare improntata alla difesa del capitale e non allo scontro con i suoi detentori. Se taglio le tasse a famiglie e imprese e allo stesso tempo adotto una retorica ostile agli investimenti stranieri in Italia o favorevole al salario minimo e al reddito di cittadinanza, l’impresa sarà portata a pensare che non vi siano ugualmente le condizioni per investire nel nostro Paese. Si ribatterà che il salario minimo orario, di cui parla il neo-ministro del Lavoro, Luigi Di Maio, sia in vigore in gran parte delle economie europee. Vero, non ultima è stata la Germania a introdurlo dal 2017 sull’accordo di governo tra conservatori e socialdemocratici del 2013. Tuttavia, le condizioni del mercato del lavoro attualmente in Italia non consentono nemmeno di prendere in considerazione una simile ipotesi. Il lavoro mal retribuito si lotta migliorando proprio l’occupazione, ovvero creando le condizioni perché le imprese possano assumere, specie nelle aree depresse del sud.

Tra salario minimo e reddito di cittadinanza, si rischia un mix letale per le piccole imprese e il lavoro meno qualificato, ovvero un disincentivo a lavorare e una lievitazione conseguente del costo della manodopera, che a sua volta porterebbe molte realtà produttive sul lastrico. In questo quadro, la flat tax non solo troverebbe minori coperture finanziarie disponibili, dovendo essere condivise con misure di tipo assistenziale, ma interverrebbe in un panorama economico tendenzialmente ostile all’offerta.

Quello che intendiamo segnalare a un fautore della flat tax come Salvini è che il taglio vigoroso delle tasse, affinché produca risultati positivi e tangibili, deve essere accompagnato da un impianto complessivamente “market-friendly”, per cui servono anche liberalizzazioni, snellimento burocratico e normativo, infrastrutture, apertura dei mercati alla concorrenza straniera e abbattimento dei costi a carico delle imprese. Il tutto, in una cornice macro di ancoraggio all’euro e rassicurante sul fronte della sostenibilità fiscale. La sensazione che il governo giallo-verde starebbe offrendo oggi all’Italia sarebbe, invece, di una semplice sommatoria tra richieste di opposta visione sull’economia, tutte legittime, ma poco compatibili tra di loro e che darebbero vita a una non direzione dell’economia italiana. Con la flat tax, Salvini sta facendo una cosa molto liberista, non la annacqui con proposte di segno opposto.

Cosa può ottenere il governo Lega-5 Stelle in Europa

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