La flat tax deve partire subito e tanto meglio se favorisce chi dichiara redditi più alti

Il taglio delle tasse deve essere attuato subito e favorendo proprio chi i redditi li dichiara anche alti. Basta con le ipocrisie italiane per continuare a far pagare troppo a chi produce.

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Il taglio delle tasse deve essere attuato subito e favorendo proprio chi i redditi li dichiara anche alti. Basta con le ipocrisie italiane per continuare a far pagare troppo a chi produce.

La “flat tax” non può essere progressiva. Ha ragione il vicepremier Matteo Salvini, che ha così replicato ieri al sottosegretario agli Esteri, Manlio Di Stefano, il quale aveva invitato la Lega ad attenersi al principio di progressività dell’imposizione fiscale, contenuto nella Costituzione. L’idea del Movimento 5 Stelle è evidente e già si è esplicata con il taglio delle tasse di cui stanno beneficiando da quest’anno le partite IVA, pagando l’aliquota sostitutiva al 15% per ricavi/compensi fino a 65.000 euro e del 20% per valori superiori e fino a 100.000 euro.

Di fatto, non è una tassa “piatta”, come da traduzione letterale dell’espressione inglese, bensì un taglio delle aliquote, certamente positivo, ma che con la flat tax ha poco a che vedere. Mettiamoci in testa una cosa: se siamo favorevoli a questa riforma fiscale piuttosto radicale, non possono esistere nemmeno due sole aliquote; l’aliquota sarebbe una e una sola, il resto sarebbe solo fuffa per chiamare diversamente qualcosa che non è.

Flat tax, Def e clausole di salvaguardia: il percorso ad ostacoli obbligato del governo Conte 

La Costituzione prescrive all’articolo 53 che “il sistema tributario è informato a criteri di progressività”. Verissimo, anche se non stabilisce quale imposta debba essere progressiva. Sul piano tecnico, poi, vi sarebbero diversi modi per rendere tale la flat tax, come con il mantenimento e/o l’allargamento della “no tax area”, così da abbassare l’aliquota effettivamente pagata dai contribuenti con redditi medio-bassi. Ad esempio, con un’aliquota del 15% sui redditi sopra gli 8.000 euro, chi dichiarasse 15.000 euro verserebbe al fisco 1.050 euro (15% sui 7.000 euro di reddito eccedenti gli 8.000 della “no tax area”), pari a un’aliquota effettiva del 7% (1.050/15.000); chi dichiarasse 100.000 euro, di Irpef ne pagherebbe 13.800 euro, pari al 13,8% del reddito, sempre che sopra una certa soglia la “no tax area” venisse mantenuta.

Ad ogni modo, i tempi per un cambiamento culturale sono arrivati: la progressività delle imposte è un concetto superato dalla storia, che ha prodotto più danni che benefici e che riguarda un modo di pensare tipicamente punitivo della creazione della ricchezza, vale a dire d’impronta socialista.

Non a caso, essa dilagò nel mondo nel Novecento, quando le forze sindacali riuscirono a fare pressioni sui governi, affinché le classi medio-ricche contribuissero in misura più che proporzionale al mantenimento delle spese statali, nonché al finanziamento dei crescenti sistemi di welfare. Sin da subito, essa comportò problemi come la tendenza all’evasione fiscale di quanti si videro penalizzati da una contribuzione crescente, nonché disincentivi alla produzione e al lavoro, come ben sanno gli stessi lavoratori (mica ricconi con yacht alle Bahamas!), che trovano spesso persino controproducente fare gli straordinari, visto che questi verrebbero divorati dall’aumento delle aliquote a cui verrebbero sottoposti i relativi pagamenti.

Perché la flat tax non è iniqua

Negli ultimi decenni, la progressività dei sistemi fiscali ha visto esplodere gli effetti collaterali, data la mobilità crescente e ormai praticamente perfetta dei capitali, per cui con un clic del mouse riesco a spostare i miei redditi da un luogo all’altro del mondo, sfuggendo al pagamento delle tasse e di fatto privando di gettito lo stato da cui li sottraggo. La famosa “curva di Laffer”, dal nome del famoso economista che la derivò e che la spiegò all’allora candidato repubblicano Ronald Reagan nel 1980 (e che oggi collabora con l’amministrazione Trump), ha confermato quello che sembrava già essere una percezione comune: oltre un certo livello, aumentare le aliquote fiscali comporta non una crescita, bensì un calo del gettito. Come dire, se spremi una mucca oltremisura, alla fine ti produrrà meno latte, non di più, in quanto la stresserai.

Taglio delle tasse: prima aliquota Irpef al 20%?

Chi ritiene che la flat tax sia contraria al senso di equità sociale commette l’errore grossolano di confondere tra desideri e realtà. Ovunque questa rivoluzione sia stata abbracciata, il gettito fiscale è aumentato anche considerevolmente, mettendo a disposizione degli stati più soldi, non meno, paradossalmente finendo per fare contribuire di più al gettito i redditi medio-alti, incentivando alla produzione di ricchezza e alla fedeltà delle dichiarazioni fiscali.

E poiché l’equità si finanza con i fatti, non con le teorie astratte, nel concreto la flat tax può considerarsi una riforma all’insegna della giustizia sociale, in quanto comporta un aumento delle risorse a disposizione del governo per finanziare le voci di spesa che ritiene più opportune.

Non solo, essa fa venire meno l’assunto a dir poco stucchevole, secondo cui chi più guadagna, più debba essere spremuto, anziché lodato. I redditi da individuo a individuo, da famiglia a famiglia, variano in funzione certamente anche della fortuna, oltre che spesso delle condizioni familiari di partenza. Tuttavia, in generale sono il frutto dei minori/maggiori sacrifici, dell’accumulazione di conoscenze (studi), di investimenti più o meno appropriati, di capacità personali, abilità specifiche, etc. Far pagare aliquote superiori a chi guadagna di più disincentiva proprio ad essere più bravi degli altri, appiattisce le conoscenze e riduce la voglia di emergere, di creare ricchezza per sé e, di conseguenza, pure per gli altri.

Vincolarsi al taglio delle tasse

E diciamoci la verità: se non gettiamo il cuore oltre l’ostacolo, il taglio delle tasse in Italia non avverrà mai, come dimostra il fatto che ne parliamo da decenni senza che sia mai stato anche solo avviato, anzi è accaduto semmai che la pressione fiscale sia stata inasprita, deprimendo l’economia. Da qui, la necessità di impegnarsi in maniera vincolante, così da tagliarsi i ponti alle spalle e non potere più tornare indietro. Come? Imitando la tecnica delle clausole di salvaguardia, che da quasi un decennio ci danno appuntamento anno dopo anno e per disinnescarle il governo di turno si trova costretto a negoziati last minute con la Commissione europea, al fine di ottenere quella flessibilità indispensabile ad evitare la stangata sull’IVA. Qui, si tratterebbe di fare il contrario: impegnarsi a tagliare in misura cospicua l’Irpef, implementando la flat tax in un massimo di 3-5 anni. Contrariamente a quanto accade con le clausole di salvaguardia, impopolarissime tra gli italiani, stavolta il governo avrebbe tutto l’incentivo a trovare le coperture finanziarie, così da mantenere l’impegno e gradualmente abbassare le tasse.

Nessun partito, che lo voglia o meno, è stato, è e sarà altrimenti nelle condizioni di tagliare la spesa pubblica per decine di miliardi di euro all’anno. Ogni euro che dovesse mai avanzare verrebbe, com’è accaduto anche nel recente passato, utilizzato per finanziare altre voci di spesa, alimentando all’infinito la mangiatoia della Pubblica Amministrazione, con il numero dei dipendenti a non dimagrire mai sotto la fatidica soglia delle 3 milioni di unità. E va detto che una grossa fetta della flat tax sarebbe autofinanziabile attraverso lo sfoltimento delle “tax expenditures”, quella giungla di detrazioni fiscali, che sottrae ogni anno allo stato qualche centinaio di miliardi di euro di entrate. Non è logico, né efficiente un sistema fiscale imperniato su alte aliquote e numerose scappatoie per abbassarle. Meglio tenere le prime basse in partenza, riducendo o quasi azzerando le possibilità per i contribuenti di scaricare dalle dichiarazioni dei redditi le spese ad oggi consentite.

Quanto costa la flat tax? Salvini e la Lega parlando di 12 miliardi all’anno, ma il Tesoro qualche settimana fa ha stimato il mancato gettito in quasi 60 miliardi. Ad occhio, ha ragione il secondo ed è bene che sia così. Possiamo mai immaginare che quella che lo stesso Carroccio definisce una rivoluzione fiscale consista in un risparmio per i contribuenti di appena lo 0,7% del pil? Non prendiamoci in giro: introdurre una sola aliquota del 15% su tutti i redditi sopra una certa soglia (ad oggi non chiara) costa parecchio e d’altronde sarebbe rivoluzionaria proprio per questo, perché farebbe risparmiare agli italiani parecchi quattrini, altrimenti sarebbe una presa in giro. Chi vi si oppone per ragioni di presunta iniquità non andrebbe preso in considerazione più di tanto: l’alternativa è tra chi difende l’esistente e chi propone un sistema nuovo, la madre di ogni riforma.

Perché la flat tax serve come l’aria e il reddito di cittadinanza sprecherebbe risorse

Basta assistenza, ora si pensi a chi produce

Abbiamo riposto fin troppa attenzione all’assistenza, sebbene i risultati non possano definirsi propriamente soddisfacenti, se è vero che l’Italia continui a non possedere un vero sistema di welfare all’avanguardia, bensì una concentrazione delle risorse sui pensionati, che secondo una logica di “trickle-down” va a beneficiare il resto della popolazione, tenendo i giovani e gli adulti aggrappati alla paga del nonno. E anche quando, come con il reddito di cittadinanza e il Rei prima, abbiamo immaginato soluzioni differenti, siamo andati a premiare quell’ampia area ufficialmente inattiva, senza alcun riguardo per chi partecipa con sacrifici e frustrazioni al mondo del lavoro e vorrebbe goderne maggiormente dei risultati. Adesso, è giunta l’ora di spostare l’attenzione proprio sui ceti produttivi, senza i quali non esiste solidarietà che tenga. Parliamo di quei 23 milioni e rotti di italiani che lavorano come dipendenti, lavoratori autonomi, liberi professionisti e imprenditori e sulle cui spalle vivono i restanti 37 milioni.

E non si venga a dire che in una nazione con una spesa pubblica, al netto degli interessi sul debito, da 800 miliardi di euro all’anno non si trovino 40-50 miliardi in 3-4-5 anni per tagliare le tasse e senza nemmeno ridurre i servizi al cittadino. Idea: iniziamo con il blocco del turn over nella P.A. e vedrete quanti stipendi pubblici risparmieremmo nei prossimi anni, quando la gran parte dei dipendenti andrà in pensione per ragioni anagrafiche. Il problema è che ogni governo, compreso l’attuale, approfitta di queste finestre di opportunità per cercare di espandere il proprio consenso con assunzioni di massa. E, in effetti, il ministro della P.A., la leghista Giulia Bongiorno, nei mesi scorsi ha annunciato concorsi pubblici per quasi mezzo milione di posti dalla fine di quest’anno, paventando il rischio che si sprechi una preziosa occasione per dimagrire il peso della burocrazia laddove non serve, privandoci delle risorse indispensabili per fare pagare tutti meno.

La recessione in Italia c’è già, serve solo il taglio delle tasse. Ma Di Maio imita il Renzusconi

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