14 economie africane a rischio se sparisse l’euro

L'uscita della Francia dall'euro riguarderebbe anche 14 paesi africani, i cui tassi di cambio sono ancorati alla moneta unica, attraverso il vecchio franco francese. Vediamo cosa potrebbe accadere.

di Giuseppe Timpone, pubblicato il
L'uscita della Francia dall'euro riguarderebbe anche 14 paesi africani, i cui tassi di cambio sono ancorati alla moneta unica, attraverso il vecchio franco francese. Vediamo cosa potrebbe accadere.

Ieri, la candidata della destra euro-scettica alle elezioni presidenziali in Francia, Marine Le Pen, si è detta favorevole alla fine della cosiddetta politica della “Francafrique”, che dalla fine del colonialismo francese in Africa ha consistito nel tenere stretti legami economici e sul piano della sicurezza con le terre prima occupate. In passato, anche Nicolas Sarkozy e François Hollande avevano mostrato l’intenzione di porre fine al retaggio post-coloniale, ma alla prova dei fatti non è cambiato nulla. Sempre la Le Pen ha invocato anche la cessazione del franco CFA, la valuta utilizzata da ben 14 economie africane e che secondo la candidata, sarebbe un freno al loro sviluppo, come sostengono da tempo diversi economisti locali. (Leggi anche: Possibile davvero che Le Pen diventi presidente della Francia?)

Il franco CFA è stato introdotto da 14 paesi africani, di cui 12 ex colonie francesi, dopo la fine del colonialismo, ancorando le valute locali al franco francese prima e dal 1999 all’euro. Si tratta degli 8 stati appartenenti all’Unione Monetaria ed Economica dell’Africa Occidentale (Benin, Burkina Faso, Guinea Bissau, Costa d’Avorio, Mali, Niger, Senegal e Togo) e dei 6 membri della Comunità Monetaria ed Economica dell’Africa Centrale (Gabon, Camerun, Repubblica dell’Africa Centrale, Ciad, Congo e Guinea Equatoriale).

Come funziona il franco CFA

Queste 14 economie hanno tassi di cambio ancorati all’odierno euro, garantito dal Tesoro di Parigi, al quale viene trasferito il 50% (era il 65% fino a poco tempo fa) delle riserve valutarie degli stati aderenti. Si tratta di un doppio “peg”, il primo tra il cambio nazionale e quello della macro-area di appartenenza, il secondo tra quello della macro-area e l’euro.

In questi mesi, i suddetti stati dell’Africa centrale e occidentale si chiedono che ne sarebbe del loro cambio, se la Le Pen vincesse le elezioni e la Francia uscisse davvero dall’euro. Dovrebbero i tassi di cambio restare ancorati all’euro o al franco francese redivivo? E, soprattutto, i benefici del franco CFA sono superiori ai costi?

I benefici del franco CFA

Di benefici il peg ne sta avendo per queste economie, in termini di bassa inflazione e di politiche fiscali solide, oltre che di cambio stabile. L’Unione Occidentale, ad esempio, ha registrato nel 2016 una crescita del 6,8% e si attende per quest’anno un pil a +7%, mentre l’inflazione nell’area viene stimata nei prossimi 24 mesi di appena l’1,7%, a fronte di tassi del 2,5%.

In sostanza, grazie all’ancoraggio all’euro, queste economie sembrano godere di indicatori macro-economici tipici dei paesi sviluppati. Si stima che l’aggregato monetario M2 sia pari al 26% del pil per l’Unione Occidentale e del 16% per quella Centrale, una percentuale di gran lunga più basse a quella di altre economie africane con pari grado di sviluppo. Ovvero, i paesi del franco CFA stamperebbero poca moneta e non monetizzerebbero la spesa pubblica, cosa tipica tra le economie poco avanzate.

I costi del peg

Ma esistono anche costi, che non possono essere ignorati. In appena 20 anni, le esportazioni dell’area CFA verso l’Eurozona si sono dimezzate dal 50% al 25% del totale, per cui inizia ad apparire scarsamente significativo il legame economico tra questi paesi e la nostra unione monetaria, per non parlare del fatto, poi, che gli stessi interscambi commerciali tra i membri delle due aree risultano ad appena il 20% del totale, quando all’interno dell’Eurozona sono tre volte tanto.

Ciò significa che il “peg” sarebbe poco funzionale, sia rispetto alla valuta di ancoraggio (l’euro), sia tra gli aderenti stessi, tra di loro poco integrati sul piano economico e finanziario. L’unione monetaria sarebbe non ottimale. Infine, gran parte delle esportazioni dell’area CFA si ha in dollari, riguardando materie prime, per cui le 14 economie devono successivamente convertire in euro i ricavi in valuta straniera, spesso subendo una riduzione delle entrate nella divisa europea.

Se la Francia uscisse dall’euro

Ancorandosi all’euro, questa fetta di Africa parrebbe avere perso competitività verso economie come la Cina, con cui gli interscambi aumentano notevolmente. L’analisi benefici-costi non sarebbe forse automatica, ma alla fine pare che l’unico reale vantaggio nel fare parte di questo club sia il vincolo imposto agli aderenti sul piano delle politiche macro-economiche, anche se ciò costringe i 14 paesi ad adeguarsi alle misure della BCE, diventando monetariamente più restrittivi, quando essa alza i tassi, più espansivi, quando li abbassa.

Eppure, nell’ipotesi remota che la Francia uscisse dall’euro, l’area CFA potrebbe approfittare dell’evento per disancorare i cambi all’euro e fissare una nuova parità nei confronti del franco, che deprezzandosi presumibilmente verso la moneta unica, darebbe sollievo anche alle economie africane, rilanciandone la competitività. Ma lo scenario principale resta quello di una prosecuzione del peg con l’euro, almeno nei prossimi anni. (Leggi anche: Le Pen o Macron: e se il vero rischio per la Francia fosse un altro?)

Condividi su
flipboard icon
Seguici su
flipboard icon
Argomenti: Altre economie, Crisi Euro, economie emergenti, valute emergenti

I commenti sono chiusi.