Con la fine dell’era Mugabe, segnali di fiducia contrastanti dall’economia

Segnali di timida fiducia dopo la fine dell'era Mugabe. Lo Zimbabwe spera in una nuova fase per l'economia emergente, anche se per ora non si registra un'inversione di tendenza sul mercato locale dei BItcoin.

di Giuseppe Timpone, pubblicato il
Segnali di timida fiducia dopo la fine dell'era Mugabe. Lo Zimbabwe spera in una nuova fase per l'economia emergente, anche se per ora non si registra un'inversione di tendenza sul mercato locale dei BItcoin.

Da venerdì scorso, Emmerson Mnangagwa è il nuovo presidente provvisorio dello Zimbabwe, succedendo a Robert Mugabe, che alla bellezza di 93 anni e dopo 37 trascorsi a capo dello stato africano, è stato costretto alle dimissioni dal suo stesso partito Zanu-PF con la minaccia di “impeachment” e a distanza di pochi giorni da un improvvisato golpe militare ai suoi danni. La fine dell’era Mugabe è stata salutata con sollievo praticamente da tutti i governi stranieri e accolta favorevolmente persino dalla Cina, che pure ha sostenuto l’anziano dittatore sin dalla sua ascesa al potere al giorno. L’economia dello Zimbabwe, un tempo promettente, versa in condizioni disastrose e Mngangagwa avrà il suo bel da farsi per lanciare segnali di discontinuità al suo popolo, nonostante egli abbia fatto parte sin dall’inizio del regime inaugurato nel 1980 con l’indipendenza dal Regno Unito. (Leggi anche: Addio al compagno Bob, la Cina preferisce i diamanti)

A quattro giorni dall’insediamento ufficiale, pare che i segnali di fiducia riscossi dalla nuova fase politica tra i cittadini non siano univoci. Da un lato, i cosiddetti “bond notes”, emessi in dollari secondo un rapporti di parità 1:1 con il dollaro USA, verrebbero scambiati a un tasso di 30 punti percentuali in meno rispetto a una settimana fa, quando un dollaro americano comprava 1,90 dollari di questi titoli, mentre oggi 1,30. I “bond notes” sono stati emessi un anno fa dal governo di Harare per incrementare la liquidità interna, non essendo più vigente una moneta nazionale dal 2009, anno in cui il dollaro locale fu ritirato dalla circolazione per l’iperinflazione al 79,6 miliardi percento, che ne aveva azzerato il potere di acquisto.

Segnali negativi dai Bitcoin

Pur introdotti alla pari contro il dollaro, sin da subito nessuno sul mercato vi ha fatto affidamento alla lettera, chiedendo uno sconto per accettarli in pagamento. Se una settimana fa, essi valevano poco più della metà rispetto al biglietto verde, adesso hanno recuperato parte del valore, quotando a sconto del 30%. Sarebbe una timida prova della maggiore fiducia tra imprese e famiglie sul nuovo corso inaugurato con l’addio al potere di Mugabe e, in particolare, dei minori timori legati all’inflazione.

Tuttavia, dicevamo che i segnali appaiono discordanti, perché se le quotazioni dei Bitcoin valgono mediamente sopra i 9.900 dollari sul piano internazionale, sulla piattaforma di scambio utilizzata nello Zimbabwe, il Golix, esse si attestano al momento a 18.000 dollari, ovvero a premio dell’80%, rispecchiando la corsa all’acquisto di monete digitali nelle ultime settimane, al fine di mettersi al riparo dai rischi. E che tale premio non sia affatto diminuito con il giuramento del nuovo presidente contrasterebbe con il dato precedente. Va detto, tuttavia, che il mercato dei Bitcoin qui è abbastanza poco liquido, per cui bastano pochi acquisti per farne esplodere i prezzi. (Leggi anche: Bitcoin, boom di scambi con fine era Mugabe)

Successore di Mugabe al test dell’economia

La prova del nove per Mnangagwa sarà proprio l’economia. Il pil pro-capite è oggi agli stessi livelli del 1981, anno successivo alla conquista del potere di Mugabe. A fronte di 6,3 milioni di occupati, appena 350.000 risultano assunti con contratto regolare, il resto vive di lavoro nero, portando il tasso ufficiale di disoccupazione al 95%. Si capisce bene come il 72% della popolazione vivrebbe al di sotto della soglia di povertà. Tra le cause di questo disastro, le politiche protezionistiche e filo-indigene degli ultimi decenni, nonché l’eccessiva regolamentazione di ogni settore dell’economia, compreso il lavoro. Per fortuna, i potenziali occupati si mostrano mediamente istruiti e qualificati, cosa che agevolerebbe le assunzioni in una fase di crescita economica.

I capitali stranieri nello Zimbabwe potrebbero tornare, a patto che non si prosegua con le stesse politiche di Mugabe, che nel 2011 ordinò alle compagnie straniere di cedere il 51% del capitale alla popolazione indigena nera. Molti si rifiutarono di farlo e lasciarono l’economia emergente. Questa è ricca di minerali, tra cui i diamanti, secondi al mondo per riserve dopo la Russia. E gli espropri di inizio Millennio ai danni di 4.500 proprietari terrieri bianchi hanno zavorrato la produzione agricola, quando un tempo il paese era noto per la sua farina, che veniva esportata in tutta l’Africa. Vedremo se nelle prossime settimane si registrerà un passo in avanti nella qualità delle istituzioni o se la maggioranza parlamentare non avrà che solamente cambiato volto, mantenendo intatte le ricette disastrose. Per ora, in scia all’entusiasmo per la fine politica di Mugabe e per il pericolo scampato che fosse succeduto dalla moglie Grace, qualche indizio di fiducia parrebbe emergere. (Leggi anche: Questa economia era ricca, un dittatore l’ha ridotta in miseria)

 

 

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Argomenti: Crisi paesi emergenti, economie emergenti, valute emergenti