La Fed conferma la pausa sui tassi USA, ecco perché le altre banche centrali la seguiranno

La Fed non alza i tassi e lascia supporre che si prenderà una pausa prima di alzarli di nuovo, sempre che lo faccia ancora. Le altre banche centrali sembrano destinate a seguirla.

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La Fed non alza i tassi e lascia supporre che si prenderà una pausa prima di alzarli di nuovo, sempre che lo faccia ancora. Le altre banche centrali sembrano destinate a seguirla.

“La Federal Reserve può permettersi il lusso della pazienza”. Sono le parole pronunciate ieri dal governatore Jerome Powell, che nei fatti suggellano la svolta monetaria negli USA, con una pausa sul rialzo dei tassi “per un po’ di tempo” praticamente ora confermata. Non solo, la banca centrale americana apporterà modifiche anche al piano di riduzione degli asset del suo bilancio, all’occorrenza pronta persino ad aumentarli.

Dunque, nonostante i “dot plots” pubblicati ancora segnalino un paio di aumenti dei tassi da 25 punti base ciascuno per il 2019, è probabile che o la stretta sia giunta già al termine o sia prossima ad essere conclusa. E la riduzione del bilancio al ritmo di 50 miliardi di dollari al mese non è più scontata, cosa che sta sostenendo i Treasuries, con i rendimenti decennali scesi al 2,66%, quasi una sessantina in meno rispetto a soli due mesi e mezzo fa.

Fed con un problema da $4.000 miliardi e per la BCE è un esempio difficile da decifrare

La spiegazione ufficiale della probabile fine anticipata della stretta consiste nel rallentamento in corso dell’inflazione, un fenomeno comune a tutte le altre principali economie mondiali, come vediamo dal grafico sotto.

L’indebolimento nella dinamica di crescita dei prezzi è avvenuta negli ultimi mesi dell’anno passato, quando il prezzo del petrolio, dopo essere salito ai massimi dalla fine del 2014, ha iniziato a contrarsi, crollando del 35% in appena due mesi e mezzo. Ciò ha trascinato giù anche i rendimenti sovrani, che negli USA sono passati dal 3,25% a fin sotto il 2,60% in un paio di mesi per la scadenza decennale. Per l’Eurozona, abbiamo preso come riferimento il Bund, il quale oggi offre per il suo decennale meno dello 0,20% contro più del doppio di novembre. In Svizzera, i rendimenti già “glaciali” sono tornati sottozero. E persino in Cina ripiegano, scontando l’allentamento monetario della banca centrale di Pechino, attraverso il gioco dell’abbassamento dei coefficienti di riserva obbligatori per gli istituti di credito.

Quanto sta accadendo è il riflesso bello e buono del raffreddamento delle aspettative d’inflazione presso le principali economie.

Negli USA, il differenziale di rendimento tra il quinquennale con cedola fissa e quello con cedola legata all’inflazione è imploso a poco sopra l’1,60% dall’oltre il 2% di inizio ottobre. Era arrivato al 2,16% nel maggio scorso. Nell’Eurozona, un simile indicatore per le aspettative del mercato segnala una contrazione ai minimi dal 2016, in area 1,50%. Come si può notare con il secondo grafico, le dinamiche delle aspettative sull’andamento futuro dei prezzi seguono quelle del petrolio.

     

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