La Fed complica i piani di Draghi e il dollaro scivola ai minimi da 5 mesi

La Fed ha cercato ieri di contrastare il super-QE della BCE, temendo di rimanere vittima della deflazione. Il dollaro è scivolato ai minimi da ottobre e il cambio con l'euro sale verso 1,13.

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La Fed ha cercato ieri di contrastare il super-QE della BCE, temendo di rimanere vittima della deflazione. Il dollaro è scivolato ai minimi da ottobre e il cambio con l'euro sale verso 1,13.

Il mantenimento dei tassi USA nel range 0,25-0,50% e la prospettiva di un rallentamento anche dei prossimi cicli restrittivi da parte della Federal Reserve sono la reazione del governatore Janet Yellen alle misure ultra-accomodanti della BCE, varate solamente una settimana fa. E non poteva fare forse altrimenti la banca centrale americana, che dopo il potenziamento degli stimoli monetari di Mario Draghi, rischia di diventare relativamente molto più restrittiva, tenuto conto che le principali banche centrali del pianeta irrobustiscono le loro politiche espansive o segnalano di volerlo fare nel prossimo futuro.

Il problema che la Fed si trovava ieri dinnanzi era sostanzialmente questo: non retrocedere dalla stretta avviata solamente 3 mesi fa, ma far capire allo stesso tempo al mercato che la sua politica monetaria non può permettersi un rafforzamento eccessivo del dollaro, che oltre a creare qualche problema alle esportazioni USA, diminuirebbe il costo dei beni importati, allontanando il raggiungimento del target d’inflazione al 2% e potenzialmente facendo scivolare l’economia americana verso la deflazione.

Contro super-QE della BCE una stretta USA lenta

D’altra parte, anche lo stesso Draghi ha battezzato una settimana fa il cosiddetto “super-QE”, con un occhio proprio al cambio, al fine di indebolire l’euro e per tale via cercare di accelerare la crescita dei prezzi nell’Eurozona. Le banche centrali hanno confermato all’ultimo G-20 di Shanghai la loro intenzione di astenersi dall’intervenire direttamente sui mercati dei cambi, cosa che scatenerebbe una inutile “guerra valutaria”, che sotto il profilo della sua efficacia sarebbe un gioco a somma zero, per cui ciascuno cercherebbe di esportare verso gli altri la deflazione, ma alla fine si rivelerebbe un disastro per il commercio mondiale e le stesse prospettive di crescita dell’economia globale.      

Dollaro arretra anche contro euro

Nessuno impedisce, però, agli istituti di tentare un indebolimento del cambio con misure di accomodamento monetario, come i tassi negativi in Europa e Giappone, tesi a fare defluire i capitali. Da questo punto di vista, la reazione della Fed di ieri, fondata sui timori di “rischi globali” e dalle minori stime di crescita del pil USA, oltre che dell’inflazione, è stata razionale e giustificata. La Yellen ha cercato di sterilizzare le mosse delle banche centrali avversarie, sortendo già i primi effetti. Il dollaro si è deprezzato in queste prime ore post-board dello 0,70% contro le principali valute del pianeta, scendendo ai minimi da 5 mesi a questa parte, registrando un calo del 3,5% rispetto all’inizio dell’anno. Il cambio euro-dollaro è salito in prossimità della soglia di 1,13, attestandosi al momento a 1,1279, segnando un rafforzamento del 2,5% rispetto ai livelli della vigilia del board della BCE, ai massimi da 5 settimane.

Si complicano i piani di Draghi

I piani di Draghi rischiano così di complicarsi, perché se il cambio euro-dollaro dovesse attestarsi sui livelli attuali, anziché virare verso la parità, gli risulterà più difficile il tentativo di stimolare i prezzi nell’area, mentre è possibile che sarà costretto a prolungare ancora una volta la scadenza del QE, considerato che il differenziale dei tassi con gli USA atteso per il prossimo biennio è già in calo rispetto a ieri e ciò spingerebbe il mercato a risposizionarsi in favore degli acquisti in assets denominati in euro. La Fed dovrebbe alzare i tassi solamente 2 volte quest’anno, con ogni probabilità a metà giugno la prima e verso la fine dell’anno la seconda. In entrambi i casi, il rialzo sarebbe di 25 punti base cadauno, portando i livelli nel range 0,75-1,00%, proprio quello segnalato ieri sera dai funzionari dell’istituto.

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