La Fed alzerà i tassi USA con mezzo mondo a rischio deflazione?

La Federal Reserve potrebbe non alzare i tassi USA domani, in considerazione del rischio deflazione che l'America corre.

di , pubblicato il
La Federal Reserve potrebbe non alzare i tassi USA domani, in considerazione del rischio deflazione che l'America corre.

Per il ventesimo mese consecutivo, l’inflazione nel Regno Unito non ha centrato ad agosto il target del 2% tendenziale, fissato dalla Bank of England. La variazione dei prezzi è stata nulla su base annua, in conseguenza del calo delle quotazioni del petrolio. E così, se il tasso d’inflazione era dell’1,5% lo scorso anno, quest’anno si collocherà appena al di sopra dello zero, al +0,1%. Il fenomeno della cosiddetta “lowflation” si sta trasformando rapidamente nella più decisa “noflation”, ossia in una totale assenza di crescita dei prezzi presso tutte le principali economie del pianeta: USA, Regno Unito, Eurozona, Giappone, Svezia e Svizzera, solo per citare le più importanti. Non siamo ancora allo spauracchio della deflazione, che si considera tale quando si registra un calo generalizzato e costante nel tempo dei prezzi, ma le banche centrali temono che quanto più a lungo l’inflazione resti prossima allo zero, tanto più basse saranno le aspettative del mercato, con la conseguenza che si rischia una spirale stagnante per lungo tempo, come dimostra il caso del Giappone. Non vogliamo qui interrogarci se sia positivo o meno avere in un’economia un tasso d’inflazione così basso, ma ci concentriamo sul rapporto tra la realtà e gli obiettivi delle banche centrali, sempre più dicotomico negli ultimi mesi, nonostante mai nella storia dell’economia mondiale siano stati varati in questi anni stimoli monetari così ingenti.   APPROFONDISCI – https://www.investireoggi.it/economia/tassi-usa-la-cina-allontana-la-stretta-e-il-mercato-crede-al-rinvio/  

Stimoli monetari inutili per stimolare l’inflazione?

Come mai, nonostante la BCE abbia iniettato già nell’Eurozona 360 miliardi di euro con il solo “quantitative easing”, oltre a 1.400 miliardi di finanziamenti alle banche con le aste Ltro e Tltro, l’inflazione nell’unione monetaria poco sopra allo zero? E come mai non sale nemmeno negli USA, dove dalla fine del 2008 la Fed ha immesso sul mercato quasi 3.500 miliardi di dollari, attraverso 3 round di QE? E lo stesso dicasi per le altre economie sopra citate, dove gli istituti hanno adottato misure non convenzionali, arrivando a tagliare i tassi di riferimento (Svezia) o sui depositi overnight delle banche (Eurozona, Svizzera) finanche al di sotto dello zero. In teoria, bassi tassi o negativi dovrebbero aumentare la liquidità sui mercati, spingendo in alto i prezzi. E’ accaduto, però, che in questi anni essi abbiano certamente evitato una spirale deflazionistica, ma stimolato al contempo gli investimenti in alcuni settori produttivi, come il petrolio, aumentandone ai massimi livelli la produzione e surclassando la domanda.   APPROFONDISCI – https://www.

investireoggi.it/economia/quantitative-easing-nuovi-stimoli-monetari-in-arrivo-dalla-bce/  

Crollo quotazioni petrolio ha disinflazionato mezzo pianeta

Il conseguente tracollo delle quotazioni del greggio, seguite da quelle delle altre materie prime  (ai minimi dal 2002) ha raggelato l’inflazione per l’effetto combinato di 2 fattori: direttamente, attraverso il minore costo dei beni energetici, che si è tramutato in prezzi più bassi alla pompa e in una bolletta energetica inferiore per famiglie e imprese; indirettamente, perché i paesi produttori di petrolio e di altre commodities hanno risentito negativamente del tracollo dei prezzi di questi beni, subendo un deterioramento delle partite correnti, che si è intrecciato con l’attesa di un rialzo dei tassi USA da parte della Fed. Ne è seguito un crollo dei rispettivi cambi contro il dollaro e le altre valute forti, cosa che per le economie produttrici ha implicato un aumento dell’inflazione, ma per le economie importatrici (l’Occidente e il Giappone) ha significato un rafforzamento delle loro divise verso quelle emergenti, ossia un calo dei costi dei beni importati da questi paesi. Dunque, il petrolio a basso costo ha disinflazionato 2 volte le economie avanzate, allontanandole dall’obiettivo di un’inflazione intorno al 2%. Pertanto, se domani la Fed annunciasse l’avvio della prima stretta monetaria dal 2006, gli USA rischierebbero di importare deflazione, perché il dollaro, già ai massimi dal 2002 contro le principali valute mondiali, si rafforzerebbe ulteriormente e gli americani importerebbero beni dall’estero a prezzi più bassi. La mossa potrebbe anche ripercuotersi negativamente sul già non brillante export degli USA.   APPROFONDISCI – https://www.

investireoggi.it/economia/il-prezzo-del-petrolio-scende-ai-minimi-dal-2009-e-la-bce-prevede-una-lunga-deflazione/  

USA temono il super-dollaro

Certo, un dollaro ancora più super avrebbe un effetto potenzialmente rialzista sui prezzi nelle altre economie avanzate, anche se in parte sarebbe attutito dal calo delle quotazioni delle materie prime, correlate negativamente al grado di forza del biglietto verde. Sulle economie produttrici, invece, l’impatto sarebbe devastante e stagflazionistico: le loro valute crollerebbero ulteriormente, aumenterebbe l’inflazione, ma i probabili prezzi più bassi delle materie prime provocherebbero un’ondata recessiva. Poiché alla fine tutto torna indietro, l’America del governatore Janet Yellen vuole evitare un boomerang. E’ probabile, quindi, che domani non ci sarà alcun rialzo dei tassi, che esso arrivi entro la fine dell’anno. Nessuno stupore se nel mondo finanziario si ode qualche voce sempre meno isolata, che ipotizza che la banca centrale americana sarà costretta a varare un quarto giro di QE. Di certo, l’America non salverà il pianeta dalla deflazione per caricarsela addosso.   APPROFONDISCI – https://www.investireoggi.it/economia/guerra-valutaria-mezzo-pianeta-in-lotta-contro-la-deflazione-svalutando-il-cambio/  

Argomenti: ,