Draghi annuncia nuova “droga” monetaria, ma sarà inutile

L'andamento delle quotazioni del petrolio frustrerà forse ancora la BCE di Mario Draghi, incapace di far tendere l'inflazione al target. No della Bundesbank a nuovi stimoli monetari.

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L'andamento delle quotazioni del petrolio frustrerà forse ancora la BCE di Mario Draghi, incapace di far tendere l'inflazione al target. No della Bundesbank a nuovi stimoli monetari.

Intervenendo allo European Banking Congress, in corso a Francoforte, il governatore della BCE, Mario Draghi, ha ribadito che se dovessero crescere i rischi al ribasso sull’inflazione, rendendo più improbabile il raggiungimento del target da parte dell’istituto, questi si terrà pronto a intervenire immediatamente con nuove misure. Quando mancano 2 settimane al prossimo board, le parole di Draghi rendono sempre più probabile il varo di nuovi stimoli monetari, che potrebbero passare per un potenziamento del “quantitative easing”, il piano di acquisti per 60 miliardi al mese di titoli di stato e delle agenzie governative dell’Eurozona, degli Abs e dei “covered bond”.

Tra le altre misure di stimolo, dalla BCE arrivano segnali su un ulteriore taglio dei tassi, compresi quelli sui depositi overnight delle banche, come ha fatto intendere esplicitamente il capo-economista dell’istituto, Peter Praet, in questi giorni. L’obiettivo resta un’inflazione quasi al 2% nell’unione monetaria. Siamo lontanissimi dal target, visto che ad ottobre la crescita dei prezzi è stata di appenalo 0,2%.

Quotazioni petrolio ancora in calo da settembre a oggi

A frustrare le aspettative dell’Eurotower ci sono ancora una volta i prezzi energetici e delle altre materie prime. Considerando il petrolio come una proxy per l’andamento dei prezzi al consumo, le previsioni per i prossimi mesi restano sconfortanti per i fautori dell’inflazione a ogni costo. Guardiamo alle quotazioni del Brent degli ultimi 3 mesi, unitamente al cambio euro-dollaro, visto che il greggio si acquista nella divisa americana. A settembre, il Brent è costato mediamente 48,54 dollari al barile, mentre il cambio euro-dollaro è stato di 1,1237. Il mese successivo, il Brent è salito a una media di 49,29 dollari, segnando un rialzo su settembre dell’1,3%, mentre l’euro è rimasto sostanzialmente stabile contro il biglietto verde a 1,1219. In queste 3 prime settimane di novembre, però, il greggio è sceso a una media di 46,15 dollari, in calo su base mensile del 6,4%, mentre l’indebolimento dell’euro è stato solo del 4%. In altri termini, il petrolio costa oggi rispetto all’inizio di settembre circa il 3,5% in meno, tenuto conto dell’effetto cambio.

 

Cambio euro-dollaro non s’indebolirà necessariamente

Ora, se la BCE varerà nuovi stimoli e la Federal Reserve alzerà i tassi USA, è molto probabile che la prima reazione del mercato sarà di vendere euro e di acquistare posizioni in dollari. Tuttavia, la storia delle ultime strette monetarie americane insegna che gli investitori seguono il motto “buy rumors and sell facts”, ovvero che anticipino gli effetti dell’azione della Fed sui tassi, reagendo nella direzione opposta, quando la banca centrale americana passa dalla parole ai fatti. In sostanza, stando a quanto accaduto tra il 2004 e il 2006, il dollaro potrebbe apprezzarsi nei giorni successivi all’eventuale avvio della stretta, per tornare a deprezzarsi nelle settimane e i mesi successivi. Dunque, l’effetto-cambio potrebbe essere già stato sostanzialmente scontato, per cui se Draghi volesse davvero ravvivare l’inflazione nell’Eurozona, dovrebbe confidare in una risalita delle quotazioni del Brent, al netto delle variazioni dell’euro contro il dollaro. Domanda: ma il petrolio si riprenderà presto? Difficile rispondere a questa domanda, anche perché la stragrande maggioranza delle previsioni ad oggi lanciate dagli analisti si è rivelata ottimistica. Quasi nessuno prevedeva prezzi inferiori ai 50 dollari in questa fase, mentre siamo in prossimità della soglia dei 40 dollari. Anche in questo caso, i diversi fattori di debolezza del mercato del greggio potrebbero già essere stati scontati dagli investitori, ma se c’è un fatto lampante nelle ultime settimane è che le prospettive dell’economia globale si starebbero deteriorando e ciò rappresenta una cattiva notizia per le materie prime, i cui prezzi sono già scesi ai minimi dal 1999. In ultima analisi, senza una congiuntura internazionale robusta non esiste “droga” monetaria che tenga. Tra un anno saremmo qui a discutere di come sparare moneta dall’elicottero, ma l’inflazione sarà ancora inchiodata attorno allo zero. E come da copione, il governatore della Bundesbank, Jens Weidmann, si mostra contrario a nuove misure accomodanti, spiegando come i bassi prezzi del petrolio siano uno stimolo per l’economia dell’Eurozona, mentre la politica monetaria avrebbe bisogno di tempo per dispiegare i suoi effetti e si mostrerebbe sempre meno efficace, se restasse tale a lungo.

Weidmann ha anche segnalato come l’inflazione “core” sia già all’1%, tendendo progressivamente al target.    

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