La disperazione inascoltata del popolo libanese, costretto a vivere al buio e ridotto alla fame

Economia travolta da crisi e pandemia, cambio crollato ed esplosione della povertà. A Beirut regna la disperazione.

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Il Libano sprofonda nella miseria

Le esplosioni al porto di Beirut agli inizi dell’agosto scorso avevano scosso l’intero mondo e avevano quanto meno acceso i riflettori sulla crisi del Libano, quella che un tempo veniva definita la “Svizzera del Medio Oriente”. Dopo pochi giorni, però, le luci si sono spente e il grido di dolore del popolo dei cedri è rimasto inascoltato. Secondo la Banca Mondiale, quell’incidente avrebbe danneggiato la già collassante economia libanese per 8 miliardi di dollari. Tra l’altro, ha distrutto 15 mila attività commerciali nella capitale, la metà del totale, facendo perdere 70 mila posti di lavoro e colpendo 120 mila famiglie. Un disastro, che s’inserisce in un quadro di per sé già molto drammatico.

Sempre secondo la Banca Mondiale, il tasso di povertà relativa nel 2020 sarebbe salito al 55%, quella assoluta al 22%. Quest’anno, la prima potrebbe esplodere ulteriormente all’80%. E l’Organizzazione Internazionale del Lavoro stima il tasso di disoccupazione tendente al 65%, pari a 1 milione di persone. Un’enormità per una popolazione di 6,5 milioni di abitanti, a cui si aggiungono 1,5 milioni di migranti.

A novembre, l’inflazione era schizzata al 133,47%, conseguenza del collasso del cambio, che al mercato nero ha perso l’80% dalle dimissioni del premier Saad Hariri nell’ottobre 2019, l’atto che ha dato il via alla crisi. La lira libanese scambia a quasi 8.800 contro il dollaro, quando secondo il tasso ufficiale resta fissato principalmente a 1.512. Ormai, i prezzi nei negozi vengono fissati avendo come riferimento proprio il tasso vigente sul mercato nero, risultando in certi casi quintuplicati in appena un anno.

A che punto siamo con la crisi in Libano? Peggio di quanto immaginiamo

Le rimesse tengono a galla i libanesi

Il paese è in default da quasi un anno, non avendo ottemperato alla scadenza di un Eurobond nel marzo 2020.

Il debito pubblico è salito a 94 miliardi di dollari, oltre il 160% del PIL. Di questo, il 43% è detenuto dalla banca centrale, quasi il 29% dalle banche domestiche. L’istituto, guidato dal controverso governatore Riad Salamé, dispone solamente di 19,5 miliardi di dollari di riserve valutarie, di cui 2,5 miliardi effettivamente disponibili per le importazioni, sufficienti per appena un paio di mesi. Malissimo per un’economia, che nel 2019 registrava un deficit commerciale di ben 15,5 miliardi, pur sceso su base annua di quasi il 60% che nel primo semestre del 2020 per effetto del crollo delle importazioni.

Per fortuna, pur in calo, ci pensano le rimesse degli emigranti a tenere a galla moltissime famiglie. Nel 2020, sono state pari a 6,6 miliardi, pari alla stratosferica percentuale del 36,2% del PIL, una volta che questi è stato ricalcolato secondo il tasso di cambio più debole applicato per le conversioni delle lire in dollari nelle banche.

La Banca del Libano blocca gli aiuti esteri e aggrava il collasso dell’economia

Banche al collasso e aiuti che non arrivano

E qui, si apre un tasto dolente per i libanesi. Per non fallire, le banche hanno imposto un limite di 200 mila lire al mese ai prelievi. Al cambio ufficiale, farebbero 132 dollari, al cambio vigente sul mercato nero scenderebbero a meno di 23 dollari. Per chi vuole convertire i propri risparmi in dollari, invece, viene applicato un tasso meno favorevole di quello ufficiale, cioè di 3.900. E le famiglie non riescono più a stare dietro ai prezzi. Oltre tutto, si trovano costrette a pagare due bollette della luce, perché la compagnia statale non riesce a garantire l’elettricità tutto il giorno, ma solamente tra le 3 e le 12 ore al giorno, a seconda della zona in cui si vive. Pertanto, bisogna ricorrere al mercato nero e acquistare a costi esosissimi i generatori che consentono di godere dell’illuminazione per il resto della giornata. La spesa complessiva ammonta al 4,5% del PIL.

I “blackout” sono ormai un’abitudine, provocata da bollette rimaste fissate alle tariffe di fine anni Novanta, quando le quotazioni del petrolio erano sui 20 dollari al barile. Negli anni, la compagnia ha accumulato debiti su debiti, non riuscendo ad incassare abbastanza dagli utenti per coprire i costi. La scarsa offerta è aggravata dall’aumento della domanda, conseguenza della crescita della popolazione, perlopiù trainata dai migranti.

Il Fondo Monetario Internazionale (FMI) ritiene che la riforma del settore sia tra le priorità che il governo deve affrontare per ricevere il prestito di 10 miliardi in 5 anni, ventilato nei mesi scorsi. Ma le condizioni fondamentali per l’erogazione degli aiuti non ci sono. Hariri è tornato premier dopo le dimissioni estive di Hassan Diab e non riesce ancora a guidare un governo nel pieno delle sue funzioni, a causa del mancato accordo tra le varie fazioni e l’opposizione espressa dalla minoranza cristiana.

Il presidente francese Emmanuel Macron, che aveva promesso sostegno al Libano dopo la tragedia di agosto, frustrato dai mancati progressi politici, ha chiarito senza fronzoli che non sgancerà un euro a favore di Beirut senza un governo capace di varare le riforme strutturali necessarie a rilanciare l’economia. L’FMI è sulla stessa linea. Oltretutto, Hezbollah è contrario ai prestiti internazionali, non volendo sottoporre Beirut ai controlli di organismi esterni, alle politiche di austerità fiscale e altre misure all’impatto impopolari. Nel frattempo, il Covid aggrava la situazione con le restrizioni imposte per frenare i contagi. E il peggio deve solo arrivare con la fine del “peg” contro il dollaro, che a questo punto sarà solo questione di tempo. Uno scenario venezuelano, che rischia di travolgere politica e banca centrale, accusate non a torto di corruzione e settarismo, con il rischio di tornare agli scontri religiosi sanguinari di inizio anni Ottanta e replicatisi nel 2006.

Libano rimasto senza governo, luce e farina, ricostruzione di Beirut lunga e difficile

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