La difficile lezione dell’Argentina, vicina al nono default della sua travagliata storia

Argentina ancora una volta sull'orlo del fallimento. Alle spalle, una storia di errori sempre uguali e una politica che non riesce a innovarsi.

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Argentina ancora una volta sull'orlo del fallimento. Alle spalle, una storia di errori sempre uguali e una politica che non riesce a innovarsi.

Avete presenti quegli studenti incorreggibili, che più li mandi dal preside e più ne combinano e meno studiano? Mutatis mutandis, l’Argentina è uno di questi. Salvo miracoli, che comunque arriverebbero calciando l’ennesimo barattolo, tra nove giorni andrà in default per la nona volta nella sua storia indipendente di poco più di 200 anni. A conti fatti, Buenos Aires non mantiene le promesse con i creditori alla media di una volta ogni 25 anni. Il 22 maggio dovranno essere onorati pagamenti per 500 milioni di dollari e, in assenza di un accordo con gli obbligazionisti, il governo non sarebbe nelle condizioni di adempiere, né vorrà farlo. Dunque, tecnicamente sarebbe fallimento.

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L’ultimo, seppur definito solamente “tecnico”, risale solamente al 2014, quando il giudice Thomas Griesa di New York bloccò i pagamenti ai creditori internazionali, a causa dell’inottemperanza dell’amministrazione di Cristina Fernandez de Kirchner nei confronti dei cosiddetti “fondi buitres” o “avvoltoio”. Cambiano i governi, gli indirizzi politici, si accende a ogni ciclo elettorale la speranza di un minimo cambiamento e, invece, i mali storici dell’Argentina restano gli stessi: deficit incontrollati, alta inflazione, monetizzazione dei debiti e legislazione anti-mercato.

Nel 2001, poco prima che scattasse il settimo default, l’economia argentina era oberata da un debito pubblico di circa il 300% del pil. Oggi, non arriva al 90%, ma allora come adesso il problema è che gran parte di questo debito è denominato in dollari. Dunque, l’Argentina fallisce per l’impossibilità di sostenere i pagamenti in valute straniere, anche perché dal 2018 ad oggi, il cambio contro il dollaro è crollato di oltre il 70%. E pensate che al mercato nero, il cosiddetto “dolar blue” vale circa il doppio del cambio ufficiale, segno che, se non fosse per gli interventi della banca centrale, il collasso valutario sarebbe di gran lunga peggiore.

Assenza di credibilità del sistema argentino

Vi chiederete perché mai il governo argentino emetta debito in dollari ed euro e non in pesos. La risposta è duplice: ha bisogno dei mercati internazionali per sopperire all’insufficienza dei capitali interni e i suoi stessi cittadini non si fidano di un titolo in pesos, perché sanno che vale carta straccia. Perché? Semplice. L’Argentina ha alle spalle una pessima storia di inflazione alle stelle, che tra la fine degli anni Ottanta e inizi anni Novanta esplose fino a oltre il 2.000%. E oggi continua ad aggirarsi in area 50%. Questo significa che non importa quanto alto sia il tasso d’interesse che Buenos Aires di offre per ringraziarti del tuo prestito; esso verrà più che eroso dalla perdita di potere di acquisto della moneta e, alla scadenza, sarai già fortunato se lo stato ti restituirà per intero il capitale.

L’Argentina torna ai vecchi mali del peronismo per combattere la crisi dell’economia

Lassismo fiscale e stamperie monetarie sono i due flagelli dell’Argentina. Per superare entrambi, negli anni Novanta di Carlos Menem venne imposto un rigido controllo della massa monetaria, attraverso la famosa “ley de convertibilidad”, secondo la quale poteva essere emesso un solo peso per ogni dollaro a disposizione della banca centrale. L’esperimento servì ad abbattere l’inflazione, che effettivamente si normalizzò, ma non a frenare la corsa al debito dello stato centrale e delle province, queste ultime fuori controllo nella gestione della spesa. Il cambio di 1:1 tra pesos e dollari, tuttavia, risultava irrealistico agli occhi degli argentini, che convertivano i loro risparmi quasi esclusivamente nella valuta americana, consapevoli che questa fosse di gran lunga più stabile e sicura.

Non a caso, quando le riserve iniziarono a prosciugarsi e il cambio fisso venne abbandonato per lasciare il posto a un cambio fluttuante, il rapporto tra dollaro e pesos s’impenno a 1:4, cioè la valuta argentina si svalutò del 75%.

Il default di inizio 2002 fu traumatico sul piano politico, sociale, economico e finanziario, ma non servì a nulla. La lezione non è stata imparata dai governi che si sono succeduti, anzi la risposta a quella crisi fu negli anni “kirchneriani” il ritorno al peronismo più becero, caratterizzato da toni anti-sistema, una gestione dell’economia nel senso di una disconnessione dai mercati internazionali (oltre che dalla realtà), spesa pubblica in deficit e coperta da crescenti emissioni monetarie, che hanno riportato l’inflazione a livelli altissimi.

Alla realtà non si sfugge

La parentesi “macrista” tra fine 2015 e fine 2019 aveva fatto sperare in un cambio di passo, ma il presidente “liberista” è rimasto vittima della disperata ricerca del consenso nel varo di riforme all’impatto certamente impopolari, finendo per titubare, tentennare e per perdere la fiducia che i mercati gli avevano concesso nei primi due anni di mandato, tant’è che nel 2017 aveva potuto emettere clamorosamente un bond a 100 anni in dollari a tassi, tutto sommato, accettabili. L’incorreggibilità del sistema politico-clientelare argentino è testimoniata dal fatto che, in meno di 64 anni, il paese sudamericano è stato sottoposto a ben 21 piani di assistenza del Fondo Monetario Internazionale. Salvare Buenos Aires è diventata una barzelletta. I soldi entrano per essere buttati in un pozzo senza fondo, le riforme promesse non arrivano mai e l’economia compie passi indietro di continuo.

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Cosa ci dice questo ennesimo brutto epilogo dell’Argentina? Non puoi sfuggire alla tua incompetenza e non importa che la tua moneta sia sovrana o meno. Se nessuno ripone fiducia in essa, ti ritroverai ugualmente in balia dei mercati internazionali e farai i conti con gli umori degli investitori. E se vuoi fare a meno di tutto questo, l’autarchia finanziaria non ti risparmierà alcun sacrificio, perché per indebitarti dovrai pagare tassi stellari e che alla fine monetizzerai (vedi Italia fino al 1981), falcidiando i risparmi interni, mentre se vuoi evitare tutto questo devi prendere atto che solo un bilancio pubblico ordinato e la stabilità dei prezzi garantiscono all’economia di crescere sana nel lungo termine e credibile agli occhi degli attori del mercato.

Ma non c’è peggio dell’incorreggibile, che pensa di incassare subito il dividendo politico offertogli dalla propria demagogia, anche a costo di lasciare macerie ai successori.

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