La deflazione per l’Italia è davvero un rischio? Gli stereotipi sulla sindrome giapponese

Gli economisti e i politici sono allarmati da una bassa inflazione, ma quel che non giova alla nostra economia è un aumento dei prezzi.

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Il 2014 si è aperto all’insegna dell’ottimismo. La Banca Mondiale ha previsto al rialzo la crescita nell’Eurozona a +1,1%, anche se negli USA vi dovrebbe essere un più robusto +2,8%. Tuttavia, pesano le incertezza sul futuro prossimo dell’unione monetaria, anche perché ambiguo è lo stato di salute dell’economia francese, la seconda dell’Area per dimensioni, ma che risulta in controtendenza rispetto al contesto complessivo, mostrando segnali negativi, come un calo della manifattura e un possibile ritorno alla recessione.

Più in generale, gli ultimi dati sull’inflazione a dicembre suggerirebbero che l’Eurozona viva una fase di forte contrazione della crescita dei prezzi, tanto che il governatore della BCE, Mario Draghi, ha avvertito anche nell’ultima conferenza stampa post-board che avremo davanti un lungo periodo di bassa inflazione.

Quattro sono i paesi ufficialmente in deflazione: Grecia, Cipro, Lettonia e Bulgaria. Per il resto, la Spagna mostra prezzi ormai piatti e l’Italia ben al di sotto dell’1%.

Secondo il columnist del Telegraph, Ambrose Evans Pritchard, se dovesse esserci nei prossimi mesi un calo dei prezzi del petrolio, ciò sarebbe deleterio per le economie dell’Eurozona.

Il clima generale sembra di allarme, man mano che l’inflazione continua a scendere. Ora, vale la pena chiedersi se sia un male per un’economia che abbia prezzi stabili e non crescenti, specie se si trova ancora in recessione o comunque lontana dalla ripresa. E’ paradossale, infatti, che sia invocata l’inflazione per risolvere i problemi dell’Eurozona, quando essa significherebbe perdita del potere di acquisto dei salari già fermi o poco dinamici e che graverebbe, in particolare, su coloro che non hanno un reddito da lavoro, cioè i quasi 3,3 milioni di disoccupati italiani.

Certo, prezzi in calo comportano dei rischi, anzitutto, a livello macroeconomico, perché determinano una riduzione della crescita nominale del pil, quindi, un aumento del rapporto tra debito e pil. 

Si parla, poi, del rischio di una sindrome giapponese: Tokyo combatte contro la deflazione dal 1997 e sperimenta da oltre un ventennio una lunga stagione di stagnazione della sua economia. Per molti, sarebbe la deflazione a tenere l’economia giapponese stagnante, perché spinge a rinviare i consumi, quindi, rende la domanda privata poco tonica.

Ma la stagnazione dell’economia nipponica è iniziata un quinquennio prima della deflazione, per cui potrebbe esserne la causa, non la conseguenza. E anche nell’Eurozona sarebbe simile il discorso: non sarebbero i prezzi calanti a causare una stagnazione lunga della sua economia, ma al contrario la crisi a determinare prezzi in calo, come sta accadendo, in particolare, in Grecia.

I consumi privati potrebbero certamente essere rinviati, in presenza di prezzi in diminuzione, ma non tutti. Parliamo dei beni durevoli e strumentali, non certo quelli primari come il cibo, ad esempio. Ma questo tipo di consumi (acquisto auto, mobili, etc.) è legato alle aspettative future, per cui anche in Giappone è probabile che risentano per lo più di un’assenza di fiducia nel futuro che non dei prezzi.

In fin dei conti, prezzi stagnanti o in calo potrebbero anche stimolare la domanda, perché determinano un aumento del potere di acquisto dei redditi. Semmai, agiscono in senso inverso per il cosiddetto effetto ricchezza.

Ma dovremmo veramente allarmarci per un ipotetico calo temporaneo dei prezzi? Davvero siamo arrivati al punto da non concepire il mondo senza inflazione e siamo terrorizzati da una crescita bassa dei prezzi, quando il male storico italiano è stato, invece, proprio un loro eccessivo aumento? Come faremo a recuperare competitività con l’estero, se tutti speriamo nella ricetta salvifica dell’inflazione? Un periodo di prezzi stabili o persino in calo non potrebbe che farci bene.

 

 

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