La cura al debito pubblico italiano? L’occupazione, ha ragione Mattarella

La soluzione all'alto debito pubblico esiste e riguarda il mercato del lavoro. E il presidente Sergio Mattarella ha fatto bene a richiamare la politica sulla "cura particolare" che serve all'Italia.

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La soluzione all'alto debito pubblico esiste e riguarda il mercato del lavoro. E il presidente Sergio Mattarella ha fatto bene a richiamare la politica sulla

E’ stato un presidente della Repubblica molto lucido quello che ha commentato gli ultimi dati macro positivi l’1 maggio, in occasione della Festa del Lavoro. Ha sostenuto la necessità di una “cura particolare” per combattere il debito pubblico italiano, che aggrava i problemi per la nostra economia in questa fase congiunturale non esaltante sul piano internazionale. E pur mostrandosi soddisfatto per la ripresa in corso del pil, nonché i miglioramenti esitati dal mercato del lavoro, entrambi segnalati dall’Istat, ha precisato come l’occupazione femminile e, in generale, in certe aree dell’Italia resti molto bassa.

Verissimo, anzi i dati europei dimostrano ampiamente che il Meridione risulterebbe sul piano occupazionale tra le aree più depresse di tutto il continente.

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Cosa hanno in comune l’alto debito e la bassa occupazione, a parte essere due piaghe per l’economia italiana? L’uno alimenta l’altra e viceversa. L’elevato debito pubblico rende ancora più difficile reperire risorse per abbattere il cuneo fiscale. E anche in questo caso, Sergio Mattarella ha richiamato la politica ad abbassare il carico sul lavoro, che disincentiva l’occupazione. Ma, soprattutto, il persistere di un’ampia zona grigia, quella del sommerso, priva lo stato di entrate preziose per migliorare i conti pubblici.

E’ come il cane che si morde la coda: molti lavorano in nero o non lavorano affatto; il gettito fiscale resta sotto il suo potenziale; la spesa assistenziale per andare incontro ai casi di maggiore bisogno resta alta o si mostra crescente; la pressione sui conti pubblici non viene meno; lo stato alza le tasse; l’economia arranca e il debito resta alto. Bisognerebbe spezzare questo circolo vizioso, che inguaia la nostra economia, tra tasse alte e conti mai in ordine. Come? Non lesinando alcuno sforzo per potenziare l’occupazione. Stando agli ultimi dati, tra i 15 e i 64 anni di età risulta occupato il 58,9% della popolazione, circa 23,2 milioni di persone.

Siamo ai massimi di sempre, ma circa 10 punti percentuali in meno rispetto alla media UE.

La tragedia si chiama bassa occupazione

Se l’Italia riuscisse a centrare l’obiettivo di portarsi alla media europea e dell’OCSE, avrebbe un numero di circa 4,5 milioni di occupati in più. Vi immaginate cosa significherebbe per l’economia italiana? Anzitutto, si tratterebbe di persone impiegate dalle imprese per produrre qualcosa e considerando la produttività media attuale, ciò ci porta a ipotizzare un maggiore pil fino a 340 miliardi di euro in più, a parità di tutto il resto. In verità, poiché molti degli attuali “disoccupati” o “inattivi” sono tali solo sulla carta e nei fatti lavorano in nero, probabile che l’entità del maggiore pil risulti inferiore. Anche solo ipotizzando che salisse della metà, disporremmo di una maggiore ricchezza per 170 miliardi all’anno.

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Già questo farebbe scendere il rapporto debito/pil, ma sarebbe solo il primo passo. Un pil più alto significa anche maggiori entrate. Poiché la pressione fiscale in Italia supera il 40%, su 170 miliardi in più non dovremmo attenderci un extra-gettito inferiore a una settantina di miliardi, sufficiente non solo a portare i conti pubblici in pareggio, bensì pure a consentire un taglio delle tasse, innescando un circolo virtuoso tra economia ed entrate. E anziché dedicare risorse all’assistenza, a quel punto le si potrebbero concentrare sugli investimenti pubblici, capaci anch’essi di contribuire al rilancio dell’economia. Il debito verrebbe così abbattuto di anno in anno e non per effetto di una qualche politica di austerità fiscale; al contrario le tasse diminuirebbero e anche il mercato pretenderebbe minori rendimenti sui nostri BTp, percependone la maggiore solidità per via della crescita.

Per rilanciare l’occupazione, le soluzioni ci sono: abbattimento della burocrazia a carico delle imprese; avvicinamento della scuola al mondo del lavoro sul modello tedesco dell’alternanza durante i corsi di studio professionali; agevolare l’aumento delle dimensioni delle imprese e favorirne gli investimenti anche sul piano fiscale; taglio degli alti contributi previdenziali a carico delle imprese; riduzione delle imposte sugli utili, sui redditi e sull’IRAP; potenziamento delle infrastrutture, specie al sud.

Alcune di queste misure implicano costi immediati, anche se sostenibili con un’introduzione graduale e pari risparmi conseguiti sul fronte della spesa. Ma se non si parte mai, mai si arriva. E l’Italia ha speso gli ultimi 25 anni a interrogarsi proprio su come e quando fare, facendo la fine dell’Asino di Buridano, che non sapendo da quale ciotola bere morì di sete.

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