La crociata anti-euro si è sgonfiata, il rischio dei populisti al governo no

La campagna contro l'euro sembra finita in Italia, spolverata alla bisogna per racimolare consensi. E adesso, nemmeno il Movimento 5 Stelle chiede più il referendum per tornare alla lira, ma i rischi da populismo non sono finiti.

di Giuseppe Timpone, pubblicato il
La campagna contro l'euro sembra finita in Italia, spolverata alla bisogna per racimolare consensi. E adesso, nemmeno il Movimento 5 Stelle chiede più il referendum per tornare alla lira, ma i rischi da populismo non sono finiti.

Vi ricordate le elezioni europee del maggio 2014? Dovevano essere un referendum sulla permanenza dell’Italia nell’euro. Lega Nord e Movimento 5 Stelle, in particolare, ma anche Fratelli d’Italia, pur con venature meno estreme, misero in discussione la moneta unica, additata quale madre di tutti i nostri problemi economici. I risultati delle urne furono micidiali per i “no euro”: bene la Lega di Matteo Salvini, ma il partito di Giorgia Meloni si fermava poco sotto la soglia di sbarramento del 4% e non sbarcava a Strasburgo, mentre i grillini arretravano clamorosamente rispetto alle politiche dell’anno prima, quasi doppiati da percentuali straordinarie del PD di Matteo Renzi. Quello fu l’apice della campagna anti-euro in Italia.

Da allora, fiutando i rischi di venire percepiti irresponsabili dagli elettori, il linguaggio mutò, si fece meno drastico e perentorio, ma è solo negli ultimi mesi che si è avuta la svolta. Prima con Salvini, che nei fatti ha deposto le armi contro l’euro, tanto da avere ridicolizzato pochi giorni fa l’ipotesi di Luigi Di Maio, candidato premier M5S, di indire un referendum sull’euro. E adesso, proprio Di Maio ci regala l’ennesimo contrordine, sostenendo che il voto sarebbe solo un’estrema ratio e che non vi sarebbero più le condizioni del 2013 in Europa, con l’asse franco-tedesco indebolito (?), la Germania che non riesce a fare un governo da oltre tre mesi e la Francia con i partiti tradizionali ridotti ai minimi termini.

Il ragionamento del candidato pentastellato è a dir poco opinabile. Se è vero che la Francia si sia sbarazzata l’anno scorso dei due schieramenti principali, è altrettanto indubbio che alla presidenza sia arrivato il più europeista dei candidati in corsa, sostenitore persino di una maggiore integrazione politica nell’Eurozona. Sarebbe semmai su questo punto che i grillini dovrebbero dire la loro, ovvero se condividano o meno la strategia di Emmanuel Macron o se ambiscano a una qualche alternativa ed eventualmente quale. Quanto alla Germania, vero è che la crisi politica in corso indebolisce fortemente la cancelliera Angela Merkel, ma contrariamente a quanto Di Maio si attende, essa finisce per rafforzare proprio i “falchi” dell’austerità, visto che gli esiti elettorali di settembre premiano l’area della destra a Berlino. (Leggi anche: Euro-scettici in Germania sposteranno a destra la cancelliera Merkel)

Euro-scettici poco affidabili

Comunque sia, il vero problema dei Di Maio resta un altro: l’inaffidabilità. Vi immaginate se gli euro-scettici fossero stati al governo negli ultimi anni? Se avessero tenuto fede alla loro parola, avrebbero potuto ritirare l’Italia dall’Eurozona, facendoci tornare alla lira, con tutte le conseguenze del caso, salvo qualche anno dopo ripensarci e sostenere che non fosse l’euro la vera causa dei nostri mali. Intendiamoci, a decidere un evento epocale come l’appartenenza o meno alla moneta unica non sarebbe certo un singolo politico, fosse anche il premier. Il punto è un altro: chi oggi mostra toni più ragionevoli sull’euro è lo stesso che fino a qualche tempo fa inveiva contro di esso e propugnava il ripristino della sovranità monetaria. Insomma, segnala di essersi sbagliato. E non su un tema secondario, trattandosi dell’impalcatura su cui si regge la nostra economia.

Gli euro-scettici dimostrano che il loro vero rischio non sarebbe tanto l’essere contrari alla moneta unica, posizione legittima, per quanto non suffragata nel dibattito pubblico da dati e posizioni incontrovertibili; è la loro mancanza di visione a rappresentare il maggiore pericolo, nel caso andassero al governo. Come possiamo pensare che Bruxelles ci prenda sul serio, se a trattare con i commissari vi fossero ministri senza la minima idea su cosa battersi per il loro paese?

In fondo, sembra la replica del vuoto ideale di Marine Le Pen in Francia, che pure resta dieci passi avanti rispetto agli euro-scettici di casa nostra. Anche la “dame noire” di Parigi, dopo avere condotto una dura guerra contro la moneta unica e per il ritorno al franco, se ne uscì dopo la sconfitta, e su pressione del suo stesso partito, con posizioni più malleabili. Come dire, “signori, ci siamo sbagliati”. Si può dare fiducia a gente simile, quando nei prossimi anni dovremo affrontare il ritorno alla realtà con la fine del “quantitative easing” della BCE e la conseguente normalizzazione della politica monetaria, le riforme economiche per il rilancio della crescita, il riassetto delle istituzioni comunitarie e la necessità di risanare i conti pubblici non già per compiacere la UE, bensì per abbattere l’elevato rapporto debito/pil? (Leggi anche: Uscire dall’euro, Di Maio conferma il vero rischio elettorale: il pressappochismo)

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Argomenti: Crisi economica Italia, Crisi Euro, Economia Italia, Politica, Politica italiana