La crisi in Venezuela desta allarme anche a Cuba, già a corto di benzina

Il crollo dell'economia in Venezuela crea allarme anche a Cuba, costretta già a tagliare i consumi energetici. File davanti ai distributori di carburante e alle fermate dei bus. Ma è solo l'inizio.

di Giuseppe Timpone, pubblicato il
Il crollo dell'economia in Venezuela crea allarme anche a Cuba, costretta già a tagliare i consumi energetici. File davanti ai distributori di carburante e alle fermate dei bus. Ma è solo l'inizio.

Per un’economia precipitata negli abissi, un’altra rischia di seguire a breve. Il Venezuela di Nicolas Maduro è entrata in uno stadio avanzato di crisi, che non riguarda più solamente l’economia, bensì pure l’assetto politico-istituzionale e la convivenza pacifica. Da tre settimane, a Caracas e nelle altre principali città del paese sono in corso imponenti manifestazioni di protesta contro il regime chavista, che hanno lasciato a terra 29 morti, agenti compresi. Dopo che l’Organizzazione degli Stati Americani ha condannato la violazione dei diritti umani, il governo venezuelano ha annunciato ieri che si ritirerà dal club che raggruppa tutti gli stati delle due Americhe sin dal 1948, ad eccezione di Cuba, che ne fu espulsa dal 1962. (Leggi anche: Crisi Venezuela: sequestrato stabilimento General Motors, uccisi 3 manifestanti)

E proprio il regime castrista è rimasto il più solido alleato di Caracas, sia per affinità ideologica, sia anche e, soprattutto, per necessità. L’Avana appartiene a un programma, noto come Petrocaribe, sottoscritto un quindicennio fa da una dozzina di stati sudamericani di tendenza marxista, i quali beneficiano l’invio di petrolio dal Venezuela a costi politici.

Cuba beneficia di petrolio venezuelano semi-gratis

Il governo cubano ha ricevuto mediamente tra il 2007 e il 2014 105.000 barili al giorno dal Venezuela, di cui la metà pagata a quotazioni di favore, l’altra metà con l’invio di personale medico, sanitario e di altro tipo nel paese andino, ma il cui valore sarebbe volutamente sovrastimato, a copertura di esportazioni di fatto quasi gratuite verso l’isola.

Con il crollo delle quotazioni internazionali di petrolio e l’esplosione di una crisi devastante in Venezuela, dove scarseggiano da tempo persino beni elementari, come cibo e farmaci, anche la generosità del regime di Maduro è venuta parzialmente meno, costringendo Raul Castro e gli uomini del suo governo a tagliare i consumi energetici, imponendo sacrifici alla popolazione. (Leggi anche: Cuba, prospettive economiche amare)

Segnali di carenza di beni a Cuba

Dall’1 aprile, ad esempio, è stato disposto il divieto di erogazione di carburante alle stazioni di servizio per i clienti che si presentano con carte di pagamento. L’obiettivo è di favorire i pagamenti immediati, ma così facendo molti uomini d’affari e burocrati si vedono impossibilitati spesso a rifornirsi di benzina, mentre negli uffici pubblici è stato già introdotto un giro di vite sull’uso dei condizionatori e le corse con gli autobus sono state ridotte, in un paese in cui è praticamente impossibile possedere un’auto privata per muoversi, tranne che non sia stata prodotta prima del 1960.

Lunghe file alle fermate dei bus e davanti alle stazioni di servizio si registrano così da settimane. Tra i cubani vi è la paura di tornare alle condizioni estreme di inizio anni Novanta, quando la caduta dell’Unione Sovietica, finanziatrice del regime, ha provocato una carenza così spaventosa di beni, che diverse famiglie furono costrette a mangiare i gatti trovati per strada. (Leggi anche: Cuba, crisi acuta con crollo Venezuela: torna l’incubo degli anni Novanta)

Niente alternative reali immediate per Cuba

All’Havana Bay, la raffineria Nico Lopez non emette fumo da giorni dalle sue ciminiere, segno che l’attività sarebbe ferma. L’aria è diventata più respirabile, ma per la popolazione locale sarebbe una magra consolazione, dato che di questo passo si rischia lo stop anche all’energia elettrica.

Si potrebbe immaginare che con la caduta del Venezuela, Cuba potrebbe importare petrolio dalle altre economie produttrici, ma non è affatto così. Un dipendente pubblico guadagna qui appena 40 dollari al mese e se dovesse pagare il carburante ai prezzi di mercato, ovvero intorno ai 4 dollari per gallone, si ritroverebbe impossibilitato a guidare, nonché a continuare a utilizzare l’energia elettrica. (Leggi anche: Venezuela dimezza aiuti a Cuba)

Venezuela e Cuba nell’angolo

E per fortuna che qualche dollaro lo portano sull’isola i turisti. Nel 2016 ne sono arrivati ben 4 milioni, il record di sempre, di cui 285.000 americani, dopo la parziale rimozione dell’embargo da parte dell’amministrazione Obama; embargo, che il nuovo presidente Donald Trump vorrebbe reintrodurre per le ripetute violazioni dei diritti umani da parte del regime comunista di Castro.

Per evitare il peggio, L’Avana avrebbe bisogno di riformare la propria economia, passo nei fatti molto improbabile sotto l’attuale presidenza, che lascerà il timone nel febbraio dell’anno prossimo. Ammesso che il papabile successore, Miguel Diaz-Canel, 56-enne funzionario del Partito Comunista, abbia voglia e modo di varare immediate riforme liberali, da qui ad allora la situazione rischia di degenerare, perché segnali di miglioramento a Caracas non se ne avvertono. Anzi, non si può più escludere che le violenze di queste settimane si traducano in una formale guerra civile, che trascinerebbe il paese ancora più nel baratro di quanto non lo sia già. (Leggi anche: Il Venezuela sarà la Siria del Sud America)

Per Washington, potrebbe essere l’occasione storica per fare valere le sue pressioni sul regime cubano, in assenza di alternative valide per quest’ultimo. Lo stesso Venezuela è sempre più isolato, avendo perso in pochi mesi il sostegno sia dell’Argentina dell’ex presidente Cristina Fernandez de Kirchner, sia il Brasile di Dilma Rousseff, entrambi passati sotto la guida di governi conservatori, che hanno segnalato la volontà di recidere le relazioni con Caracas.

 

 

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Argomenti: Altre economie, Crisi del Venezuela, Crisi paesi emergenti, economie emergenti

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