La crisi valutaria dilaga dall’Argentina alla Russia, passando per Turchia e Kazakistan

La crisi valutaria dilaga dall'Asia all'America Latina. Due le ragioni fondamentali che stanno travolgendo le valute delle economie emergenti.

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La crisi valutaria dilaga dall'Asia all'America Latina. Due le ragioni fondamentali che stanno travolgendo le valute delle economie emergenti.

Non è un buon periodo per le economie emergenti, le cui valute sono da settimane scosse da una crisi sempre più potente, legata a doppio filo al tracollo delle quotazioni del petrolio e dei prezzi delle materie prime da un lato e all’attesa di un rialzo dei tassi USA, che ha già fatto apprezzare il dollaro ai massimi dal 2003 contro le principali valute del pianeta. La situazione si è fatta serissima in Turchia, dove la lira ha sfondato stamattina il cambio di 3 contro un dollaro per la prima volta. Dall’inizio dell’anno, ha perso oltre il 20%. Ma il paese non esporta materie prime e, anzi, importa il 90% dell’energia che consuma. La crisi della lira turca, quindi, non ha nulla a che vedere con quella delle commodities, ma è frutto di una cattiva gestione della politica monetaria, a causa dello scontro tra la banca centrale, guidata dal governatore Erdem Basci, e il presidente Erdogan e il governo, questi ultimi in pressing sull’istituto per un taglio dei tassi, visibilmente avulso dalla realtà, dato che l’economia registra un pesante passivo delle partite correnti, pur in calo, e un’inflazione ancora al 6,8%, nonostante i bassi prezzi energetici.   APPROFONDISCI – Bond in valute emergenti: la crisi politica affonda la lira turca  

Riserve Argentina insufficienti

Non se la passa meglio l’Argentina della presidenta Cristina Fernandez de Kirchner, che si accinge a lasciare in autunno in eredità un’economia al collasso, tra inflazione reale al 40% (la metà per i dati ufficiali), un pil in calo e un peso che ha già perso quest’anno quasi il 9% contro il dollaro, nonostante il cambio non sia libero, ma regolato dalla banca centrale.

Il governatore Alejandro Vanoli, fortemente filo-governativo, rispondendo alle promesse di liberalizzazione del cambio e di progressivo abbandono dei controlli sui capitali fatte dal candidato dell’opposizione Mauricio Macri, ha avvertito che le riserve valutarie del paese sarebbero insufficienti allo scopo e che prima di compiere un simile passo bisognerebbe accumulare elevate scorte, altrimenti si rischia una “pesante svalutazione” del peso. Al momento, l’Argentina dispone di riserve per 33,657 miliardi, in crescita del 21% dallo scorso ottobre, ma solo grazie agli 8 miliardi iniettati dalla Cina con un maxi-prestito.   APPROFONDISCI – Argentina, i dubbi sulle riserve e lo shock sul peso: il cambio reale col dollaro a 21? La crisi valutaria travolge l’America Latina, ecco le ragioni del crollo dei cambi   Ancora peggiore appare la situazione in Brasile, dove quasi 2 anni e mezzo di stretta monetaria non hanno impedito al real di perdere un buon terzo del suo valore solo negli ultimi 12 mesi. La crisi valutaria è così grave in Venezuela, poi, che si parla già di allarme umanitario.

Crisi valutaria in Asia

E torniamo in Asia, dove è notizia di questa mattina che il Kazakistan ha dovuto abbandonare il cambio fisso tra il suo tenge e il dollaro, con la conseguenza di una maxi-svalutazione del primo del 22% fino a 256,98. Continua a scivolare anche il rublo, che al momento mostra un indebolimento su base giornaliera dell’1,33% contro il dollaro a un cambio di 67,56, trascinato in basso dalle quotazioni sempre più infime del Brent. Dall’inizio dell’anno, la valuta russa ha perso quasi il 12%, quasi il 27% rispetto alla metà di maggio.   APPROFONDISCI – Le valute emergenti rischiano il collasso, ecco di quali diffidare   Parlando di emergenti, non possiamo non citare il caso della rupia indiana, il cui cambio con il biglietto verde si attesta oggi nei pressi del minimo storico  a 65,54, ma grazie a una politica monetaria accorta e alla fiducia riscossa dal governo di Narendra Modi, ha potuto limitare le perdite al 5% su base annua. Non sta avendo lo stesso destino, invece, un’altra rupia, quella indonesiana, che rispetto a un anno fa ha già perso oltre il 15% e il 10% dall’inizio del 2015. I paesi emergenti sono quasi tutti in trappola: da un lato dovrebbero stimolare le loro economie con una politica monetaria più accomodante, ma dall’altro devono difendere il cambio con aumenti dei tassi. Nel breve termine, l’una esclude l’altra cosa. Ecco che i mercati diventano turbolenti.   APPROFONDISCI – Economie emergenti tra crisi valutaria e crollo delle borse

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