La crisi valutaria argentina ci ricorda l’importanza della reputazione

La crisi valutaria dell'Argentina segnala che la fiducia riposta nella presidenza Macri è stata parzialmente intaccata dalla carenza di reputazione della banca centrale e dello stesso governo.

di Giuseppe Timpone, pubblicato il
La crisi valutaria dell'Argentina segnala che la fiducia riposta nella presidenza Macri è stata parzialmente intaccata dalla carenza di reputazione della banca centrale e dello stesso governo.

Il peso è scivolato ieri dello 0,41% in chiusura contro il dollaro a un cambio di 21,97, rispetto ai livelli di venerdì scorso, quando era crollato di un altro 5%, portando a -17,6% il bilancio di quest’anno. Tutto ciò, nonostante in pochi giorni la banca centrale argentina abbia alzato i tassi 3 volte di un totale di 1.275 punti base (12,75%), portandoli al 40% proprio per contrastare la crisi valutaria, dopo che il peso era arrivato a scendere fino al minimo storico di oltre 23 contro il biglietto verde la settimana scorsa. Rispetto al fondo, si è registrata una ripresa nell’ordine del 4,5%, ma il cambio resta debole e per fortuna non si nota (ancora) quella corsa agli sportelli del 2001, che i risparmiatori scatenarono per convertire i loro depositi in dollari, al fine di proteggerli dall’inflazione, ma finendo per portare nel baratro il sistema bancario prima e lo stato un attimo dopo, con quest’ultimo a dovere dichiarare default. Ne è seguito un quindicennio di caos economico e finanziario, di cui le vicende di questi giorni sono un ennesimo colpo di coda.

Peso argentino in caduta libera, riforme di Macri troppo graduali

Il presidente Mauricio Macri, a capo di una coalizione di centro-destra, Cambiemos, è in carica dalla fine del 2015 e ha cercato sin dal suo primo giorno da capo dello stato di normalizzare l’Argentina dopo 12 anni di “kirchnerismo”, una variante populista di sinistra dello storico peronismo, che ha isolato Buenos Aires sul piano finanziario. Il primo passo è stato la liberalizzazione del cambio, cosa che ha quasi istantaneamente dimezzato il valore del peso contro il dollaro, misura necessaria per evitare una deriva venezuelana.

Tuttavia, proprio le riforme economiche necessarie attuate da Macri, tra cui la svalutazione del cambio e il taglio dei sussidi alle famiglie, hanno tenuto l’inflazione a livelli molto alti, pur in calo dal 40% a cui era giunta nell’ultima fase della presidenza Kirchner, frustrando le ambizioni del governo, che negli ultimi mesi ha iniziato a lanciare segnali contrastanti ai mercati, causa scatenante della crisi valutaria di questi giorni. A fine 2017, la banca centrale aveva alzato i tassi, ma subito dopo annunciato di alzare il target d’inflazione per quest’anno dal 10% al 15%, tagliando i tassi a gennaio, nonostante l’inflazione continuasse a stagnare intorno al 25%.

Il costo della carenza di reputazione

Il governatore Federico Stuzenegger è stato pressato dal governo per non inasprire eccessivamente le condizioni monetarie, altrimenti l’Argentina rischierebbe una stagnazione economica e una lievitazione dei costi per l’emissione del debito. Questa assenza di trasparenza nella gestione della politica monetaria ha colpito la reputazione dell’istituto e dello stesso governo, che non a caso si è trovato costretto in questi giorni ad annunciare un taglio del deficit-obiettivo dal 3,2% al 2,5% del pil. Nel frattempo, gli interessi sono lievitati a livelli ben più elevati di quelli temuti dal governo a inizio anno.

Il danno è fatto. Se i tassi restassero così alti troppo a lungo, la ripresa economica s’incepperà, il deficit salirà per effetto dei maggiori interessi da pagare ai creditori e servirà più austerità fiscale, non meno. Tutto dipenderà, dunque, dalla fiducia di cittadini e mercati verso gli annunci di governo e banca centrale. Se dopo il crollo, il peso inizierà una lenta risalita, il contraccolpo avrà avuto effetti limitati. Se, invece, risparmiatori e investitori continueranno a diffidare del peso, il cambio resterà debole, l’inflazione non scenderà per l’aumento dei costi dei beni importati e i tassi dovranno rimanere altrettanto alti. Nel caso più estremo servirebbe l’aiuto del Fondo Monetario Internazionale, che non offrendo pasti gratis, si tradurrebbe in un costo politico non indifferente.

Aldilà di tutto questo, i fattori esterni saranno decisivi. Il rialzo dei tassi USA sta già di per sé riducendo gli afflussi di capitali verso le economie emergenti e gli alti rendimenti argentini non rappresentano una fonte sufficiente di attrazione, trattandosi di titoli emessi da uno stato andato in default per due volte in meno di un quindicennio e sempre esposto a cambiamenti politici anche bruschi. Nulla si ha di acquisito sul piano delle politiche economiche a Buenos Aires. Un bond a 1 anno rende oltre il 29%, mentre un decennale non arriva al 6% (ma era all’1,6% nel marzo dello scorso anno). La curva dei rendimenti è vistosamente invertita, captando l’alta inflazione di questi anni, ma riservando uno spazio di fiducia per il futuro. Proprio questa è stata intaccata negli ultimi mesi, pur restando di gran lunga superiore all’era Kirchner, quando un titolo a 10 anni rendeva a due cifre. E, però, il governo ha fatto un guaio e sta cercando già di metterci una pezza, con costi superiori per gli argentini di quelli che avrebbero sostenuto fino a qualche mese fa. La reputazione e la credibilità hanno un valore sui mercati, ricordiamocelo anche noi italiani.

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Argomenti: Altre economie, austerità fiscale, Crisi argentina, economie emergenti, valute emergenti