La crisi turca e il rischio di un ‘effetto Tequila’, troppo tardi per sventare il contagio?

Ecco perché la crisi turca non deve essere sottovalutata dall'Europa e come Ankara potrebbe riacquistare la fiducia dei mercati.

di Giuseppe Timpone, pubblicato il
Ecco perché la crisi turca non deve essere sottovalutata dall'Europa e come Ankara potrebbe riacquistare la fiducia dei mercati.

Agosto non porta bene ai mercati emergenti. Tutte le grandi crisi degli ultimi decenni sono esplose in questo mese e anche quest’anno non fa eccezione. Al centro delle preoccupazioni vi è stavolta la Turchia, il cui tasso di cambio contro il dollaro è letteralmente crollato nelle sedute di venerdì e di ieri. Stamattina, grazie anche alle rassicurazioni della banca centrale di Ankara sul sostegno alla liquidità, la lira turca recupera il 2-3%, ma è troppo presto e troppo poco per parlare di inversione di tendenza. Anzi, la sensazione è che si tratti perlopiù di un recupero tecnico, del classico rimbalzo del gatto morto. La crisi è stata scatenata dalla sfiducia degli investitori per la gestione dell’economia da parte delle autorità nazionali. A fronte di un deterioramento costante delle partite correnti e di un’inflazione sopra il 15%, la banca centrale non ha potuto alzare i tassi a livelli sufficienti, contrastata dal presidente Erdogan, autodefinitosi “nemico dei tassi”. Da qui, il collasso del cambio.

Il collasso della lira turca e il rischio di una crisi finanziaria in stile argentino, ma senza paracadute

Quello che succede in Turchia non rimane in Turchia, però. Il paese detiene debiti in valuta estera per 467 miliardi di dollari, qualcosa come circa la metà del pil. Le imprese sono esposte in debiti denominati in altre divise per circa il 40% della loro massa passiva. Che cosa succederà a queste esposizioni con un cambio quasi dimezzatosi dall’inizio dell’anno? Se fatturo in lire turche e devo ripagare i prestiti ottenuti in dollari, euro, etc., ho un grosso problema.

Come riportare la fiducia in Turchia

Ciò che serve alla Turchia in questo frangente è recuperare almeno parte della credibilità perduta. Senza giri di parole, la banca centrale dovrà dimostrare di cambiare registro e di volere perseguire la stabilità dei prezzi. Il prossimo board è in programma per il 13 settembre, ma sembra una data troppo lontana per aspettare che arrivi. Urge una riunione d’emergenza, ma se l’istituto guidato dal governatore Murat Cetinkaya non l’ha convocata nemmeno dopo che la lira ha perso fino al 20% venerdì scorso, non si vede quando dovrebbe farlo. E tra gli analisti ci si divide su quale approccio dovrebbe essere esibito: un unico maxi-aumento dei tassi nell’ordine di 500 punti base o un primo rialzo da 2-300 bp, seguito da altri rialzi cospicui?

In altre parole, il mercato tutto vorrebbe vedere, tranne che una banca centrale che alzi i tassi una tantum, pensando di poter riportare così la fiducia degli investitori. Cetinkaya dovrà stare attento a segnalare di voler ridurre l’inflazione al target e di adottare tutte le misure necessarie per tendere all’obiettivo. Senza, la lira turca rischia la caduta senza alcun “floor”. E se si scatenasse la tempesta finanziaria, a bagnarsi potrebbero essere non solo i turchi. In teoria, un segnale che verrebbe accolto dai mercati molto positivamente sarebbero le dimissioni del ministro dell’Economia, Berat Albayrak, genero del presidente Erdogan, le quali offrirebbero all’estero l’immagine di un governo meno familistico, almeno nei posti-chiave. Remote le probabilità che ciò accada. Dicevamo che il debito in valuta estera ammonta a 467 miliardi, seppure a 220 miliardi al netto delle attività in valuta estera. Ebbene, la banca centrale ha stimato per il maggio scorso passività estere a breve per 123,3 miliardi di dollari, di cui 99,3 miliardi e 23,9 miliardi di quello pubblico. Di queste, più di 68 miliardi afferiscono alle banche e oltre 55 miliardi agli altri settori.

Il bagno di sangue della lira turca e quali effetti per l’economia mondiale

Quale sarebbe il problema di un maxi-rialzo dei tassi, in unica soluzione o a più riprese? Semplice, che il debito in scadenza entro breve dovrà in grossa parte, se non tutto, essere rinnovato. A quel punto, il costo del denaro sarebbe più alto e vuoi che le imprese e le banche turche si espongano in lire, vuoi che lo facciano in dollari, euro, etc, poco cambia: dovranno sborsare di più per onorare i debiti, cosa che implica il rischio di default multipli. Questo scenario dovrebbe fare stare in allerta anche l’Europa, visto che le banche spagnole sono esposte in Turchia per 83,3 miliardi di dollari, le italiane e le tedesche attorno a 17 miliardi le une e le altre, le francesi per 37 miliardi e così via. In tutto, le banche europee al dicembre scorso risultavano avere prestato a controparti turche quasi 265 miliardi, oltre la metà del debito estero totale di Ankara.

Un nuovo “effetto Tequila”?

Da qui al cosiddetto “effetto Tequila”, il passo sarebbe breve. Di cosa parliamo? Nell’agosto 1982, il Messico aveva beneficiato di un salvataggio del Fondo Monetario Internazionale e seguendo le politiche di quest’ultimo sembrava essere riuscito a riprendersi e ad attirare i capitali stranieri. Nel 1994, a causa di problemi di sicurezza accusati con una raffica di omicidi, i capitali tornarono a defluire e il presidente Salinas de Gortari svalutò il peso, non essendo più in grado di garantire la parità contro il dollaro. Da lì, la crisi si propagò a molte altre economie emergenti, specie quelle confinanti, le quali a loro volta subirono crolli ai loro tassi di cambio.

Nel caso della Turchia, l'”effetto Tequila” investirebbe le altre emergenti sul fronte dei cambi e potenzialmente altre economie avanzate attraverso contraccolpi finanziari (banche) e anche politici. La UE esporta ogni anno merci e servizi per un controvalore di quasi 100 miliardi di euro. Il vero rischio, però, per le singole economie dell’Eurozona consiste negli “spillover” che si propagherebbero con un collasso del sistema bancario e corporate della Turchia, attraverso l’esplosione dei crediti deteriorati delle loro banche, specie nel caso in cui i mercati iniziassero a scontare simili scenari anche nei confronti di altre emergenti. Si consideri che quest’anno il rublo ha già perso l’8%, il peso argentino è crollato del 37%, costringendo Buenos Aires a richiedere un nuovo salvataggio dell’FMI, la rupia indiana ha toccato i minimi storici a un cambio di quasi 70 contro il dollaro, lo yuan ha perso il 5,5% e i debiti cinesi complessivi ammontano a non meno del 260% del pil. Insomma, il quadro in sé non è rassicurante, anche perché con il rialzo dei tassi negli USA e in previsione anche in Europa (e Giappone?), molti dei trilioni di dollari dei capitali fluiti nei mercati emergenti dopo la crisi del 2008 stanno tornando già a casa, complicando i piani di governi, imprese e banche di diversi paesi.

Un collasso della Turchia avrebbe, poi, serie conseguenze anche geopolitiche. Il paese confina a sud e a est con Siria, Iraq e Iran e a ovest con la Grecia. Alle sue frontiere sono ammassati 3 milioni di profughi siriani, che Ankara soccorre da anni beneficiando dei finanziamenti europei. Se in un impeto di ritorsione contro l’Occidente, Erdogan smettesse di fungere da cuscinetto, questa marea umana si riverserebbe attraverso la Grecia e i Balcani nel resto d’Europa, scatenando una crisi migratoria di proporzioni bibliche e tale da rendere marginali persino gli eventi del 2015. Le conseguenze immediate sarebbero il caos politico in diverse capitali, quando già oggi gli schieramenti tradizionali versano in profonda crisi quasi ovunque nel continente. La crisi turca è qualcosa che ci riguarda da vicino e l’innalzamento degli spread, dei rendimenti sovrani nella periferia e i cali delle borse europee di ieri ci hanno offerto un piccolissimo assaggio.

La crisi in Turchia rischia di destabilizzare l’Europa, milioni di profughi l’arma di ricatto di Erdogan

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Argomenti: Crisi paesi emergenti, Crisi turca, economie emergenti, lira turca, valute emergenti

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