La crisi turca è già iniziata e tutto è ora nelle mani del presidente Erdogan

Il presidente Erdogan ha assunto pieni poteri e tra cambi al governo e misure sulla banca centrale sta rinvigorendo i timori sull'economia turca. Lira e borsa in tracollo, rendimenti ai massimi storici.

di Giuseppe Timpone, pubblicato il
Il presidente Erdogan ha assunto pieni poteri e tra cambi al governo e misure sulla banca centrale sta rinvigorendo i timori sull'economia turca. Lira e borsa in tracollo, rendimenti ai massimi storici.

Novità dirompenti dalla Turchia e non vanno certo nella direzione auspicata dai mercati finanziari. Lunedì, il presidente Recep Tayyip Erdogan, che ha giurato per il secondo mandato di capo dello stato dopo la vittoria al primo turno delle elezioni presidenziali di giugno, ha iniziato ad esercitare i poteri pieni affidategli dalla nuova Costituzione, sommando anche la carica di premier. E proprio su questo versante, le notizie giunte non sono parse affatto rassicuranti. Via il vice-premier Mehmet Simsek e il ministro delle Finanze, Naci Agbal, unici volti rassicuranti per gli investitori stranieri per il loro profilo di politici pro-business e liberali. Il ministero dell’Economia e quello delle Finanze vengono fusi e affidati al genero del presidente, il quarantenne Berat Albayrak, confermando i timori di nepotismo, che da tempo circolano ad Ankara e che tengono i capitali esteri alla larga dalla Turchia. Non è finita, perché lo stesso Erdogan si è auto-affidato il potere di nomina del governatore centrale e al contempo ha rimosso il termine dei 5 anni di durata della carica, non sostituendola con alcuna nuova scadenza.

Lira turca in forte calo: spaventa l’inflazione, ai massimi dal 2004 

Di fatto, non solo la gestione della politica economica turca cade adesso nelle mani della stessa famiglia del presidente, ma come promesso in piena campagna elettorale, Erdogan stringe la presa sulla banca centrale e il suo governatore Murat Cetinkaya, in carica da poco più di due anni e apparentemente più prono del predecessore Erdem Basci alle ragioni del capo dello stato, viene sostanzialmente posto sotto tutela. Se non eseguirà gli ordini dell’esecutivo, potrà essere mandato a casa e sostituito con un banchiere ancora più “docile” in qualsiasi momento. Questo sarebbe il senso del combinato tra potere di nomina e rimozione del termine quinquennale del mandato.

In questo clima, come sarebbe mai possibile per l’istituto varare una politica monetaria adeguata? Il tasso d’inflazione a giugno risulta esploso al 15,4% su base annua e la lira turca ha perso quest’anno il 21% contro il dollaro, salendo a un tasso di cambio di 4,73-74, indebolendosi del 4,4% solo nell’ultimo mese. Dal 2010, è crollata di oltre i due terzi, un fatto che ha accelerato la corsa dei prezzi e senza che ciò si sia riflesso positivamente sulle esportazioni, visto che l’economia turca registra un cronico passivo della bilancia commerciale, nonché deflussi ormai preoccupanti dei capitali, con il saldo delle partite correnti che si avvia quest’anno a chiudere in negativo di oltre il 5% del pil.

Le ombre sulla banca centrale

Cetinkaya ha alzato i tassi di 500 punti base quest’anno, semplificando anche la loro struttura, portandoli al 17,75%. Di questo passo, rischia di passare poco tempo, prima che anche l’elevato livello a cui sono arrivati non si mostri più in grado di coprire l’inflazione. Ecco, quindi, che una nuova stretta appare necessaria per arrestare il declino della lira, che a sua volta ha trascinato con sé anche la Borsa di Istanbul, le cui quotazioni sono scese quest’anno mediamente di oltre il 19%. Di fatto, chi aveva investito a inizio anno nelle azioni turche avrebbe perso oggi intorno al 40%, tenuto conto anche dell’effetto cambio.

Il rischio Paese è percepito così elevato, che i rendimenti sovrani a 10 anni sono esplosi al record di oltre il 17%, mentre i biennali toccano ormai il 19,3%, in rialzo rispettivamente di 555 e 710 punti base. E il crollo della lira sta aggravando i problemi di sostenibilità del debito privato anatolico. Quello denominato in valuta estera, secondo i calcoli della banca centrale, ammonta a 340 miliardi di dollari, di cui 51 fanno riferimento al settore energetico. E proprio quest’ultimo mostra le criticità maggiori, visto che il rialzo dei prezzi delle bollette è contenuto dalla regolamentazione normativa, incapace di tenere passo sia all’inflazione, sia al deprezzamento della lira verso le altre divise. E così, se il prezzo caricato sull’utente per ciascun Megawatt all’ora è aumentato del 46% dal 2010, in dollari risulta diminuito del 44%.

Tassi più alti riuscirebbero a risollevare le sorti della lira, ormai destinata a un cambio di 5:1 contro il dollaro, pur colpendo la crescita economica, pari al 7,4% nel 2017. E proprio di questo Erdogan non vuole sentire parlare, auto-proclamatosi “nemico dei tassi” e, anzi, propugnando un loro abbassamento per combattere l’inflazione sull’assunto che solo maggiori investimenti incrementerebbero l’offerta e abbasserebbero i prezzi. Naturale che i capitali defluiscano, nonostante gli appelli del governo ai cittadini di convertire i loro risparmi in lire e quello recente del governatore alle aziende nazionali di non indebitarsi in una valuta diversa da quella in cui matureranno i ricavi. La Turchia mostra i sintomi di una incipiente crisi finanziaria, che prima o dopo si tradurrà in una crisi dell’economia, a causa proprio dell’ostinazione con cui Erdogan intende ignorare il surriscaldamento dei prezzi e gli squilibri correnti generati da una politica monetaria inappropriata. Non a caso, stavolta la stabilità politica scaturita dalle elezioni non ha frenato i timori del mercato, tutt’altro.

Lira turca in spolvero con il trionfo di Erdogan, ora padre-padrone di Ankara

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Argomenti: Crisi turca, economie emergenti, lira turca, valute emergenti

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