La crisi mondiale può combattersi solo rinunciando all’uguaglianza a ogni costo

L'emergenza Coronavirus ha fatto esplodere la bolla dei debiti alimentata in decenni di lassismo fiscale da un lato e di politiche monetarie ultra-espansive dall'altro. E alla base di tutto c'è un concetto distorto di uguaglianza.

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L'emergenza Coronavirus ha fatto esplodere la bolla dei debiti alimentata in decenni di lassismo fiscale da un lato e di politiche monetarie ultra-espansive dall'altro. E alla base di tutto c'è un concetto distorto di uguaglianza.

Se c’è un dato che fotografa al meglio il collasso in corso dell’economia mondiale è il prezzo del petrolio: sopra i 65 dollari per ogni barile di Brent a inizio anno, a 25 dollari adesso. Si tratta di una fase emergenziale, provocata dalla pandemia di Coronavirus che sta riducendo ai minimi termini le relazioni sociali e le attività produttive e commerciali. E’ bastato, però, temere per poche settimane di produzione per fare esplodere sui mercati tensioni latenti da anni e che sembravano venire lenite da incessanti stimoli monetari. E c’è una ragione alla base di esse: il debito totale mondiale era al 230% del pil nel 2008, quando esplose la potente crisi finanziaria originata dai mutui “subprime” negli USA, mentre nel 2019 era arrivato al 323%.

Il super dollaro non si ferma e aggrava la crisi mondiale da Coronavirus

Se una dozzina di anni fa spiegammo lo scoppio della bolla finanziaria con un eccesso di debiti, adesso dovremmo semplicemente accentuare tale constatazione. Rispetto ad allora, hanno corsi i debiti degli stati, in particolare, mentre quelli del settore privato, in buona parte d’Europa e nello stesso Nord America, sono rimasti stabili o persino diminuiti in rapporto al pil. E pensare che nel frattempo le banche centrali avanzate di tutto il mondo hanno iniettato liquidità per decine di migliaia di miliardi di dollari, al fine di comprimere i tassi d’interesse e rendere sostenibili proprio i livelli di indebitamento a cui sono giunte tutte le principali economie.

Nell’Eurozona, ad esempio, i tassi sono stati azzerati e gran parte degli stati riesce a indebitarsi da tempo a interessi persino negativi, cioè vengono pagati dal mercato per farlo.

La stessa Italia, epicentro di una nuova crisi del debito sovrano, lo scorso anno ha pagato appena circa 3 punti e mezzo di pil in interessi sul debito, quando prima del 2008 non sborsava meno del 4,5-5%, pur avendo un rapporto debito/pil di un terzo inferiore ad oggi. Ma, salvo rare eccezioni come in Germania e Olanda, questo non è bastato a sdebitare gli stati, né le economie nel loro complesso.

All’origine del debito: l’uguaglianza

L’accumulo incessante di debiti sembra inarrestabile e ineluttabile, se è vero che pochi giorni fa, intervistato dal Financial Times, l’ex governatore BCE, Mario Draghi, si è detto convinto che il debito pubblico debba e possa crescere, caricandosi delle passività del settore privato. Non stiamo certo parlando di un esponente del lassismo fiscale. Eppure, un po’ tutta la politica internazionale sembra condividere l’idea che non si possa fare a meno dei debiti, né nel settore pubblico, né in quello privato. Perché, ci chiediamo, se è acclarato che l’eccesso di debiti sia una fonte costante di instabilità finanziaria, così come di disordine fiscale, economico e sociale?

La risposta sta in una parolina magica, tanto apprezzata e apparentemente perseguita da tutti, quanto dubbia nelle modalità di realizzazione: l’uguaglianza. I governi sovra-spendono per garantire una sempre più difficile pace sociale interna agli stati. Sanno che non possono aumentare le entrate oltre un certo livello, altrimenti strozzano l’economia. E così, si indebitano per mantenere o potenziare i sistemi di welfare, attraverso i quali cercano di ridurre le distanze tra coorti di contribuenti.

Famiglie e imprese non accettano la disuguaglianza

Poiché il debito costa, le banche centrali vengono in loro soccorso tenendo artificiosamente bassi i tassi. E così facendo, puntano anche a stimolare il credito privato, ossia i prestiti delle banche a imprese e famiglie. Questa “repressione finanziaria”, tuttavia, a sua volta deprime il risparmio e provoca l’ipertrofia del credito al consumo da un lato e del sistema produttivo dall’altro, con quest’ultimo sempre più affollato da imprese inefficienti e che in condizioni di effettivo libero mercato chiuderebbero battenti, lasciando le loro quote di offerta a concorrenti più dinamici.

L’appiattimento degli stili di vita ha spinto l’individuo a credere di doversi permettere tutto, quale che sia il proprio reddito, e di avere il diritto di accedere al credito sempre e comunque nel caso in cui le risorse finanziarie disponibili non glielo consentano.

Il concetto di uguaglianza, che fino a pochi anni fa era perlopiù relegato alla sfera pubblica, adesso è diventato un dogma intoccabile anche per lo stesso mercato. Nessuno accetta più che un’impresa possa fallire, tutti gli imprenditori pretendono che lo stato mantenga in vita le loro aziende anche quando appaiono decotte e senza prospettive, reclamando tassi sempre più bassi per rifinanziare debiti sempre meno sostenibili, nonché restrizioni crescenti alla libertà d’impresa altrui, sbarrando l’accesso a potenziali concorrenti esterni, siano essi stranieri o semplicemente provenienti da altri comparti produttivi.

Questa idea di uguaglianza diffusa e acritica sta spingendo il pianeta verso il dirupo. Se i governi cercassero di “raffreddare” le aspettative dei cittadini sull’intervento eterno dello stato a fini di equità sociale e riuscissero a convincerli che una buona dose di disuguaglianza, pur in un sistema di benessere minimo dignitoso garantito a tutti, sia la soluzione più logica e persino naturale delle cose, smetterebbero di fare debiti e finirebbero per responsabilizzarli di più sul piano individuale. Imprese, famiglie, lavoratori e risparmiatori smetterebbero di scaricare sullo stato le responsabilità dei loro fallimenti, anche perché questi andrebbero accettati e non stigmatizzati come se fossero immorali.

La monetizzazione del debito

La strada che si sta imboccando con questa crisi è l’esatto opposta. Governi e banche centrali stanno reagendo con stimoli, tanto potenti quanto anche sconclusionati, perpetuando un modello debito-centrico, che necessariamente avrà come esito una delle tre strade: default numerosi e generalizzati; inflazione; monetizzazione. Escludendo la prima per ovvie ragioni, restano la seconda e la terza.

Sinora, le banche centrali non sono riuscite a far accelerare i tassi d’inflazione, anche perché tra fattori demografici e un contesto di globalizzazione della produzione, la formazione dei prezzi è divenuta un processo sempre meno controllabile a livello dei singoli stati.

Dunque, non resta che la monetizzazione, vale a dire la scelta deliberata degli istituti di finanziare più o meno direttamente i debiti nazionali, persino privati, acquistandoli sui mercati secondari o, addirittura, alle aste, con l’obiettivo di tenerli a bilancio così a lungo, da renderli di fatto perpetui e a costo quasi nullo per i debitori. Presto scopriremo, però, che questa strada percorsa per mettere in salvo il traguardo dell’uguaglianza porterà a uno sbocco spiacevole proprio per coloro che sperano di beneficiare di questo percorso. I pasti gratis in economia non esistono e i detentori di redditi fissi e bassi ne pagheranno le conseguenze più dure. Ad oggi, gli stimoli senza precedenti delle banche centrali hanno amplificato le disuguaglianze, gonfiando i prezzi degli assets finanziari. E’ questa è stata una divaricazione tra le classi non auspicabile, in quanto fondata su scelte politiche e non sul merito.

Monetizzazione del debito e prestiti diretti alle imprese, cosa significa la svolta delle banche centrali 

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