La crisi in Turchia rischia di destabilizzare l’Europa, milioni di profughi l’arma di ricatto di Erdogan

La crisi finanziaria in Turchia si aggrava. Stamattina, altro crollo della lira turca, ormai scambiata a 5,40 contro il dollaro. Il presidente Erdogan ha un'arma di ricatto contro l'Europa.

di Giuseppe Timpone, pubblicato il
La crisi finanziaria in Turchia si aggrava. Stamattina, altro crollo della lira turca, ormai scambiata a 5,40 contro il dollaro. Il presidente Erdogan ha un'arma di ricatto contro l'Europa.

Non si arresta la furia sui mercati contro la lira turca, che anche stamattina continua a perdere il 2%, portandosi contro il dollaro a un tasso di cambio di 5,39 e segnando così un crollo di oltre il 30% quest’anno. Esplosi i rendimenti sovrani, con i decennali al 18,22% e i biennali al 21,41%. La curva delle scadenze si mostra sempre più invertita, tipica delle fasi di crisi e spia delle paure sui mercati. E le previsioni appaiono agghiaccianti: entro la fine dell’anno, i rendimenti a 2 anni salirebbero al 29,3% e quelli a 10 anni al 23,9%. A scatenare l’ultima ondata di vendite sono state le sanzioni imposte dagli USA contro un paio di ministri turchi sul caso del pastore Andrew Brunson, detenuto da due anni con l’accusa di avere partecipato al fallito golpe contro il presidente Erdogan. Quest’ultimo ha anche sfidato la superpotenza americana, annunciando che continuerà a comprare petrolio dall’Iran, pur tornata ad essere oggetto di embargo da parte dell’amministrazione Trump.

Il collasso della lira turca e il pericolo di una crisi finanziaria in stile argentino, ma senza paracadute

La situazione è assai grave. Secondo Investec Asset Management, la banca centrale di Ankara dovrebbe innalzare i tassi di almeno 500 punti base al 23% dal 17,75% attuale per convincere gli investitori ad arrestare il “sell-off” ai danni della lira e dei titoli turchi. Ci sono tutti gli ingredienti per una crisi in stile argentino, ma a differenza di Buenos Aires non vi sarebbero qui le condizioni politiche per prevedere che il governo chieda prima o poi aiuto al Fondo Monetario Internazionale.

E allora? Stretta monetaria e fiscale più che necessaria. Solo così si potrà evitare un tracollo definitivo per la finanza anatolica. Ma c’è un problema. Uno dei principali driver per la crescita economica turca è il settore delle costruzioni, le cui imprese sono anche una solida base elettorale per l’Akp del presidente Erdogan. Con un maxi-rialzo dei tassi, il rischio è che risulti troppo colpito e trascini giù sia il pil dal +7,4% del primo trimestre e i consensi per la maggioranza islamico-conservatrice.

L’arma dei profughi

Di questo passo, i 467 miliardi di debiti contratti in valuta straniera (215 miliardi, al netto delle masse attive) dal settore privato in Turchia saranno sempre meno sostenibili e ciò scatenerebbe default multipli, con la conseguenza di trascinare nel baratro pezzi dell’economia nazionale e di danneggiare anche le controparti creditrici all’estero. Ma il problema più grave che riguarda l’Europa sarebbe forse un altro: la Turchia ospita alle sue frontiere ben 3,5 milioni di rifugiati siriani. Per farlo, gode di cospicui finanziamenti europei. Tuttavia, nel caso in cui le tensioni con gli USA da una parte e con la UE dall’altra montassero, Erdogan potrebbe sfruttare proprio la leva sui migranti per ricattare Bruxelles e chiederle nuovi finanziamenti, iniziando magari ad allentare i controlli nei campi profughi a ridosso delle elezioni regionali in Baviera di ottobre o di quelle europee del maggio prossimo, in modo da accrescere la pressione sui governi europei e massimizzare i guadagni.

Le preoccupazioni dei mercati risiederebbero proprio nelle scarne probabilità che Ankara chieda aiuto agli organismi internazionali per arrestare la crisi di fiducia degli investitori e che, in alternativa, approvi le misure necessarie per fermare la tempesta finanziaria. La banca centrale ha le mani legate da una politica ostile alla stretta e, infatti, nonostante l’inflazione sia esplosa al 15,4% a giugno, il governatore Murat Cetinkaya non ha potuto alzare i tassi a livelli più adeguati. Si consideri che il paese soffre di una bilancia commerciale cronicamente passiva (-77 miliardi di dollari nel 2017) e anche le partite correnti mostrano un saldo molto negativo, che per quest’anno sarebbero destinate a tendere al 6% del pil. Ciò significa che i turchi continuano a intaccare le riserve valutarie, mentre la banca centrale accumula oro, acquistandone per 17,6 tonnellate nei primi 5 mesi dell’anno solo dal Venezuela su un totale importato dal paese andino per 20,15 tonnellate nel periodo, segno che anche il settore privato si starebbe rifugiando nel metallo. Secondo il World Gold Council, la Turchia disporrebbe al febbraio scorso quasi 547 tonnellate di oro, una quantità quasi quintuplicata in 7 anni.

Di questo passo, difficile che la banca centrale possa aspettare il board di settembre per annunciare nuove eventuali misure. Una riunione di emergenza appare sempre più nei radar, anche perché nella sola giornata di lunedì sono state “bruciate” riserve valutarie per 2,2 miliardi di dollari, al solo fine di arrestare la caduta della lira, che era arrivata a perdere il 5,5%, scivolando al cambio record di 5,425 contro il dollaro. Prima di compiere un simile passo, però, probabile che Erdogan provi a chiudere la vicenda a modo suo. La prospettiva di controlli sui capitali si fa sempre più concreta, anche perché Ankara volge lo sguardo ad est e si allontana dall’Occidente, al quale resta legato per via dell’appartenenza alla NATO. Un dilemma per USA e UE, che non possono permettersi di perdere per mano finanziaria un alleato così sensibile nello scacchiere geopolitico mediorientale. E, però, l’amministrazione Trump segnala di voler mettere Ankara con le spalle al muro e pure in Europa prevalgono ormai sentimenti ostili verso i turchi, percepiti sempre più distanti sul piano politico.

Lira turca collassa, banca centrale non più autonoma

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Argomenti: Crisi turca, Economie Asia, lira turca