La crisi in Corea del Nord spinge Kim Jong-Un alle condanne a morte

Due esecuzioni capitali sarebbero avvenute a Pyongyang in tre mesi tra alti funzionari del regime comunista. Il Covid aggrava le condizioni umanitarie nello stato eremita.

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La crisi della Corea del Nord si aggrava

L’intelligence di Seul sostiene che il regime della Corea del Nord abbia condannato a morte un funzionario del mercato dei cambi, ritenuto responsabile delle forti fluttuazioni di recente accusate dal won contro il dollaro. La pena è stata eseguita. Similmente, in agosto sarebbe stato ucciso un altro alto funzionario, il quale avrebbe infranto il divieto di importazioni imposto dalle autorità per evitare che il Covid-19 penetri nel paese. E sembrerebbe che la capitale Pyongyang nei giorni scorsi sia stata chiusa, segno dei timori per una possibile irruzione della pandemia anche nel cosiddetto “stato eremita”. Ufficialmente, nel paese non si registrano contagi, sebbene la situazione appaia poco credibile. Di certo, le strutture sanitarie non sarebbero in grado di fronteggiare una simile emergenza.

Il cambio contro il dollaro attualmente si sarebbe riportato ai livelli di inizio novembre, cioè in area 6.200. Nel corso del mese, però, risulta essere scivolato fino a 6.930, arrivando a perdere circa il 10,5%. E in precedenza dovrebbe essere collassato fino a 8.000, praticamente segnando un -22/23% contro la divisa americana e malgrado la chiusura delle frontiere imposta a gennaio. Quest’ultima viene considerata cruciale sia per impedire che il traffico ai confini spalanchi le porte alla pandemia, sia per tenere a bada il tasso di cambio. Essendo le importazioni illegali ormai impossibili, quando fino all’inizio dell’anno venivano tollerate dal regime, i dollari che molti nordcoreani posseggono in barba ai divieti ufficiali non possono essere utilizzati per acquistare beni dall’estero. La loro domanda è stata così “congelata” e il won si è stabilizzato, fuorché le recenti fluttuazioni a doppia cifra che sono costate la pelle del funzionario caduto in disgrazia.

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Relazioni commerciali “congelate”, è crisi umanitaria

Intanto, nei primi 9 mesi dell’anno l’interscambio commerciale con la Cina è crollato di oltre il 70%.

Nei dettagli, le importazioni sono diminuite del 73% a 490 milioni di dollari, le esportazioni del 70% a soli 46 milioni. Viceversa, si sono infittite le relazioni commerciali con la Russia, trainate dal boom di importazioni di prodotti essenziali, tra cui dispositivi medici (+121,3%). I dati sono stati pubblicati dal Korea International Trade Association (KITA).

L’economia nordcoreana è rimasta vittima di tre fattori concomitanti: le sanzioni internazionali che hanno significativamente ridotto l’import/export con la Cina, praticamente unico partner commerciale di Pyongyang; la pandemia che ha costretto alla chiusura delle frontiere, impedendo quelle poche importazioni dalla Cina ancora possibili e aggravando le condizioni della popolazione; le alluvioni che hanno colpito parte del paese, provocando distruzioni di abitazioni.

La Corea del Nord non può permettersi di mantenere chiuse le frontiere fino all’anno prossimo, sostiene un funzionario del KITA. Probabile che di questo si discuta all’ottavo congresso del Partito dei Lavoratori, fissato per gennaio. Tra l’altro, l’evento cadrà negli stessi giorni in cui si insedierà la nuova amministrazione americana. Non è escluso un atto di ostentazione della forza da parte di Kim Jong-Un, che accoglierebbe Joe Biden con un nuovo lancio di un missile balistico. Il leader nordcoreano ha incontrato il presidente Donald Trump per tre volte, un fatto di portata storica per le relazioni internazionali. Tuttavia, sul piano dei risultati i successi non sono arrivati come sperati. Pyongyang continua a mantenere intatto il suo arsenale nucleare come polizza vita del regime, per cui gli americani non cedono sull’allentamento delle sanzioni. Difficile che sotto i democratici arrivino concessioni per lo stato eremita. E forse anche per questo cresce il nervosismo del Caro Leader.

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