La crisi di MPS inizia nel 2007: ecco il ruolo di Draghi, Padoan e Orcel

Il disastro di MPS ha a che fare con l'acquisto di Banca Antonveneta. E gli errori furono commessi anche dall'attuale premier, oltre che dal CEO di Unicredit.

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Crisi MPS dal 2007

Con la “svendita” di MPS a Unicredit potrebbe concludersi l’ultimo capitolo di una crisi iniziata nel lontano 2007 e culminata dieci anni dopo con la nazionalizzazione. Dobbiamo risalire a quattordici anni fa per capire l’origine del disastro per la banca più antica del mondo ad oggi in attività. Guidata da Giuseppe Mussari, Monte Paschi di Siena rileva Banca Antonveneta da Santander per 9 miliardi di euro, accollandosi altri 7 miliardi di debiti. E già la cifra non quadra, se è vero che solamente un mese prima la banca spagnola aveva pagato 6,6 miliardi all’olandese ABN AMRO per prendersi Antonveneta.

L’advisor di entrambe le operazioni fu Andrea Orcel, allora dirigente di Merrill Lynch presso la sede londinese. In sostanza, certificò il valore della banca ceduta. Ma in quegli anni, a capo della Banca d’Italia, l’organo di sorveglianza sul sistema bancario italiano, vi era Mario Draghi. E non solo non mosse un dito per bloccare un’operazione che si sarebbe rivelata sciagurata, anzi la approvò.

Dalla crisi di MPS alla nazionalizzazione

I risultati non tardarono ad arrivare. Già poche settimane dopo l’acquisizione, MPS cerca di finanziarsi con un maxi-aumento di capitale. Raccoglierà 5 miliardi di euro. Complice lo scoppio della crisi finanziaria mondiale, furono come acqua in un secchio bucato. Nel 2011, l’istituto senese si rivolgeva al mercato con una nuova ricapitalizzazione da 2,15 miliardi. Oltre al costo monstre dell’acquisizione, ci fu da fare fronte al boom dei crediti deteriorati. Tre anni più tardi, i denari chiesti sempre al mercato furono 5. L’anno seguente, altri 3. Nel 2016, infine, nessuno era più disposto a mettere quattrini in un pozzo senza fondo e lo stato dovette salvare MPS con la nazionalizzazione dal costo di 5,4 miliardi, di cui 1,5 miliardi legati alla conversione in azioni delle obbligazioni subordinate.

Regista della nazionalizzazione fu l’allora ministro dell’Economia, Pier Carlo Padoan, che solamente pochi mesi dopo si candidava nel collegio di Siena per raccogliere i frutti elettorali del suo salvataggio a carico dei contribuenti. E vinse. Alla fine del 2020, fu designato da Unicredit come presidente, carica che ricopre attualmente e attraverso la quale sta orchestrando l’acquisizione con Andrea Orcel, nel frattempo nominato nuovo amministratore delegato al posto del francese Jean-Pierre Mustier (ostile alle nozze).

Il costo di questa cessione a Unicredit è stimato in non meno di 10 miliardi. Il tema è diventato politicamente scottante, anche perché il segretario del PD, Enrico Letta, si candiderà alle elezioni suppletive di Siena per ereditare il seggio lasciato vacante da Padoan. E teme di affrontare una campagna elettorale con il suo partito sotto accusa per avere mandato in bancarotta MPS, addossandone il costo enorme ai contribuenti italiani. Al di là di come la si pensi, che i protagonisti di questa lunga crisi – Draghi, Orcel e Padoan – siano gli stessi che oggi stanno cercando di porvi definitivamente rimedio, fa impressione. E lo sperpero di nuovi denari pubblici per salvare una banca massacrata dalla pessima governance non può ricadere sotto la voce di “debito buono”. Palazzo Chigi trovi una narrazione più convincente.

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