La crisi di fiducia verso l’Italia è la maledizione che auto-alimenta il nostro debito pubblico

Il debito pubblico italiano non è un rischio in sé, quanto la cattiva percezione che il mercato ha dell'Italia. Ecco come le distanze con il Nord Europa tendono ad ampliarsi.

di Giuseppe Timpone, pubblicato il
Il debito pubblico italiano non è un rischio in sé, quanto la cattiva percezione che il mercato ha dell'Italia. Ecco come le distanze con il Nord Europa tendono ad ampliarsi.

L’Italia ha un problema e più che chiamarsi debito pubblico ha a che vedere con la scarsa fiducia di cui essa gode sui mercati finanziari. Ci siamo arrovellati molto sulle ragioni di tale scarso appeal e una risposta certa condivisa, aldilà delle tensioni politiche di questi mesi, non esiste. Dall’Unità ad oggi, mai il nostro Tesoro ha dichiarato default, ha sempre onorato i suoi debiti, come nemmeno la Germania è riuscita a fare nel corso della sua storia. Eppure, il danno sembra risalire più che altro ai decenni scorsi, quando il circolo vizioso tra inflazione a doppia cifra e svalutazioni della lira spinsero gli investitori a pretendere rendimenti nominali alti per accettare di acquistare i nostri titoli di stato. Con l’ingresso nell’Eurozona, i governi di Roma speravano di essersi messi alle spalle quella pessima anomalia, che da un lato arricchì milioni di famiglie – i cosiddetti “BoT people” – a suon di cedole gratificanti con cui remunerarne i risparmi, dall’altro portò il Paese sull’orlo del disastro.

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E per un buon decennio, in effetti sembrò funzionare. Fino allo scoppio della crisi finanziaria nel 2008 e, soprattutto, di quella dei debiti sovrani dal 2010 in avanti, l’euro aveva illuso il mercato che i bond di tutti gli stati membri fossero equivalenti sul piano dell’affidabilità. Alla fine di agosto del 2005, lo spread BTp-Bund scese al minimo storico di 20 punti base. Al governo vi era allora lo stesso Silvio Berlusconi, che pure 6 anni dopo veniva sloggiato da Palazzo Chigi sotto il bombardamento dei mercati. E dire che nel 2005, l’Italia sforava il tetto del deficit, così come Germania e Francia, mentre nel 2011 segnalava di fare meglio della media europea con un deficit al 3,9% del pil.

Lo spread nord-sud

Come mai questa anomalia? Gli investitori capirono con la crisi della Grecia, seguita da quelle in Irlanda e Portogallo, che nonostante la denominazione nella stessa valuta, i debiti restavano esposti a rischi sostanzialmente nazionali, non coperti da alcuna garanzia sovranazionale. Gli spread nella periferia esplosero, le distanze con le economie “core” si allargarono e i debiti nel sud raggiunsero nuovi massimi storici. Che tra nord e sud vi sia una differente cultura fiscale è assodato, ma ciò non spiega quanto stia accadendo negli ultimi anni. L’Italia, ad esempio, da quasi un trentennio chiude i bilanci pubblici con saldi primari attivi, ossia in surplus al netto degli interessi sul debito. La Germania è giunta solo di recente a questi risultati, la Francia continua a registrare passivi. Dunque, il settore pubblico italiano spende meno in beni e servizi rispetto a quanto incassi e questo già dall’inizio degli anni Novanta. Semplicemente, dovendo pagare interessi salati sul debito pregresso, non riesce a pareggiare i conti.

Che bisogna pagare interessi più alti per un debito maggiore è lapalissiano, ma a gravare sull’Italia è il premio sui rendimenti richiesti dal mercato per acquistare i nostri bond. Prendiamo le economie “virtuose” del Centro-Nord Europa: il debito pubblico tedesco sconta un tasso medio dell’1,8%, in linea con quello della Francia e persino superiore all’1,5% dell’Olanda, inferiore al 2,1% dell’Austria. Gli stati “spendaccioni” del sud, invece, posseggono debiti più onerosi: quelli di Italia e Portogallo pagano un tasso medio del 2,9%, mentre in Spagna si scende di poco al 2,5%. E’ proprio questo l’effetto degli spread, il fatto che per un euro di debito emesso nel Sud Europa si paghi un premio di circa 100 punti base in più rispetto a un pari euro di debito del Nord Europa. In altre parole, se pagassimo gli stessi tassi di Germania e Francia, a regime oggi avremmo una spesa per interessi di almeno 25 miliardi di euro all’anno più bassa. Sarebbe intorno all’1,5% in meno di deficit, per cui in questo 2018 chiuderemmo già quasi in pareggio di bilancio.

A parità di saldi primari, nell’arco di un ventennio saremmo in grado di abbattere il rapporto debito/pil di una trentina di punti più velocemente e con una crescita nominale media di appena il 3% all’anno, saremmo in grado di tendere al 75% del pil, percentuale alquanto rassicurante. Ma quella paura per le condizioni finanziarie pubbliche del Sud Europa impedisce agli investitori di accettare rendimenti simili a quelli richiesti alle capitali del Centro-Nord, di fatto contribuendo ad alimentare la spirale perversa del debito. E cosa ancora peggiore, tale premio non rispecchia più né il rischio cambio, dato che parliamo di emissioni nell’unione monetaria, né più alti tassi d’inflazione. Questi sono stati effettivamente superiori, pur mediamente di poco, fino alla crisi del 2008, risultando successivamente più bassi che al nord, in conseguenza dei recuperi di competitività e dell’abbondante manodopera in eccesso alimentata dalle rispettive recessioni. Negli ultimi anni, ad esempio, la Germania ha registrato una crescita dei prezzi costantemente superiore a quella italiana, nonostante storicamente sia avvenuto il contrario. Il dato accresce il divario tra nord e sud e ci fa comprendere quanto ci servirebbe godere di condizioni di emissione simili a quelle degli stati “core” per accelerare il risanamento fiscale. Al netto di una condotta fiscale necessariamente virtuosa, avremmo bisogno che l’euro fosse percepito come garanzia in sé per i titoli del debito in esso denominati. E così, purtroppo, non è.

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Argomenti: bond sovrani, Crisi del debito sovrano, Crisi Eurozona, Debito pubblico italiano, Economia Europa, Economia Italia, rendimenti bond, Spread