La crisi di Cuba spinge all’apertura di negozi per clienti fortunati

L'economia cubana risente dell'emergenza Coronavirus e il governo ha autorizzato l'apertura di una dozzina di negozi che accettano pagamenti solo in dollari.

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L'economia cubana risente dell'emergenza Coronavirus e il governo ha autorizzato l'apertura di una dozzina di negozi che accettano pagamenti solo in dollari.

L’isola di Cuba è riuscita a contenere il Coronavirus molto meglio di altri stati, se è vero che i dati ufficiali parlano di circa 2.600 contagiati, appena uno per ogni 4.000 abitanti. E il tasso di mortalità del 3,3% risulta obiettivamente molto basso, complice probabilmente la giovane età media della popolazione locale. Ma alla crisi provocata dalla pandemia non sta sfuggendo nemmeno L’Avana, la cui economia non se la passava bene già prima, colpita dal collasso del Venezuela, l’alleato marxista che ha rifornito l’isola per anni di petrolio quasi gratuitamente. Secondo l’ECLAC (Economic Commission for Latin America and Caribbean), il pil quest’anno crollerà dell’8%, più del doppio di quanto stimato con il precedente report di aprile, quando il calo era atteso del 3,7%.

Un contraccolpo diretto all’economia arriva dal crollo delle presenze turistiche. Per quanto il settore ancora incida molto poco in termini di pil (2,5%), quei 2 miliardi e mezzo circa di dollari annualmente in ingresso fanno molto comodo a una popolazione, dove lo stipendio medio mensile per un impiegato pubblico non arriva a 50 dollari.

Il paese ha un bisogno disperato di dollari, il cui ingresso è affidato perlopiù alle rimesse degli emigranti. Solo che le restrizioni imposte contro Cuba si sono accentuate ultimamente, con la banca francese Credit Mutuel ad avere bloccato i servizi di Fincimex, una società dei pagamenti dell’isola legata ai militari. E l’amministrazione Trump ha fatto lo stesso, vietando che dagli USA vengano inviati pagamenti che finiscano in un qualche modo nelle mani dei militari cubani. Western Union continua a consentire l’invio dei pagamenti verso l’isola, ma l’accredito non avviene in dollari, bensì in CUC, la valuta locale convertibile.

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Aprono gli store in soli dollari

E così, il presidente Miguel Diaz-Canel ha consentito l’apertura di una dozzina di negozi che accettano solo pagamenti in dollari e che vendono perlopiù elettrodomestici, vale a dire prodotti ad alto valore aggiunto, oltre che generi alimentari. In più, è stata soppressa l’imposta del 10% sulle transazioni in valuta americana, introdotta agli inizi del millennio per scoraggiare l’uso del dollaro. L’obiettivo dell’iniziativa è palese: incassare valuta estera, spillandola dai portafogli delle famiglie che la posseggono e che ad oggi non l’hanno utilizzata. Contrariamente a quanto si penserebbe, in questi store i prezzi sono relativamente alti, per cui gli acquisti risultano proibitivi alla stragrande maggioranza della popolazione. E di fatto, le critiche al piano non sono mancate, con la stessa stampa locale ad accusare il governo di voler creare una fascia di consumatori privilegiati.

Ma l’apertura di questi store non è l’unica risposta dell’establishment comunista al Covid. Di recente, il presidente ha ammesso in diretta TV che l’attuale sistema economico non risponderebbe più alle esigenze dei cubani, per cui bisogna cambiarlo per adattarlo in tempi di pandemia. Per questo, ha annunciato che consentirà maggiori libertà economiche al settore privato, consentendo tra l’altro alle imprese di esportare e importare, accedendo anche al commercio all’ingrosso di stato più a basso costo. Ad oggi, lo stato detiene il monopolio delle importazioni, per cui i privati possono solamente acquistare i beni dall’estero attraverso i grossisti pubblici.

Peccato che non sia la prima volta che nel paese si parli di simili riforme. Da quasi un quindicennio, cioè da quando l’allora presidente Fidel Castro si dimise per malattia, il governo promette maggiore libertà all’economia, salvo tirarsi sempre indietro alla prova dei fatti. Chissà che stavolta non sia diverso, ora che il capo dello stato non si chiama più Castro.

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