La crisi dell’Occidente non è Trump, ma gli squilibri che la Germania finge di non vedere

Il G7 del Canada ha evidenziato tutti gli squilibri economici in seno all'Occidente e che rendono USA e Germania avversari sempre più distanti.

di Giuseppe Timpone, pubblicato il
Il G7 del Canada ha evidenziato tutti gli squilibri economici in seno all'Occidente e che rendono USA e Germania avversari sempre più distanti.

Al G7 del Canada è andata in scena la crisi dei rapporti all’interno dell’Occidente. Prima ancora che mettesse piede nella provincia rurale del Quebec, a La Malbaie, il presidente americano Donald Trump aveva fatto recapitare tweet di fuoco contro il premier canadese Justin Trudeau e il presidente francese Emmanuel Macron, evidenziando loro come l’America applichi sulle importazioni dazi più bassi di quelli dei loro paesi. Il 44-esimo vertice dei 7 grandi della Terra è iniziato male ed è finito peggio, anche se apparentemente si era riusciti nel miracolo di concluderlo con un comunicato finale unitario e promettente. Tante le divisioni tra USA da una parte e Francia, Germania e Canada dall’altro, in particolare. I dazi sono stati il piatto forte delle schermaglie verbali, la Russia ha fatto il resto, con l’asse nato tra Washington e Roma sull’opportunità di reinserire Mosca tra i partecipanti al consesso internazionale.

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Al termine di 24 ore burrascose, Trump aveva girato la frittata e messo i partner con le spalle al muro: “volete il libero commercio? Ma allora che sia del tutto libero”. Ergo, niente dazi, niente restrizioni non tariffarie. Tutti hanno accettato e sottoscritto. Il presidente americano parte per Singapore in anticipo, saltando la sessione sul clima, che vale tante chiacchiere e zero fatti concreti per l’umanità. Ad ogni modo, le parvenze sull’unità ritrovata si sgretolano drammaticamente con una dichiarazione incauta del padrone di casa, che approfittando dell’addio anticipato al vertice di Trump, lo attacca definendo “un tipo di insulti” i dazi imposti dall’America su acciaio e alluminio.

Da Singapore, dove domani incontrerà il leader nordcoreano Kim Jong-Un per quello che diventerà un evento storico a tutti gli effetti, il tycoon replica durissimamente e taccia Trudeau di essere “molto disonesto e debole”, ricordandogli dei dazi del Canada al 270% sui prodotti caseari americani. Alla sua, si aggiungono altre voci ancora più critiche verso il premier canadese dall’interno dell’amministrazione americana, tra cui quella del consigliere al Commercio, Peter Navarro, che dichiara che per chi insulta Trump alle spalle esiste “un posto speciale all’inferno”. Tensione alle stelle tra Ottawa e Washington, con l’ufficio del premier canadese costretto a twittare che Trudeau non avrebbe “detto niente di diverso in pubblico rispetto a quello che aveva detto prima nei colloqui privati con il presidente (Trump)”. La Casa Bianca comunica ai partner che non terrà fede al contenuto del comunicato finale, che a questo punto considera carta straccia.

Germania e USA sempre più lontani

Un disastro per il G7, nato negli anni Settanta per coordinare le grandi economie mondiali (di allora come di oggi) e che si è rivelato fonte di divisioni apparentemente insanabili. La Germania ne esce ridimensionata come capacità di esercitare la leadership e la cancelliera Angela Merkel non va oltre a quella sua “depressione” provocatale dai dazi di Trump. Macron ostenta sicurezza e arriva ad affermare che il G7 si potrebbe tenere anche senza gli USA. Come no, magari trasformandolo in un torneo di briscola intro-europeo con le guest star di Canada e Giappone.

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Deprimente il vertice lo è stato davvero, a causa dell’assenza di progressi nel dialogo tra le parti. Tra le due sponde dell’Atlantico è in corso un dialogo tra sordi o un non dialogo. Eppure, guai a pensare che la crisi dei rapporti sia iniziata con Trump e che sia originata da qualche sua bizzarria comportamentale. Gli USA hanno chiuso il 2017 con un disavanzo commerciale di 566 miliardi di dollari, a tanto ammonta il valore delle importazioni, al netto delle esportazioni. Denaro, che va in gran parte in Cina e in Europa, che contro gli USA registrano esportazioni nette rispettivamente nell’ordine di oltre 375 e 120 miliardi. Dunque, il mondo funziona così: l’America compra ed Europa e Cina vendono. Nulla di male, certo, se non fosse che Trump noti come Pechino faccia concorrenza sleale con un capitalismo distorto, etero-diretto dallo stato, mentre l’Europa stessa, che gioca il ruolo di attore liberale nel mondo, impone sulle importazioni dazi superiori a quelli americani.

In generale, su 10 macro-categorie merceologiche, i dazi USA risultano inferiori a quelli europei in 6 casi e mediamente si attestano al 3,4% contro il 5%. Il Canada, altro campione teorico di liberalismo, impone tariffe medie del 6%. La sola Germania esporta verso gli USA 60 miliardi di dollari netti, mentre il Canada si tiene economicamente a galla proprio grazie ai consumatori a stelle e strisce. Lo scorso anno, ha venduto loro quasi 100 miliardi netti, il 6,7% del proprio pil. I tre quarti delle esportazioni canadesi ($320 miliardi) si hanno verso il vicino di casa più a sud, segno che le parole di Trudeau siano state ingenerose e persino autolesioniste, anche perché il saldo commerciale dello stato nordamericano resta complessivamente negativo.

I debiti USA finanziano le esportazioni di UE e Cina

Trump vorrebbe rimettere mano a una politica commerciale che definisce “stupida”. E’ interesse immediato di economie esportatrici come Germania e Cina resistere, ma se si guardasse al lungo periodo, si capirebbe come alle ragioni americane si dovrebbe dare ascolto per convenienza propria. Lo sta facendo la stessa Cina, che tratta già con i tecnici della Casa Bianca un riordino dei rapporti commerciali relativamente a 200 miliardi di dollari di interscambi. Perché mai i tedeschi, e per estensione la UE, dovrebbero accontentare Trump? Le importazioni degli USA avvengono a debito: gli americani spendono, creando debito pubblico e privato, complessivamente esploso quasi al 350% del pil.

La montagna di debiti che cresce di anno in anno presso la  prima economia mondiale e che vale i tre quarti del pil mondiale rappresenta motivo di destabilizzazione potenziale dell’intero pianeta. Un assaggio drammatico lo abbiamo ricevuto proprio nel 2008 con la crisi dei mutui subprime. Se oggi Washington decidesse di tagliare la spesa pubblica per tendere al pareggio di bilancio e la Federal Reserve alzasse i tassi per spronare i risparmi anemici delle famiglie, grossa parte, se non tutta, di quei 566 miliardi di acquisti netti dal resto del mondo svanirebbe. Sarebbe un contraccolpo per cinesi, tedeschi, italiani, canadesi, etc. S’innescherebbe un terremoto economico-finanziario, perché a quel punto il pianeta dovrebbe fare i conti con una superpotenza, che si comporterebbe come fosse una grande Germania, macinando esportazioni e “succhiando” ricchezza ai partner commerciali, non creandogliela.

Il vero obiettivo di Trump? Un euro più forte

Nessuno impedisce all’America di fare ciò che ritiene necessario per migliorare la sua competitività sui mercati internazionali, ma è evidente che Trump stia cercando di rimediare ad alcune storture tollerate dalle precedenti amministrazioni per ragioni non sempre economiche. E così, Washington ha accettato ad oggi di vendere auto in Europa con dazi al 10% e di importarle dall’Europa stessa con dazi al 2,5%, regalando di fatto un vantaggio competitivo al settore automotive del Vecchio Continente. Come mai una simile impostazione commerciale? Ragioni geopolitiche, sospetteremmo. La Germania andava ricompensata dopo la caduta del Muro di Berlino per creare un argine alla Russia in Europa e per avere contribuito ad abbattere l’impero sovietico.

L’euro nel mirino di Trump

Nel mirino di Trump c’è anche l’euro, moneta unica tra 19 economie, ma debole per i fondamentali della Germania, con la conseguenza che le imprese tedesche non trovano limiti nel cambio alle loro esportazioni, che valgono praticamente circa l’8% stabile del pil teutonico. Vero è che accadrebbe l’esatto opposto per le economie meno competitive dell’Eurozona, tra le quali l’Italia, per cui paradossalmente a doversi lamentare sarebbero i partner euro di Berlino, non tanto l’America in sé. Tuttavia, non si può nemmeno chiudere gli occhi dinnanzi al fatto che la Germania sia stata concausa del fallimento del primo ordine monetario post-bellico di Bretton Woods, a seguito dei suoi cronici surplus commerciali crescenti e che con l’euro stia perpetuando le stesse stonature. Trump vuole abbattere l’ordine mondiale nato dalle ceneri del comunismo nell’est Europa, impostando le relazioni diplomatiche e commerciali su un piano prettamente bilaterale. Se la Germania avesse una visione lunga delle cose, capirebbe che, fatto salvo il suo modello “export-led”, non potrebbe chiudere gli occhi dinnanzi a squilibri tanto evidenti, quanto minacciosi per la sopravvivenza dello stesso ordine su cui si regge il suo miracolo economico.

A furia di pensare che l’America sia una “piggy bank”, per dirla con le parole di Trump, ovvero un salvadanaio a cui attingere e da cui prendere le distanze a convenienza, si rischia di fare saltare il WTO, l’organo che regola il commercio mondiale da un quarto di secolo. L’asse Berlino-Pechino risulta deleterio, perché tende ad esaltare, anziché calmierare, gli squilibri alla base dei rischi globali. Tedeschi e cinesi pensano di poter continuare a sfruttare all’infinito regole distorte e scorrette per perpetuare il loro modello economico incentrato sulle esportazioni, che consente loro di superare brillantemente (per adesso) i problemi della bassa domanda interna e dovuti a fattori strutturali, come l’invecchiamento della popolazione, nel caso della Germania.

C’è una parte del mondo che risparmia e un’altra che s’indebita. La prima finanza la seconda e le offre le risorse necessarie per continuare a comprare da essa. E’ un equilibrio fragile, che traballa vistosamente per la percepita insostenibilità della condizione presso la superpotenza del pianeta. Se la crescita del pil negli USA smettesse – e i segnali di rallentamento nell’ultimo decennio vi sono tutti, al netto della crisi – di superare la corsa del debito, il castello di carta verrebbe giù e l’economia troverebbe un suo riequilibrio drastico e stavolta davvero pericoloso per il resto del mondo. In fondo, importare significa sottrarre domanda alle proprie imprese. Non si può pensare che alcune economie accettino di subire regole per le quali debbano quasi per statuto diventare i consumatori dei beni prodotti da altri. Il G7 ha svelato le furbizie di ciascuno, ma siamo ben lungi dal trovare una soluzione di compromesso.

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Argomenti: Economia Europa, Economia USA, Germania, Presidenza Trump