La crisi dello spread è già costata centinaia di miliardi al sistema Italia, a rischio consumi e investimenti

La crisi dello spread si starebbe già facendo sentire, risultando "bruciate" in pochi mesi centinaia di miliardi di euro. Ecco perché e quali effetti sta provocando il boom dei rendimenti sovrani.

di Giuseppe Timpone, pubblicato il
La crisi dello spread si starebbe già facendo sentire, risultando

Lo spread sopra i 300 punti base inizia a mordere? Ieri, il dato Istat sul pil nel terzo trimestre ha fornito la foto di un’economia italiana già stagnante. Nulla di realmente sorprendente. La frenata c’è stata in tutta l’Eurozona e va avanti dall’inizio dell’anno, dopo un 2017 che aveva sorpreso in positivo. E se già l’Italia andava a rilento quando le altre economie europee correvano, naturale che adesso sia ferma se le altre hanno decelerato il passo. Tuttavia, in quella variazione congiunturale nulla potrebbe celarsi qualche peculiarità nazionale, come le tensioni finanziarie di questi mesi. L’ultimo rapporto mensile dell’Abi e relativo al mese di settembre parla di prestiti a famiglie e imprese per 1.329 miliardi di euro, in calo dai 1.367,7 miliardi di aprile, il mese precedente all’esplosione dello spread in concomitanza con le trattative tra Movimento 5 Stelle e Lega per la nascita del governo giallo-verde.

Come la crisi dei BTp entra in banca per via dell’alto spread

Dunque, vuoi per coincidenza, vuoi per conseguenza, la lievitazione dei rendimenti sovrani sarebbe stata già accompagnata a una contrazione dei prestiti all’economia privata per poco meno di 40 miliardi di euro (-2,8%). Minori prestiti alle famiglie significano minori consumi di beni durevoli (elettrodomestici, auto, mobili, etc.) e un calo degli acquisti di immobili finanziati con il mutuo, mentre minori prestiti alle imprese implicano una riduzione degli investimenti.

Se la crisi dello spread sembra entrata in banca, di per sé qualche danno lo avrebbe già comportato per i possessori dei bond. I titoli di stato in circolazione ammontano a quasi 2.000 miliardi di euro su un debito pubblico complessivo di 2.300 miliardi. Di questi, 650 miliardi o poco più risultano in mano a investitori stranieri, il resto a investitori domestici, ovvero famiglie, banche, assicurazioni e fondi residenti nel Bel Paese. Per semplicità di ragionamento, vogliamo escludere il fatto che parte degli stessi BTp in mano a banche e fondi esteri siano posseduti indirettamente dalle stesse famiglie italiane, che hanno investito in queste entità straniere. Ne consegue che, svalutandosi i prezzi, il valore dei BTp in mano al sistema Italia si sia ridotto. Di quanto?

Quanto ci è già costata la crisi dello spread

Bisognerebbe effettuare un calcolo preciso emissione per emissione. Facendo i conti della serva, sappiamo che la durata media residua dei bond tricolori emessi dal Tesoro è di 7 anni. Immaginando che tutti i titoli di stato italiani in circolazione scadano tra 7 anni e sapendo che dal 15 maggio scorso – data di inizio della crisi dello spread – le quotazioni del bond settennale sono diminuite del 9,5%, applicando la stessa percentuale a tutti i bond, otteniamo che complessivamente questi si sarebbero svalutati di quasi 130 miliardi di euro. Che cosa significa? Se il signor Mario Rossi a metà maggio possedeva titoli di stato italiani per un valore di mercato di 10.000 euro, adesso quegli stessi titoli gli varranno 9.050 euro. In realtà, si tratta solo di perdite virtuali, che si materializzerebbero nel caso in cui effettivamente avesse acquistato i BTp a maggio e li rivendesse oggi. Chi li ha acquistati per tenerli fino alla scadenza non rischia nulla, mentre chi lo ha fatto confidando in un aumento dei prezzi, subirà o ha già subito qualche batosta.

Va detto, ad onor del vero, che già prima della nascita del governo giallo-verde, le condizioni di mercato apparivano abbastanza negative in prospettiva per i bond, visto che la BCE segnalava da mesi di volersi accingere a uscire dall’accomodamento monetario di questi anni. In buona sostanza, difficile che famiglie, fondi e banche italiane abbiano acquistato BTp, per giunta in piena incertezza politica, la scorsa primavera con l’intento di rivenderli a prezzi più alti qualche mese dopo. Ad ogni modo, la svalutazione esiste e non depone in favore di quanti si trovassero costretti per ragioni di liquidità a rivendere i bond per incassare contante. Non solo, perché oltre ai titoli di stato sono state colpite anche le quotazioni di azioni e obbligazioni italiane, sebbene vada riconosciuto che parte dei cali stiano avvenendo anche all’estero per ragioni che esulano dal caso italiano.

Piazza Affari capitalizzava all’inizio dell’anno poco meno di 650 miliardi di euro, arrivando alla metà del maggio scorso a oltre 720 miliardi, salvo ripiegare ai circa 570 miliardi di oggi. Dunque, l’impennata dello spread avrebbe contribuito a “svalutare” di 150 miliardi anche i titoli azionari. E per quanto il mercato obbligazionario corporate abbia retto meglio di quello sovrano, anche qui si sono intravisti i cali. Vero è, però, che così come non tutti gli investitori italiani puntano su Piazza Affari e sui corporate bond tricolori, nemmeno tutta la capitalizzazione di questi due mercati è in mano ai residenti. Ad ogni modo, il sistema Italia ha “bruciato” con lo spread a 300 sui 340 miliardi di euro solo tra borsa e BTp, in larga parte ai danni di soggetti domestici. Indipendentemente dall’atteggiamento che assumeranno le banche nei prossimi mesi o che avranno già iniziato ad assumere, entra in gioco l’effetto ricchezza, quel meccanismo psicologico per cui se mi sento meno ricco, spendo di meno. E tra BTp in caduta verticale, azioni e bond privati in calo, di ragioni per sentirsi, se non meno ricchi, meno sicuri di prima ve ne sono. Specie, se qualche solone dall’estero lancia proposte demenziali come una super patrimoniale del 20% su tutti i beni degli italiani.

La verità sui mutui, ecco cosa accade con il boom dello spread

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Argomenti: bolla finanziaria, Crisi economica Italia, Economia Italia, Spread