La crisi delle banche tedesche e lo strabismo della BCE, che bacchetta solo le italiane

Banche italiane sotto i riflettori della BCE per i troppi BTp a bilancio, ma a Francoforte dimenticano di richiamare la Germania sulla sua crisi del credito.

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Banche italiane sotto i riflettori della BCE per i troppi BTp a bilancio, ma a Francoforte dimenticano di richiamare la Germania sulla sua crisi del credito.

Non solo Deutsche Bank e Commerzbank. La crisi delle banche in Germania si allarga a Nord/LB, settimo istituto tedesco con attivi che superavano i 148 miliardi al 31 marzo scorso e che rischia il “bail-in”. La banca con sede ad Hannover è gravata da un’altissima percentuale di esposizioni a rischio, pari a 45,3 miliardi, a causa dei prestiti legati al comparto navale, che tanti danni provoca da anni ai creditori tedeschi.

Il CET 1 è di solo il 6,75%, ma attraverso un piano di ristrutturazione e ricapitalizzazione dovrebbe tendere al 14% entro fine anno. Il problema è che il tentativo di dare vita a un salvataggio privato è fallito, tanto che adesso Nord/LB può definirsi a tutti gli effetti “la Carige della Germania”.

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Già oggetto di un salvataggio pubblico da 3,3 miliardi nel 2012, anche stavolta si parla di una ricapitalizzazione da 3,6 miliardi. Qual è il punto? Gli azionisti sono i Laender e le casse di risparmio di Bassa e Alta Sassonia e le casse di risparmio del Meclemburgo-Pomerania occidentale, vale a dire soggetti pubblici. I tedeschi stanno cercando di convincere le autorità europee che l’eventuale aumento di capitale a loro carico non si configurerebbe come aiuti di stato per il solo fatto di essere entità pubbliche.

Inutile notare come l’operazione rischi di esacerbare lo scontro tra Germania e Italia, quando già nei giorni scorsi ha fatto discutere la dichiarazione rilasciata dall’ex direttore generale della Banca d’Italia, Salvatore Rossi, secondo cui il “bail-in” fu imposto al Sud Europa proprio da Berlino, che dopo avere salvato le sue banche negli anni precedenti con centinaia di miliardi di euro di soldi pubblici, non intendeva più concedere una simile opzione agli altri stati, anche per effetto della sfiducia che si era creata sui mercati riguardo alla tenuta dei sistemi bancari.

Lo strabismo della BCE

Fatto sta che dalla BCE non arrivano certo rimproveri al suo principale azionista sulla gestione della crisi bancaria in corso, se è vero che nel pubblicare il Financial Stability Review semestrale, il numero due dell’Eurotower, lo spagnolo Luis de Guindos, oggi ha avuto parole dure contro le banche italiane, le cui esposizioni verso il debito sovrano nazionale sarebbero rimaste stabili negli ultimi mesi, ma comunque su livelli molto alti, insieme a quelle del Portogallo, vedendo accrescere i rischi al proprio grado di patrimonializzazione nel caso di lievitazione dei rendimenti.

Alla fine di aprile, le banche italiane detenevano oltre 403 miliardi di BTp, ai massimi da 2 anni. Strano che nemmeno la Vigilanza, guidata da mesi dall’italiano Andrea Enria, abbia trovato il tempo per accendere i fari sulle banche tedesche, le cui esposizioni dubbie comportano rischi per l’Eurozona non certo inferiori allo “snowball effect” temuto per tutta l’area, in conseguenza di eventuali tensioni sui mercati italiani.

Perché la Germania vuole che le banche italiane abbiano poco debito pubblico?

Tre delle maggiori banche in Germania soffrono di sotto-capitalizzazione e il governo di Berlino si accinge a salvarne almeno una con soldi pubblici, quando già possiede oltre il 15% di un’altra (Commerzbank), a seguito di un salvataggio statale nel 2009. Perché mai le banche italiane dovrebbero dismettere BTp, così da allentare il legame tra i loro bilanci e i conti pubblici tricolori, quando quelle tedesche risultano direttamente partecipate da stato e Laender e vengono salvate da questi soggetti, anche in barba alle regole del “bail-in”?

Ricordiamo che esse prevedono che l’intervento pubblico sia possibile, ma dopo che almeno sia stato applicato il “burden sharing”, ossia la condivisione delle perdite da parte di (nell’ordine) azionisti, obbligazioni subordinati e senior e, infine, dei correntisti sopra i 100.000 euro per non meno dell’8% della massa passiva. Ma se gli azionisti sono già soggetti pubblici, di fatto gli “stakeholders” privati vengono esentati dal partecipare alle perdite, per cui il “bail-in” diventa una presa in giro e ai danni della sola Italia, l’unico ad averne applicato le direttive persino in anticipo sui tempi dell’entrata in vigore, con i salvataggi frettolosi e pasticciati di fine 2015.

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