La crisi dell’Area Euro è grave come quella del 2011?

Il 2019 rischia di essere un altro 2011 per l'Eurozona? Ecco il confronto con quell'anno e perché, per certi versi, siamo messi anche peggio.

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Il 2019 rischia di essere un altro 2011 per l'Eurozona? Ecco il confronto con quell'anno e perché, per certi versi, siamo messi anche peggio.

L’economia nell’Eurozona ha rallentato vistosamente negli ultimi mesi, crescendo nel secondo e terzo trimestre del 2018 dello 0,2% congiunturale. L’Italia è entrata formalmente in recessione, avendo registrato un calo del pil per due trimestri consecutivi, mentre la Germania ha evitato l’ufficialità della contrazione, sebbene rischi di cadervi ugualmente entro la prima metà di quest’anno, specie per le convulsioni del suo comparto auto.

Ad ogni modo, per adesso non sembra che l’area sia diretta nel suo complesso verso la recessione, il che non rende meno grave quanto stia accadendo. Il capo-economista della BCE, Peter Praet, ha oggi dichiarato che l’istituto discuterà “molto presto” del varo di una nuova asta T-Ltro, anche se ha messo le mani avanti sui tempi dell’annuncio, chiarendo che non è detto che una decisione sarà presa già al prossimo board di metà marzo.

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I segnali di un ulteriore allentamento monetario si sono moltiplicati nelle ultime settimane, un paradosso per una banca centrale, che non più tardi di un mese e mezzo fa chiudeva i rubinetti della liquidità con la sospensione del “quantitative easing”. E ancora all’ultimo board di gennaio, emetteva un comunicato ufficiale con il riferimento al mantenimento dei tassi al livello attuale “fino all’estate 2019”, di fatto segnalando il loro possibile rialzo dalla seconda metà di quest’anno.

Il deterioramento delle condizioni macro sta riguardando un po’ tutta l’area, sebbene l’Italia sia attualmente l’economia più colpita, essendo stata già molto debole negli anni di ripresa economica dell’area. Rispetto al 2011, però, nemmeno il nostro Paese sembra per il momento in condizioni così gravi. I rendimenti sovrani, pur molto più alti rispetto al resto dell’Eurozona, continuano a restare storicamente bassi. I decennali oggi viaggiano al 2,8%, arrivarono al 7,4% verso la fine di 8 anni fa. In termini reali, parliamo di un 1,5% odierno contro il 3% di allora. E giustamente, pur rilevando la gravità, l’ex premier Mario Monti ha potuto dichiarare in questi giorni che, a differenza del 2011, oggi l’Italia sarebbe in una situazione non di emergenza.

Insomma, la situazione è seria, ma non grave come allora. Tant’è che continuiamo a spendere per interessi sul debito pubblico una percentuale storicamente bassa, pari al 3,6% del pil nel 2018, che se da un lato ci colloca al primo posto in tutta la UE, dall’altro si mostra nettamente inferiore al 4,5-5% degli anni pre-QE.

Il confronto con il 2011

In effetti, a tenere a galla l’economia nell’unione monetaria è stata negli ultimi anni la BCE con le sue manovre monetarie ultra-espansive, tra tassi azzerati (e negativi sui depositi bancari), QE e maxi-dosi di liquidità iniettate alle banche. Nel 2011, non fu così. Anzi, in tarda primavera il governatore Jean-Claude Trichet tornava ad alzare i tassi, decisione scellerata e bocciata dai mercati a colpi di spread alle stelle nel sud e tramite una tempesta finanziaria, che mesi dopo rischiò seriamente di porre fine all’euro. I tassi erano sì molto bassi e all’1%, ma superiori a quelli americani, per cui il cambio euro-dollaro restava forte, in area 1,40-1,50, colpendo le esportazioni delle economie come l’Italia, che prive di una domanda interna robusta, di fatto rimasero disarmate nel combattere i venti di crisi.

Chiarito come il 2019 non sembra somigliare più di tanto il 2011, bisogna ammettere che per certi versi stiamo messi peggio di allora. Anzitutto, ai tempi la politica fiscale risultava complessivamente espansiva, figlia del collasso economico del 2008-’09, che rese necessario il ricorso all’indebitamento per sostenere la domanda interna, anche se il deficit perlopiù esplose per i salvataggi bancari dei vari governi, Germania in primis, oltre che per il crollo delle entrate tributarie per via della crisi. In un certo senso, a fronte di una politica monetaria meno espansiva di oggi, quella fiscale fu improntata al sostegno delle economie. Il contrario di adesso, insomma. Il deficit medio nell’Eurozona è sceso sotto l’1% del pil, ma esso riflette avanzi primari, persino consistenti al nord, e disavanzi al sud.

La Germania, ad esempio, chiude i bilanci in attivo dal 2014 e ha visto scendere il suo debito pubblico dall’oltre l’80% del 2012 al 60% o meno atteso per quest’anno.

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Ancora una volta, dovrà essere la BCE a cercare di frenare o arrestare gli effetti della crisi, pur muovendosi tra la salvaguardia delle apparenze – l’istituto ha come unico mandato il mantenimento della stabilità dei prezzi – e la necessità di mettere in salvo il progetto dell’euro dalle asimmetrie macro nell’area, che rischiano di farla saltare. E qui arriviamo al vero grande problema di questa fase, che ancora non si riscontrava nel 2011: l’euro-scetticismo. Quando l’Italia fu colpita dallo spread, nessuno osò mettere in discussione la nostra appartenenza alla moneta unica, anzi il governo Berlusconi dovette fare le valigie in fretta e furia per sloggiare da Palazzo Chigi, accusato da avversari, stampa, rappresentanti di categoria e alleati europei di minacciare l’euro con la sua inettitudine. Ovunque, per quest’ultimo il consenso era granitico. Anni di cattiva gestione della crisi hanno finito per renderlo più fragile che mai.

L’Italia è governata oggi da una maggioranza euro-scettica e già questa è storia. La Grecia cercò inutilmente nel 2015 di contrastare le politiche di austerità fiscale con il governo Tsipras, salvo perdere la sfida e dovere accettare un terzo “bail-out” da 86 miliardi. L’anno dopo, il Regno Unito decideva per referendum di uscire dalla UE, mentre le formazioni euro-scettiche hanno preso piede ovunque, entrando persino al Bundestag da terzo gruppo per numero di deputati, scompigliando le carte in Svezia, andando al governo in Austria, sfiorando l’ingresso all’Eliseo in Francia e alle elezioni anticipate di aprile, dovrebbero per la prima volta entrare in Parlamento in Spagna con Vox, forse con un potere decisivo per le sorti della futura maggioranza.

Mai come oggi, quando mancano 5 mesi alle elezioni europee, l’euro e le istituzioni comunitarie appaiono progetti così avversati da una fetta crescente dell’opinione pubblica. E la crisi non farebbe che aumentare il senso di rigetto per una unione monetaria con tutta evidenza disfunzionale.

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L’assenza di una prospettiva concreta

Il presidente francese Emmanuel Macron ci aveva provato subito dopo la sua vittoria nel maggio di due anni fa a smuovere le acque con la rivendicazione di un progetto europeista, teso a rilanciare l’Eurozona e farne il perno della UE a 27 stati. Dove ha sbagliato? Nel non capire che ai tedeschi non interessa una politica fiscale comune a completamento dell’unione monetaria, perché non hanno intenzione di condividere i rischi sovrani con stati come Italia e la stessa Francia, i cui conti pubblici sono storicamente tutt’altro che ordinati. Viceversa, Macron puntava proprio alla nascita di un Tesoro unico europeo, con l’obiettivo di consentire al suo paese, oltre che al resto del sud, di beneficiare della maggiore credibilità di una politica fiscale accentrata per salvaguardare almeno l’essenza del proprio modello economico-sociale, senza che ciò mettesse a repentaglio l’integrità dell’area. La Germania lo aveva capito prima ancora che Parigi presentasse la sua proposta e, non a caso, ha sinora risposto sempre “nein”.

La sfiducia dei mercati verso la struttura della moneta unica aggrava i problemi di stati come l’Italia, che non riescono a far valere quell’oltre quarto di secolo di avanzi primari, pagando salati gli interessi sul debito. Lo scontro con i commissari, non una novità di questa fase “sovranista”, ha accentuato la percezione del rischio verso i nostri bond, rendendoli dei paria nel contesto europeo. Se in primavera ci venisse richiesta da Bruxelles una manovra correttiva dei conti pubblici, torneremmo alle tensioni politiche e finanziarie dell’autunno scorso e dalle quali ci siamo solo marginalmente ripresi. A sua volta, però, pretendere tagli di spesa e/o aumenti di tasse per 5-10 miliardi a recessione in corso segnala l’assenza di comprensione che nell’Eurozona si ha dei meccanismi dell’economia. Una cosa è il giusto richiamo alle riforme di stimolo della crescita nel medio-lungo periodo, un’altra aggravare la crisi con l’indebolimento della domanda interna, quando quella esterna (esportazioni) sta venendo meno per via delle tensioni commerciali e il rallentamento della congiuntura internazionali.

Il 2019 non è un nuovo 2011, semplicemente perché la storia non si ripete mai identica. Per alcuni aspetti, sembriamo più attrezzati di allora per reagire alla crisi, avendo la BCE nel frattempo messo in campo tutte le misure possibili per evitare la caduta dei prezzi. Per altri, stiamo messi peggio: il debito pubblico quasi ovunque è cresciuto in rapporto al pil, riducendo i margini di manovra sul piano fiscale e una percentuale sempre più sottile di cittadini appare ormai disposta a compiere nuovi sacrifici, accettando nuove stangate dai governi. Infine, la stessa BCE ha esaurito il novero degli strumenti disponibili per sostenere l’economia. Non a caso, il messaggio che Draghi lancia a stati come la Germania è lo stesso da anni: “chi ha margini, li utilizzi”. Insomma, chi può, spenda, a beneficio del resto dell’area. Difficile, anche volendo, che solo così si possa evitare una nuova crisi nel sud, mentre improbabile appare che la Germania accetti di dotare la UE di un bilancio significativo, alimentato dalle entrate di tutti i membri, da utilizzare in funzione anti-ciclica. E visto il fallimento del roboante maxi-piano Juncker da 300 miliardi di investimenti, avrebbe pure ragione. La tragedia dell’Europa di oggi sta tutta qui, nell’essere diventata una cappa per le singole economie e priva di una prospettiva positiva credibile per i popoli.

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