La crisi dell’acciaio non ferma il dumping della Cina con il boom di offerta

Crisi dell'acciaio scatenata dagli eccessi produttivi in Cina, dove l'industria non segnala alcuna intenzione di collaborare con i partner stranieri.

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Crisi dell'acciaio scatenata dagli eccessi produttivi in Cina, dove l'industria non segnala alcuna intenzione di collaborare con i partner stranieri.

Sono giornate positive per l’acciaio, che alla Borsa di Shanghai anche stamattina ha chiuso con quotazioni in crescita per la quarta seduta consecutiva, mettendo a segno un rialzo del 19% solo questa settimana e di ben il 54% dall’inizio dell’anno. Una tonnellata vale adesso 430 dollari, il livello più alto degli ultimi 13 mesi. Cosa stia sostenendo i prezzi non è difficile capirlo. Nel 2015, l’acciaio, così come le altre materie prime, ha accusato un duro colpo dal rallentamento dell’economia cinese. Le cose non vanno meglio a Pechino quest’anno, ma la novità è che il governo intende stimolare la crescita con un sostegno alle infrastrutture, ravvivando il settore delle costruzioni, che è alla base della produzione del metallo. Secondo Credit Suisse, la domanda in Cina potrebbe aumentare del 10% nel 2016. Resta il fatto, che proprio il rally dei prezzi starebbe stimolando la produzione cinese, già in eccesso rispetto alla domanda per non meno di 340 milioni di tonnellate su un’offerta nazionale complessiva di 822 milioni, corrispondente a circa la metà di quella globale. In altri termini, quello che l’industria siderurgica cinese non riesce a vendere in questo momento sul mercato equivale a quattro volte la produzione degli USA.

Crisi acciaio non arresta produzione Cina

A marzo, la produzione cinese ha registrato il record di 70,65 milioni di tonnellate e un’indagine da Custeel ha trovato che dall’inizio dell’anno 68 acciaierie nel paese asiatico, la cui capacità complessiva sarebbe di 50 milioni di tonnellate, avrebbero ripreso a produrre. Le imprese minori avrebbero aumentato il grado di utilizzo degli impianti dal 51% di gennaio all’attuale 58%. Per le imprese maggiori, si è passati dall’84% all’87%, secondo Mysteel. Grazie alla risalita dei prezzi, l’utile medio per tonnellata in Cina è cresciuto nel range 500-600 yuan (77-93 dollari), il livello più alto in due anni.

Si tratta di una notizia in sé dalla valenza doppia: da un lato, incentiva la siderurgia cinese ad aumentare la produzione, dall’altro potrebbe spingerla a trovare sbocco maggiormente sul mercato domestico.      

L’appello delle altre economie produttrici

Nel resto del pianeta è allarme sovrapproduzione. Lunedì, i rappresentati di oltre 30 paesi produttori si sono riuniti a Bruxelles, dove hanno lanciato un appello alla Cina, perché contribuisca a ridurre l’eccesso di offerta. Si tratta di UE, USA, Turchia, Canada, Giappone, Messico, Sud Corea e Svizzera. Nell’ultimo quarto di secolo, la produzione cinese è aumentata di 12 volte, quella europea è diminuita del 12%, quella americana è rimasta sostanzialmente invariata. Se solo la Cina tornasse ai livelli del 2011, quando l’eccesso di offerta era stimato in 34 milioni di tonnellate, la crisi siderurgica rientrerebbe. Eppure, da Pechino non sono arrivate aperture. L’agenzia governativa Xinhua ha replicato a muso duro alla riunione di Bruxelles, accusando le potenze straniere di tendenze protezionistiche.

Dumping cinese su acciaio continua

Viceversa, i governi e le associazioni del settore di quei paesi accusano apertamente la Cina di praticare una politica di dumping, basata su sussidi statali alla produzione, che cerca di scaricare all’estero gli eccessi di offerta, come dimostra il boom delle esportazioni registrato nel 2015, quando sono state vendute 112 milioni di tonnellate di acciaio cinese fuori dai confini nazionali. Nel tentativo di porre un freno alla crisi, USA e UE hanno applicato dazi temporanei contro le esportazioni cinesi, ma al momento non si vedono grossi benefici. Una soluzione vera arriverebbe solo con il ritiro dei sussidi da parte di Pechino, in modo che la produzione interna segua le condizioni effettive del mercato. A rischio, però, ci sarebbero milioni di posti di lavoro, cosa che il governo cinese non potrebbe permettersi di sostenere, in una fase di rallentamento già in atto della sua economia ai minimi dal 1990.

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