La crisi della Turchia è solo iniziata, ora Erdogan costretto al rimpasto

Governatore centrale destituito e genero del presidente dimessosi da ministro dell'Economia. Ankara cade a pezzi e il peggio deve arrivare.

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Si aggrava la crisi in Turchia

Il presidente turco Recep Tayyip Erdogan avrebbe dovuto sapere che la storia è costellata da parenti nominati a capo di istituzioni e che nel momento del bisogno “tradiscono” i loro mentori. Con i generi, poi, non si va molto lontani. In Italia, Galeazzo Ciano finì fucilato al muro per avere sfiduciato il suocero Duce. Per fortuna, non siamo agli stessi livelli di dramma, ma le dimissioni di Berat Albayrak da ministro delle Finanze sono state uno choc in Turchia. Annunciate ieri dal profilo Instagram e motivate da ragioni di salute, non pare fossero state portate preventivamente a conoscenza di Erdogan, che ha risposto a distanza di ben 24 ore con la nomina di Lufti Elvan, ex ministro delle Infrastrutture e dello Sviluppo nei precedenti governi e già a capo della Commissione Bilancio del Parlamento.

Un paio di giorni prima, Erdogan aveva licenziato il governatore della banca centrale, Murat Uysal, nominando al suo posto Naci Agbal, ex ministro delle Finanze e pare inviso proprio al genero. Uysal era stato a sua volta nominato nell’estate del 2019 al posto di Murat Centinkaya, ritenuto responsabile della politica degli alti tassi d’interesse e fortemente contrastata dal governo.

In pratica, Erdogan avrebbe implicitamente riconosciuto l’errore di avere imposto alla banca centrale una linea di politica monetaria scriteriata, alla base della grave crisi della lira turca. Questa è arrivata a perdere quest’anno il 30% contro il dollaro e dalle dimissioni di Albayrak e il rimpiazzo di Uysal è risalita del 3,5%. Il mercato si attende una stretta sul costo del denaro, anche perché nel caso contrario non si capirebbe il perché del licenziamento dell’ex governatore.

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La caduta di Albayrak

Albayrak era stato promosso a ministro delle Finanze dopo una carriera fulminea dentro l’Akp, il partito islamico-conservatore del presidente.

La sua figura ha indisposto svariati dirigenti, che rispetto al genero di Erdogan ritenevano e speravano di avere le carte in regola per arrivare al governo e a posizioni di prestigio nel partito. Di lui, poi, si parlava quale futuro successore dello stesso Erdogan, sebbene questi non segnali di voler andare in pensione presto. Per questo, l’addio senza complimenti di Albayrak ha creato imbarazzo e persino sdegno nella maggioranza. Le dimissioni sono state recepite come un atto di irriconoscenza nei confronti di chi lo aveva premiato forse fin troppo immeritatamente.

Il punto è che il 42-enne ha sentito su di sé le forti pressioni politiche e dell’opinione pubblica perché si facesse da parte. La lira è implosa sui mercati, le partite correnti viaggiano al -5% del PIL, gravate anche dal crollo delle presenze turistiche a causa della pandemia. La banca centrale ha usato ben 100 miliardi di dollari nel tentativo di difendere il cambio tenendo i tassi bassi e ha rimediato un’inflazione quasi al 12%, quando quasi ovunque nel mondo si mostra negativa, azzerata o di poco positiva, nonché riserve valutarie lorde di soli 42,2 miliardi, che al netto delle operazioni swaps risultano da mesi negative. Questo, a fronte di esposizioni con l’estero totali (pubbliche e private) per 181 miliardi di dollari entro i prossimi 12 mesi. In pratica, il settore pubblico, molte aziende e banche rischiano il default per l’impossibilità di ripagare i debiti in dollari, euro e altre valute forti, non tanto per l’entità di questi ultimi.

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Turchia verso tempi cupi

Il nuovo governatore dovrà necessariamente alzare i tassi e pure di diversi punti, se vorrà ripristinare un minimo di fiducia sui mercati e fermare il collasso della lira. La stretta, già materializzatasi a settembre con un rialzo di 200 punti al 10,25%, non potrebbe arrivare in un momento peggiore.

L’economia turca arretra per l’emergenza Covid, la disoccupazione sale da due anni e supera stabilmente il 13% e il potere di acquisto delle famiglie si riduce drasticamente.
Eppure, sempre che Erdogan lasci fare, non ci sono alternative. La presa d’atto che la gestione dell’economia, in grossa parte affidata al genero negli ultimi anni, sia stata a dir poco disastrosa. E chissà se le dimissioni di Albayrak siano state una mossa disperata di questi per sparire dai radar durante l’emanazione di misure che si preannunciano impopolari. Chissà, infine, se siano state concordate con il suocero presidente o se davvero questi sia caduto dalle nuvole. Di certo c’è l’arrivo di tempi duri per la Turchia, proprio mentre Erdogan apre fronti di “guerra” ovunque, dalla Libia al conflitto armeno-azero, passando per gli USA e l’Europa. E la molto probabile presidenza di Joe Biden a Washington non lascia supporre alcunché di positivo per Ankara, che subirà ancora più pressioni geopolitiche di quelle che ha avuto in questi ultimi quattro anni con Donald Trump.

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