La crisi della Tunisia che alimenta gli sbarchi sulle coste italiane non finirà presto

L'economia nello stato nordafricano va male da troppo tempo e le condizioni di vita non sono granché migliorate con la Primavera Araba.

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L'economia nello stato nordafricano va male da troppo tempo e le condizioni di vita non sono granché migliorate con la Primavera Araba.

La Primavera Araba ebbe inizio qui, quando ormai quasi una decina di anni fa un giovane venditore ambulante si diede fuoco per protestare contro le angherie della polizia, che gli aveva sequestrato il furgone con cui lavorava, chiedendogli sottobanco una mazzetta per riconsegnarglielo. La sua agonia durò diversi giorni in ospedale prima di spirare, ma quel grido di dolore contro la miseria e la corruzione dell’autocrazia di Ben Alì ne provocò la cacciata e divampò in tutto il mondo mussulmano, portando di lì a poco alla caduta anche di Hosni Mubarak in Egitto e di Muhammar Gheddafi in Libia.

La crisi della Tunisia, là dove nacque la Primavera Araba

La Tunisia è stata definita in questi anno un esempio positivo di quella esperienza, che altrove non ha lasciato granché segni apprezzabili, anzi! Dopo la dittatura è arrivata la democrazia, pur litigiosa, mentre le condizioni di vita non sembrano essere migliorate. Nei giorni scorsi, il presidente Kais Saied ha nominato nuovo primo ministro Hisham Mechichi, già ministro dell’Interno, il quale possiede una qualità apparentemente positiva in questa fase: non ha alcun partito alle spalle. Il premier uscente Elyes Fakhfakh si è dimesso per non essere sfiduciato da Ennahda, il partito islamista che detiene la maggioranza relativa in Parlamento e che esprime lo speaker Rached Ghannouchi.

Questi, che di Ennahda è anche il leader, è guardato con estremo sospetto in patria, così come all’estero, per le sue relazioni piuttosto strette con il presidente turco Recep Tayyip Erdogan e il suo sostegno alle milizie islamiste in Libia.

Il fallimento della Primavera Araba

Sul piano politico, la Tunisia si rivela sempre più polarizzata tra i fautori dell’islamismo e artefici della rivoluzione del 2010-2011 e i partiti secolari, spesso nostalgici del regime di Alì.

I secondi stanno guadagnando consenso sulla disillusione crescente che la popolazione nutre verso il nuovo corso. In quasi 10 anni, il pil è cresciuto di appena il 20% e quello pro-capite, che si aggira sui 3.600 euro all’anno, di non oltre il 10%. La disoccupazione è aumentata al 16% attuale, salendo al 35% tra i giovani. Relativamente bassa l’inflazione, che con un tasso annuo nell’ordine del 5-6% risulta, in ogni caso, superiore all’era pre-democratica.

Del resto, il dinaro si è deprezzato del 50% nel frattempo, senza che le esportazioni del paese se ne siano giovate, se è vero che il disavanzo commerciale resti attorno al 15-20% del pil, un livello spaventosamente elevato e che denota l’assenza di competitività delle imprese locali. Male anche i conti pubblici, con il debito schizzato dal 40% al 65% in meno di un decennio, a causa degli elevati deficit di bilancio e della scarsa crescita. E di certo la situazione non sta evolvendosi positivamente, tra caduta del pil per l’emergenza Covid e le proteste sociali, specie nel sud del paese, che hanno portato tra l’altro al blocco delle trivellazioni.

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Escalation di tensioni nell’area

In buona sostanza, la Tunisia possiede tutti gli ingredienti per scatenare una crisi drammatica anche sul piano dell’ordine pubblico. Un assaggio lo stiamo avendo in queste settimane con gli sbarchi, non di disperati, come saremmo portati a credere, bensì del ceto medio tunisino, quello che non tollera più di vivere in un paese così mal governato e senza grosse prospettive. Lo sbarco in Sicilia di un clandestino con il barboncino è stato lo specchio di questa nuova realtà, tutt’altro che prossima alla conclusione.

La Tunisia è una democrazia fragile, giovane e inefficiente anche per le spinte esterne. La Turchia sta destabilizzandola, accentuando la frattura tra islamisti e laici. Lo scorso anno, il presidente Saied riusciva a stravincere le elezioni con una piattaforma programmatica tutta improntata alla lotta alla corruzione e all’insegna della trasparenza e forse gli è stato più di tutti di aiuto l’aver corso senza un partito dietro.

L’uomo, fine giurista, non è andato d’accordo con il premier uscente e men che meno vede di buon occhio la politica estera di Ennahda.

Le tensioni in Libia rischiano di straripare in questo pezzo di Nord Africa, un’area del mondo in cui si stanno scontrando due fronti geopolitici contrapposti: da una parte Egitto e Arabia Saudita e dall’altra Turchia e Qatar. L’Europa, l’America e la Russia sostengono il primo fronte, temendo l’avanzata islamista. Ankara cerca di approfittare di queste situazioni di caos locale per allungare le mani sul mondo mussulmano, puntando ad assumerne la leadership al posto dei sauditi.

In questo quadro, risulta difficile credere che il nuovo governo di Tunisi, sempre che riesca a nascere, vada lontano. Ad oggi, la neutralità assicurata sulla Libia è stata percepita più che altro come un cedimento agli islamisti interni ostili alle truppe del generale Haftar. Cosa accadrà con un quadro politico nuovo? E quale sarà il limite della sopportazione economica della popolazione, specie quella più giovane, sfinita da anni di mancati risultati tangibili della svolta democratica?

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