La crisi della Grecia e la bufala della Germania che vuole espropriare le case

L'Europa vuole davvero espropriare i proprietari delle case in Grecia per fare un favore alle banche? Ecco come stanno le cose.

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L'Europa vuole davvero espropriare i proprietari delle case in Grecia per fare un favore alle banche? Ecco come stanno le cose.

Quando c’è di mezzo lo scontro tra Grecia da una parte e creditori della Troika (UE, BCE e FMI) dall’altra, la prima vittima da anni sembra essere un’informazione obiettiva. Così, negli ultimi giorni abbiamo appreso, non senza sgomento, che la Germania starebbe bloccando il rilascio di 1 miliardo di euro ad Atene, pretendendo che il governo Tsipras consenta il pignoramento delle prime case.

Cosa c’è di vero in tutto ciò? Iniziamo dai fatti: su pressione di Berlino, tramite il ministro delle Finanze, Olaf Scholz, lunedì l’Eurogruppo ha rinviato ad aprile lo sblocco del suddetto miliardo in favore della Grecia, lamentando la mancata attuazione di 16 riforme, tra cui le privatizzazioni e la pignorabilità delle prime case.

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Facciamo una premessa. I 970 milioni che l’Eurogruppo dovrebbe sbloccare in aprile, dopo avere concesso alla Grecia due mesi di tempo in più rispetto alla tabella di marcia inizialmente fissata, non sono aiuti. Trattasi di una tranche dei 4,8 miliardi di euro di interessi e plusvalenze maturati dalla BCE sui bond ellenici detenuti e acquistati negli anni passati per sostenere il mercato sovrano di Atene contro la tempesta finanziaria. Questi profitti devono essere girati alle banche centrali dell’Eurozona, in qualità di azionisti della BCE, ma da tempo i governi dell’area hanno deciso che li restituiranno alla stessa Grecia come atto di solidarietà e di contributo fattivo alla sua ripresa economica.

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Dunque, siamo dinnanzi a un atto di “generosità” dei partner europei, Italia compresa. Considerate che l’83% del debito pubblico ellenico si trova oggi nelle mani proprio dei creditori della Troika e che per la quota preponderante che fa capo ai governi europei e alla BCE, non viene richiesto il pagamento degli interessi fino al 2022 e dal 2023 saranno sborsati da Atene a tassi nettamente inferiori a quelli di mercato. Lo stesso FMI sta applicando in questi anni interessi di favore sui suoi crediti.

Grazie a ciò, la Grecia ha potuto chiudere il 2018 con un bilancio attivo, maturando un surplus dello 0,4% del pil, pagando solo il 3,2% del pil in interessi, meno dell’Italia, pur a fronte di un rapporto debito/pil decisamente superiore e in area 190%. In pratica, questa “maledetta” Troika in Grecia starebbe consentendo al governo di fare meno austerità di quanto altrimenti non sarebbe necessario, consentendogli di pagare interessi più bassi o nulli sulla quasi totalità del debito.

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E la Grecia è tornata, in considerazione proprio di ciò, ad emettere titoli a medio-lungo termine, beneficiando di un crollo dei rendimenti sul mercato secondario ai minimi dal 2006, cioè a prima che esplodesse la crisi, a sua volta sostenuto proprio dal miglioramento delle condizioni fiscali del paese, nonché dalla mancata necessità di Atene di rivolgersi ai mercati per rifinanziarsi da qui a tutto l’anno prossimo, disponendo di una ventina di miliardi di liquidità inutilizzata rispetto agli 86 miliardi di aiuti stanziati nell’agosto del 2015 dall’Eurozona. Per dirla tutta, quest’ultima ha ormai aperto nei fatti all’ipotesi di una ristrutturazione dei crediti in suo possesso, anche se più in là negli anni. Anche questo sostiene l’umore degli investitori, i quali sono arrivati a chiedere nei giorni scorsi appena il 3,65% per acquistare il decennale, qualcosa come appena 100 punti base in più rispetto al Treasury emesso dagli USA.

Giustamente, i creditori chiedono al governo di Atene di varare tutte le riforme necessarie per rilanciare la crescita nel medio-lungo termine e ciò per due motivi: mettere al sicuro i propri crediti e creare le condizioni, affinché mai più in futuro la Grecia si ritrovi ad affrontare una nuova crisi fiscale come quella esplosa un decennio fa. E qual è ad oggi il principale freno alla crescita dell’economia ellenica? Le banche. Queste posseggono crediti deteriorati a bilancio per il 43% del totale e pari a quasi 90 miliardi di euro, circa il 50% del pil. Sono prestiti andati in malora per via delle difficoltà in cui versano centinaia di migliaia di clienti, famiglie e imprese, in conseguenza della gravissima crisi.

Ricordiamo che il pil risulta ancora crollato del 25% in termini reali rispetto al 2007 e che la disoccupazione continua ad attestarsi sul 18%.

L’impignorabilità delle prime case in Grecia

Tuttavia, così come in Italia, a complicare il recupero dei crediti bancari vi sono le leggi e la complicata macchina burocratico-giudiziaria. Una di queste in Grecia è la cosiddetta “legge Katseli”, approvata nel 2015, che vieta alle banche di espropriare le prime case ipotecate quando una famiglia è composta da almeno 5 membri, il valore dell’immobile sia non superiore ai 250.000 euro e il debito sia non superiore ai 130.000. A febbraio, il governo aveva cercato di ammorbidire tale norma per andare incontro alle richieste di Bruxelles, concordando al suo interno un nuovo schema, secondo cui l’impignorabilità sarebbe limitata ai single con redditi fino a 12.500 euro all’anno o a coppie fino a 21.000 euro, con il limite innalzato di 5.000 euro per ciascun figlio e fino a un massimo di 36.000 euro. Inoltre, i mutuatari potranno beneficiare del taglio del debito residuo nel caso in cui questo risulti superiori al 120% del valore dell’immobile ipotecato.

Dove sta il problema? La legge Katseli avrebbe reso impignorabili 135.000 case per una mancata riscossione di debiti per 17 miliardi, il 9% dell’attuale pil. In sostanza, ha contribuito ad aggravare i problemi delle banche elleniche, che ricordiamo essere state salvate con soldi pubblici dei partner dell’Eurozona. Se le banche non tornano a prestare denaro, oberate dagli Npl pregressi e dai rischi elevati di non riscossione integrale dei crediti anche in futuro, l’economia in Grecia non si risolleverà mai. E non ci sarebbe fantasioso avanzo primario che tenga nel caso in cui il pil impiegasse ancora decenni per tornare ai livelli pre-crisi. Senza una robusta ripresa, Atene non sarà capace né di restituire i prestiti ai partner dell’area, né di rifinanziarsi in autonomia sui mercati. Insomma, rischiamo di assistere a un quarto “bail-out” tra alcuni anni, per via di una nuova crisi finanziaria ai danni del paese.

Del resto, pur scontando tutte le difficoltà del caso, non sembra sostenibile un assetto giuridico, per cui un creditore non possa prendere possesso del bene concessogli in garanzia per il prestito erogato. Che senso ha prestare denaro, se il debitore può non adempiere ai suoi obblighi senza conseguenze? Voi prestereste mai soldi senza garanzie? E’ quanto chiedono i partner dell’Eurozona, cioè che Atene renda più conveniente prestare denaro e ammorbidisca una legge introdotta solo 4 anni fa e che non esiste negli altri stati europei. In Italia, è bene ricordarlo, chi non paga il mutuo si vedrà prima o poi espropriato dell’immobile in cui risiede, aldilà delle condizioni economiche in cui versa, superati i 18 mesi di sospensione delle rate previsti dalle leggi. Le tutele sono doverose in situazioni limite come quella della Grecia, ma quando diventano un cappio per la ripresa, finiscono per aggravare, anziché migliorare, le condizioni di vita degli stessi tutelati.

‘La fine di Tsipras in Grecia è vicina, il debito pubblico va tagliato del 30% e l’euro non funziona’

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