La crisi del petrolio non allerta l’Arabia Saudita, declassata da S&P e con riserve in calo

L'Arabia Saudita non sembra essere scossa dalla crisi del petrolio, ma è stata appena declassata da S&P e le sue riserve valutarie sono scese ai mini da 3 anni.

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Il dato negativo sul Pmi manifatturiero della Cina a ottobre ha indebolito le quotazioni del petrolio all’inizio della settimana di contrattazioni, a causa dei timori degli investitori per un rallentamento dell’economia globale, che trascinerebbe con sé la domanda di materie prime. Nel frattempo, la Russia ha elevato ad ottobre la produzione ai massimi in era post-sovietica, ovvero a 10,78 milioni di barili al giorno dai 10,74 di settembre.

E così, il Wti americano perde 11 centesimi e scende a 46,48 dollari al barile e il Brent scivola di un paio di centesimi a 49,54 dollari. Nonostante i prezzi energetici risultino dimezzati su base annua e le prospettive di recupero non appaiono molto probabili nei prossimi mesi, il principale produttore dell’OPEC non sembra ancora curarsene. Partecipando a un summit nel Bahrein, il ministro degli Esteri dell’Arabia Saudita, Adel al-Jubeir, ha voluto rassicurare 2 giorni fa sulla sostenibilità del debito pubblico di Riad, che l’FMI stima in crescita al 33% del pil entro il 2020 dal 2% attuale. Il ministro spiega come il paese detenga enormi riserve, accumulate negli anni scorsi con le entrate del petrolio, abbia investito negli ultimi 12 anni in infrastrutture e detenga il più basso indebitamento pro-capite della regione.

Riserve saudite ai minimi da 3 anni

A settembre, per l’ottavo mese consecutivo, le riserve saudite sono diminuite e risultate in calo di 7,7 miliardi a 649,6 miliardi, il livello più basso dal novembre del 2012. Lo scorso venerdì, l’agenzia di rating Standard & Poor’s (S&P) ha declassato il debito sovrano del paese ad A+, il quinto livello più elevato della sua classificazione. L’istituto stima che il deficit salirà quest’anno al 16% del pil, attestandosi al 10% nel 2016 e all’8% nel 2017. Secondo l’FMI, esso sarà il 20% quest’anno e al 19,4% nel 2016, tanto che le riserve sarebbero esaurite in 5 anni.  

Economia saudita non risente ancora della crisi

Nonostante ciò, il Regno Saudita continua a non avvertire la crisi. I consumi sono cresciuti mediamente dall’inizio dell’anno del 10% rispetto al 2014, mentre il nuovo sovrano, Re Salman, ha elargito a tutti  i dipendenti pubblici 2 mesi di stipendio in più per la sua salita al trono, il cui costo è stimato in 30 miliardi di dollari, quasi il 5% del pil.

I soli sussidi energetici, ovvero le generose elargizioni concesse alla popolazione con riguardo ai consumi connessi all’uso di energia, ammontano a 52 miliardi di dollari all’anno, ovvero all’8% del pil. Se il ministro del Petrolio, Alì al-Naimi, ha dichiarato che sarebbero allo studio tagli, non pare che questi stiano avvenendo, a differenza del resto del Golfo Persico. Il regno ha bisogno, d’altronde, di non scontentare la sua popolazione, ora che è in lotta contro l’Iran e il regime siriano di Bashir al Assad per imporre il suo predominio nel Golfo Persico. L’economia dovrebbe espandersi quest’anno del 3%, poco meno del +3,5% del 2014. Insomma, sulla pelle dei sauditi non si avverte un repentino mutamento delle condizioni di vita, grazie proprio all’uso delle riserve e alla possibilità per la monarchia assoluta di aumentare il suo debito pubblico, attraverso un piano di emissioni per 100 miliardi di rial (26,7 miliardi di dollari). Ma se la crisi del greggio dovesse durare per qualche altro anno e le quotazioni non dovessero risalire, non resterà che iniziare a tagliare i sussidi e a svalutare il rial, uniche soluzioni per evitare di svuotare le riserve, spendendo di meno e aumentando le entrate in valuta locale.

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