La crisi del petrolio mette KO i conti delle compagnie USA, per alcune odore di crac

Le compagnie petrolifere americane sono oberate dai debiti, molti dei quali rischiano di non essere ripagati.

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Le compagnie petrolifere americane sono oberate dai debiti, molti dei quali rischiano di non essere ripagati.

Mentre le quotazioni del petrolio sono tornate sotto i 50 dollari al barile, smentendo i facili entusiasmi di questo lunedì, quando la loro risalita aveva generato illusioni poco avvedute tra gli analisti, nel settore sono in vendita assets per 200 miliardi di dollari in tutto il mondo. A tanto ammonta il valore delle 400 opportunità di acquisto e relative ai primi 9 mesi dell’anno, che superano il record di 167,1 miliardi dello stesso periodo del 2014. Le acquisizioni di società di gas e petrolio sono già avvenute per un valore complessivo di 181,1 miliardi. Chi può, vende, oberato dai debiti e dall’impossibilità di ripagarli, a causa del dimezzamento delle quotazioni del greggio negli  ultimi 12 mesi. I vincitori di questa crisi sono certamente quelle compagnie con disponibilità di cash, in grado di acquistare ciò che è in vendita sul mercato, rafforzando la propria posizione, in chiave anche futura.

Le entrate non bastano per pagare i debiti con crisi petrolifera

Del resto, il panorama è abbastanza complicato. Prendiamo come esempio le compagnie americane, che negli anni scorsi hanno approfittato dei bassissimi tassi e delle alte quotazioni per indebitarsi e utilizzare tali risorse per gli investimenti. Si stima che i debiti delle società energetiche USA sono più che raddoppiati dagli 82 miliardi di dollari del 2010 ai 169 miliardi del giugno scorso. Ma adesso che i prezzi sono precipitati e che si attende un aumento del costo del denaro, il quadro si è ribaltato, tanto che nella prima metà dell’anno, le stesse compagnie hanno riportato un deficit di liquidità per 30 miliardi. A spiegare le difficoltà del settore basterebbe un solo dato: dall’1 luglio del 2014 al 30 giugno di quest’anno, ben l’83% del reddito operativo è stato impiegato per pagare debiti.

Tale percentuale era della metà agli inizi del 2012. Si capisce allora come sia possibile che, nonostante gli impianti estrattivi attivi siano diminuiti negli USA del 59% dal picco di un anno fa, la produzione di greggio sia scesa di poco. Le compagnie si starebbero concentrando sui pozzi più redditizi, ma non hanno ancora tagliato la produzione, avendo la necessità di generare quanto più cash possibile per ripagare i debiti già contratti. Paradossalmente, quindi, quanto più basse sono le quotazioni, tanto più alte saranno le estrazioni delle compagnie più malconce.      

Compagnie USA molto indebitate, parecchie a rischio crac

Quelle più a rischio crac hanno perso nell’ultimo il 90% del  loro valore di capitalizzazione in borsa. E’ il caso delle azioni Goodrick, che nel  2014 valevano 29 dollari ciascuna, mentre oggi quotano appena 88 centesimi. Nel primo semestre di quest’anno, a fronte di un fatturato di 50 milioni, 27 milioni sono stati spesi per pagare gli interessi sul bond a lungo termine da 622 milioni. Non meno clamoroso è il caso di Swift, che vale in borsa appena 27 milioni, ma che possiede debiti per 1,1 miliardi. Preoccupa anche la velocità con la quale aumentano i rischi avvertiti. A settembre, l’indice di stress della liquidità per le società del comparto energetico in America è salito al 16,9% dal 12,7% di agosto, il livello più alto dal luglio del 2009, quando si era attestato al 19,2%. Si capisce anche perché solo un sesto della produzione delle grandi compagnie sia stata assicurata per il 2016, a fronte del 25% delle compagnie più piccole e maggiormente sotto stress. In pratica, chi ha molti debiti e scarse entrate cerca di mettersi al riparo vendendo i contratti a un prezzo prefissato per l’anno prossimo, in modo da evitare brutte sorprese. Chi sta in salute, invece, può permettersi di rischiare e assicura solo una minima parte della sua produzione. Nel caso in cui le quotazioni effettivamente salissero, sarebbe una beffa proprio per le prime. In generale, però, tutti tagliano gli investimenti e razionalizzano i costi per fronteggiare gli effetti della crisi.

Solo le medie e le grandi compagnie con leverage relativamente basso sopravvivranno, perché alle piccole non resterà che farsi  assorbire o chiudere battenti.  

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