La crisi del petrolio lega le mani alla Fed, il debito USA lo finanzia l’oro nero

La crisi delle quotazioni del petrolio s'intreccia con la politica monetaria delle banche centrali, specie della Fed. E non è solo un problema di deflazione.

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La crisi delle quotazioni del petrolio s'intreccia con la politica monetaria delle banche centrali, specie della Fed. E non è solo un problema di deflazione.

Ci avviciniamo sempre più all’appuntamento più atteso sui mercati, il vertice di Doha, Qatar, tra i maggiori 18 produttori di petrolio al mondo, la gran parte dei quali dell’OPEC. Sarà domenica, che capiremo se l’accordo per “congelare” la produzione di greggio potrà essere trovato o se finirà in un nulla di fatto, come nelle precedenti 3 riunioni del cartello a Vienna. In teoria, basterebbe l’accordo a due tra Arabia Saudita e Russia, al quale hanno aderito già Venezuela e Qatar, per inviare al mercato un segnale di sostegno alle quotazioni, ma i protagonisti di questa potenziale intesa sembrano giocare una partita a scacchi e nessuno intende compiere la prima mossa, se non dietro l’impegno degli altri a fare lo stesso.

Quotazioni petrolio a un terzo rispetto a 2013

La questione è seria: rispetto alla media del 2013, i prezzi del Brent sono stati, in questi primi mesi del 2016, pari a poco più di un terzo. E quand’anche la produzione fosse stabilizzata, non risolverebbe il problema dell’eccesso di offerta, perché semmai servirebbe a evitare che esso si ampli. E senza un impegno credibile da parte di tutti i grandi produttori, il rischio è che il “sacrificio” di alcuni possa non avere alcun impatto nemmeno nel breve termine, a causa dell’aumento delle estrazioni degli altri. Un caso particolare è rappresentato dall’Iran, che da appena tre mesi ha ripreso ad esportare senza limitazioni, dopo la revoca dell’embargo internazionale. Si è molto speculato negli ultimi mesi sulle sue scorte detenute in diverse navi cargo, in sosta nel Golfo Persico. Le stime sulla loro entità non sono mai state unanimi, ma variabili tra i 30 e i 40 milioni di barili. Non sappiamo quanto di queste siano state già consegnate ai clienti, ma siamo a conoscenza del greggio esportato nelle prime due settimane di aprile: 28,8 milioni di barili. Su base giornaliera, parliamo di oltre 2 milioni al giorno, in rialzo da una media di 1,45 milioni di marzo.      

Petrolio Iran, boom export

Con questi dati, l’Iran starebbe aumentando le sue esportazioni di ben 600.000 barili al giorno, rubando quote di mercato a paesi come Iraq e Nigeria, che dovrebbero registrare complessivamente un calo di 90.000 barili al giorno. Quello che maggiormente stupisce è la rapidità, con la quale Teheran sta riconquistando i mercati di sbocco abbandonati forzatamente con le sanzioni. Ciò pesa sul sentiment del mercato, riguardo ai prezzi. Impressiona anche come i 600.000 barili di crescita dell’export iraniano siano maggiori al calo della produzione USA dal picco di un anno fa. Con questi numeri, si ha conferma che l’offerta globale continuerebbe a crescere, non a diminuire. E tenete conto che gli iraniani nemmeno metteranno piede a Doha, perché di congelare o tagliare la loro produzione non hanno alcuna voglia. Tutt’altro.

Riserve petrolieri in forte calo

Intanto, i partecipanti al vertice di domenica hanno “bruciato” in meno di un anno e mezzo 315 miliardi di dollari delle loro riserve valutarie, un quinto del totale. Cifre importanti, che danno il senso degli effetti brutali della crisi delle quotazioni sulle economie produttrici. Il crollo maggiore è stato accusato dall’Arabia Saudita, che ha visto intaccare le sue riserve di 138 miliardi dal novembre del 2014, mese in cui assunse formalmente la decisione di non ostacolare un riequilibrio del mercato tramite i prezzi. Solo nell’ultimo trimestre del 2015, le riserve di questi paesi sono diminuite di 54 miliardi, il ritmo maggiore dall’inizio della crisi. Quelle saudite sono scivolate di oltre 38 miliardi, il calo più brusco da oltre mezzo secolo.      

Conseguenze anche su economie avanzate

Le riserve in fumo dei petrolieri non sono una buona notizia per il mercato nel breve termine. Una delle conseguenze di questa crisi, infatti, è stata il taglio ai generosi sussidi energetici elargiti da diversi governi, specie nel Golfo Persico. Ma l’aumento del prezzo del carburante alla pompa o della bolletta della luce avrà come effetto il calo dei consumi energetici, ovvero un impatto negativo sulla domanda globale di greggio. Per non parlare del duplice effetto negativo anche sulle economie avanzate, come USA, Europa e Giappone. Esportando greggio a prezzi molto più bassi, i produttori registrano un deterioramento delle loro bilance dei pagamenti, con la conseguenza o di accusare un crollo del cambio (se flessibile) o di bruciare riserve valutarie (se fisso).

Rendimenti Treasuries legati a petrodollari

Nel primo caso, ciò provoca un rafforzamento delle divise principali, come dollaro, euro, yen, ovvero accresce il rischio di deflazione in economie come gli USA, l’Eurozona e il Giappone, dove già le minacce esistono (meno negli USA), a seguito proprio del tracollo delle quotazioni delle materie prime. Ma anche il crollo delle riserve non è una buona notizia in sé, specialmente per l’America. Esse sono detenute per lo più in assets denominati in dollari e, in particolare, in Treasuries. Il loro accumulo coincide, quindi, con una domanda di titoli del Tesoro USA da parte dei produttori di greggio, mentre la loro riduzione implica che parte di questi titoli viene venduta sul mercato per tamponare i disavanzi fiscali e le minori entrate di valuta straniera. Questo dovrebbe comportare, ceteris paribus, un’automatico risalita dei rendimenti sovrani americani e non solo. E, invece, se andiamo a guardare per la scadenza decennale il loro andamento dal novembre 2014 ad oggi, scopriamo a sorpresa che essi risultano diminuiti di oltre 50 punti base all’1,78% attuale, nonostante in questo frangente siano stati azzerati gli stimoli da parte della Federal Reserve e sia stata varata la prima stretta sui tassi USA dal 2006.      

Debito USA dipende da domanda dei petrolieri

A meno di immaginare che la maggiore offerta di Treasuries sia stata assorbita da nuovi protagonisti sul mercato globale, questo dato sarebbe la spia della “trappola” in cui si trovano le principali banche centrali, anche a causa della crisi del petrolio. La Fed non può permettersi una politica monetaria adeguata in questa fase, perché una stretta più vivace farebbe non solo lievitare in sé i rendimenti sovrani, ma impatterebbe negativamente sulle quotazioni del greggio, che a loro volta brucerebbero ulteriormente le riserve dei produttori, cosa che si tradurrebbe in una vendita massiccia di Treasuries sul mercato. I “petrodollari”, come spesso vengono definiti, alimentano la domanda di debito americano, pubblico e privato. Nessuno può ignorarlo, salvo accettare il rischio di un costo più elevato per il suo rifinanziamento, cosa che l’America non può permettersi.

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