La crisi del petrolio costa all’OPEC centinaia di miliardi e l’Arabia Saudita torna sotto pressione

Il crollo del petrolio colpisce l'OPEC, che rischia di perdere centinaia di miliardi. E l'Arabia Saudita risulta molto esposta al tonfo delle quotazioni, anche se dalla sua ha un'arma per non soccombere, sebbene non sarebbe a costo zero.

di Giuseppe Timpone, pubblicato il
Il crollo del petrolio colpisce l'OPEC, che rischia di perdere centinaia di miliardi. E l'Arabia Saudita risulta molto esposta al tonfo delle quotazioni, anche se dalla sua ha un'arma per non soccombere, sebbene non sarebbe a costo zero.

Era il 3 ottobre, solamente poco più di un mese e mezzo fa, quando le quotazioni del petrolio salivano ai massimi da 4 anni, con il Brent a chiudere la seduta sopra gli 86 dollari e il Wti americano a più di 76 dollari al barile. Da allora, il ripiegamento è stato drastico. L’altro ieri, per un barile di Brent si è arrivati a pagare meno di 60 dollari, segnando un calo del 30% rispetto all’apice di inizio mese scorso. E tutto ciò, nonostante l’OPEC abbia segnalato la credibile intenzione di tagliare la produzione di 1-1,4 milioni di barili al giorno sin dal mese di dicembre. L’Arabia Saudita, a differenza della crisi petrolifera del 2014, stavolta non soltanto non oppone resistenza al secondo taglio in due anni, ma se ne fa portavoce, annunciando di accollarsi la metà dell’onere. Eppure, con il boom della produzione negli USA, dove vengono estratti quotidianamente ormai 11,7 milioni di barili, potrebbe non bastare, specie se anche la Libia, membro dell’OPEC, accrescerà le sue estrazioni, negli ultimi anni molto volatili per via delle tensioni politiche interne.

Petrolio, Trump tra le cause principali del crollo dei prezzi

L’OPEC attualmente produce 33,3 milioni di barili al giorno, di cui i tre quarti vengono esportati, perlopiù in Asia ed Europa. Proprio il valore delle esportazioni risulterebbe crollato con il tonfo delle quotazioni di queste settimane. Quando un barile poteva essere venduto a 86 dollari, esse si aggiravano sopra i 780 miliardi di dollari su base annua, mentre ai 60 dollari attuali, sono scese intorno ai 555 miliardi, sempre annualizzando il dato. In poche settimane, quindi, i 15 stati del cartello avrebbero “bruciato” qualcosa come oltre 225 miliardi di dollari di entrate annue in prospettiva. Riusciranno i tagli, una volta entrati in vigore, a risollevare le quotazioni in modo da compensare almeno parte delle perdite già accusabili? Se così non fosse, la minore offerta equivarrebbe ad altri 44 miliardi persi, rispetto ai prezzi di inizio ottobre. In tutto, farebbero 270 miliardi andati in fumo.

Ma il taglio dell’offerta ha senso proprio per l’obiettivo di sostenere i prezzi, magari portandoli in area 65-70 dollari, per cui è probabile che le perdite effettive alla fine saranno assai minori di quanto abbiamo sopra indicato. Di sicuro, la pressione sull’Arabia Saudita è riesplosa. Considerando che il regno esporta la media di 7,5 milioni di barili al giorno, passando da 86 a poco più di 60 dollari al barile, le quotazioni avrebbero già fatto evaporare sui 64 miliardi di dollari, il 10% del pil. E i conti pubblici di Riad si reggono ancora per oltre la metà proprio sulle entrate petrolifere, ragione per cui dovremmo aspettarci nei prossimi mesi, sempre che la situazione sui mercati non cambi, sia un tracollo del gettito fiscale, sia un deterioramento della bilancia dei pagamenti. A differenza della Russia, che dal novembre del 2014 ha liberalizzato il tasso di cambio, il rial è fissato al dollaro a un “peg” di 3,75 sin dal 1985, per cui l’economia saudita non può compensare il crollo delle quotazioni in dollari con un aumento del valore dei barili in valuta locale. Una rigidità, che è costata al regno fino a 250 miliardi di dollari di minori riserve valutarie in tre anni e mezzo.

La strada stretta dei sauditi

Per fortuna, i sauditi hanno accumulato ingenti riserve negli anni del boom, per cui ancora adesso si ritrovano con oltre 490 miliardi di dollari disponibili e capaci di affrontare anche una lunga crisi delle entrate, in attesa che facciano il loro corso le riforme economiche della “Saudi Visione 2030”. Alcune di esse, però, sembrano in stand-by, come l’IPO di Aramco, prevista per lo scorso anno, rinviata per la fine di quest’anno e adesso ancora rimandata agli anni futuri. La quotazione in borsa del 5% della compagnia petrolifera statale avrebbe dovuto introitare, almeno nelle intenzioni del Principe Mohammed bin Salman (MbS), 100 miliardi di dollari, sebbene la cifra sia stata giudicata irrealistica da gran parte degli analisti internazionali. Quelle entrate appaiono ancora più velleitarie con il crollo dei prezzi in corso, per cui il regno dovrà fare leva sulle altre riforme per cercare di diversificare l’economia, sganciandola dalla dipendenza eccessivo verso il petrolio, insieme alle casse statali.

Già sotto pressione sul caso Khashoggi, il giornalista assassinato presso l’ambasciata saudita a Istanbul da un commando di 18 persone, di cui molti funzionari vicini alla corona, MbS non può fare a meno del sostegno del presidente Donald Trump, l’unico tra i grandi della Terra a difenderlo sulle prove imbarazzanti uscite fuori sia dalle autorità turche che dalla stessa CIA. E Trump continua a chiedere a Riad di non tagliare la produzione, di consentire ai prezzi di abbassarsi secondo le leggi del mercato, minacciando altrimenti una reazione degli USA. Quale? Una di queste, forse simbolica, forse no, consisterebbe nel rispolverare il NOPEC, una legge mai attuata e approvata negli anni passati, che consentirebbe al governo americano di sanzionare persino l’OPEC sulle pratiche collusive, volte a limitare la produzione e a tenere alti i prezzi.

Il petrolio divide sauditi da russi e l’America gode

Stretto tra la necessità di non indisporre Trump da un lato e di impedire un crollo delle quotazioni dall’altro, MbS avrebbe già teso la mano alla Casa Bianca, mostrandosi disponibile a cessare il fuoco nello Yemen, nonché a rivedere l’embargo imposto contro il Qatar per le accuse di sostegno al terrorismo islamista rivolte al sultanato di Doha. Tuttavia, il taglio alla produzione sembra proprio che ci sarà e alla riunione dell’OPEC del 6 dicembre a Vienna sarà ufficializzato, anche perché i sauditi non vogliono perdere la leadership del cartello. In teoria, avrebbero un’alternativa per neutralizzare il tonfo del barile sul piano economico: abbandonare il peg. Sarebbe un trauma finanziario dirimente, però, e i consumatori domestici subirebbero come i russi nel 2015-2016 l’impennata dell’inflazione per via del prevedibile collasso del cambio contro il dollaro. Trattasi del possibile “cigno nero” di cui si paventa sin dal 2016 e che ad oggi non trova riscontro. Chissà se anche nel prossimo futuro sarà così!

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Argomenti: Petrolio, quotazioni petrolio