La crisi del PD? La spiega Calenda, ecco perché è irreversibile

La sconfitta del PD a ogni tornata elettorale non sta affatto portando il Nazareno a una riflessione seria e autocritica della propria azione di governo. Al contrario, le parole dell'ex ministro Calenda sembrano suggerire che la crisi sia irreversibile.

di Giuseppe Timpone, pubblicato il
La sconfitta del PD a ogni tornata elettorale non sta affatto portando il Nazareno a una riflessione seria e autocritica della propria azione di governo. Al contrario, le parole dell'ex ministro Calenda sembrano suggerire che la crisi sia irreversibile.

Il Nazareno è in subbuglio dopo il disastro elettorale delle amministrative, andato oltre le previsioni. Il centro-sinistra scende da 76 a 46 comuni capoluogo governati, mentre il centro-destra sale da 29 a 43 e il Movimento 5 Stelle da 2 a 6. Insomma, il bilancio dell’ultima tornata non soltanto è negativo per il PD, ma prelude a una perdita di radicamento nella gestione degli enti locali, che ad oggi è stato il punto forte dei democratici, i quali non potranno più confidare in risultati scontati nemmeno nelle regioni ex “rosse” e da sempre loro roccheforti. E si fa un gran parlare di assemblea, congressi, candidati alla segreteria, scissioni, dell’andare oltre il PD stringendo alleanze civiche, a sinistra, a destra, etc. In tutto questo marasma, tuttavia, manca un’autocritica per gli anni trascorsi al governo e per le ricette propinate agli elettori.

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Intervenendo lunedì sera alla trasmissione “Otto e Mezzo”, l’ex ministro dello Sviluppo, Carlo Calenda, ha spiegato la ragione per la quale, a suo dire, i partiti progressisti tendono a perdere in tutto l’Occidente: “l’analfabetismo funzionale”. La gente non sarebbe in grado di comprendere i fenomeni complessi legati a questa fase storica, per cui punirebbero il centro-sinistra. Per dirla più schiettamente, se italiani, francesi, tedeschi, britannici, americani, spagnoli, etc, non votano più a sinistra, è perché non capiscono, non perché la sinistra non abbia buone idee.

Le parole di Calenda, che punta sulla figura di Paolo Gentiloni per fondare il cosiddetto “fronte repubblicano”, spiegano molto più di mille analisi prolisse la ragione principe della crisi del PD e dimostrerebbero che essa sarebbe irreversibile. E’ l’arroganza di una classe politica autoreferenziale ad avere provocato il crollo dei consensi. Siamo di fronte a un caso clinico, non politico. Più il PD perde e più i suoi dirigenti ritengono che la colpa sia dei populisti, dei razzisti, degli ignoranti che votano, delle “fake news” create ad arte dal Cremlino, del complotto dei media (???), dell’incapacità dei cittadini di apprezzare i risultati della loro azione di governo.

PD lontano dalla realtà

Ecco, il PD ha perso ogni contatto con la realtà e difficilmente potrà recuperarlo. Ha iniziato la scorsa legislatura da posizioni tipiche di un centro-sinistra poco propenso alle riforme economiche, pur reduce da un anno e mezzo di sostegno al governo Monti, salvo virare decisamente a destra con Matteo Renzi e farsi interprete di riforme come la cancellazione dell’art.18, che non erano riuscite al centro-destra berlusconiano. Il 4 marzo scorso, si era presentato tronfio al voto come espressione delle élite benpensanti, impopolari sì, ma pur sempre dalla parte della ragione, baluardo contro il rischio di un “ritorno al fascismo” e garanti dell’europeismo di maniera, acritico e avulso dalla quotidianità dei problemi.

Che il PD non abbia nulla a che vedere con l’elettorato storico della sinistra lo dimostra un dato sopra ogni altro: è stato, insieme a Liberi e Uguali, il partito meno votato dai lavoratori dipendenti e gli operai, mentre risulta il preferito dalle classi di reddito medio-alte e dagli anziani. Non che la tendenza sia del tutto nuova, ma di certo ha assunto proporzioni inusitate per la pur poco gloriosa storia del centro-sinistra nella Seconda Repubblica. Del resto, parliamo di un partito che continua a non comprendere le ragioni di chi in Italia avverte che la UE sia assente quando serve e fin troppo ingombrante quando c’è da mettere becco sugli affari interni. Sulla questione migranti, anziché cercare di andare incontro alle istanze di sicurezza dei ceti più deboli (quelli benestanti non hanno vicini di casa rom o clandestini), i dem hanno optato per posizioni di chiusura a qualsivoglia analisi seria dell’impatto che flussi incontrollati di immigrati hanno sulla distribuzione della ricchezza, sui redditi dei lavoratori meno qualificati e sulla vivibilità delle nostre città.

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PD senza identità

Continuano a mancare risposte strutturali ai lavoratori over 60, che chiedono un ammorbidimento della legge Fornero. Certo, il problema delle risorse esiste, ma per quanto sia populista scriverlo, il PD è lo stesso partito che trovò a fine 2016 in un Consiglio dei ministri ben 20 miliardi da stanziare per salvare alcune banche italiane. E questo ha impressionato alquanto la stessa base democratica, alla quale non ci si può limitare a replicare con elucubrazioni ragionieristiche, bensì con l’onesta delle scelte seguite. Quando il presidente Matteo Orfini invoca un’alleanza per le europee, che vada “da Macron a Tsipras”, conferma di versare in uno stato di totale confusione mentale o di non conoscere né chi sia il presidente francese, né cosa rappresenti il premier greco.

Disse una volta l’ex presidente americano Harry Truman, “se non puoi convincerli, confondili”. Ebbene, il PD sembra aver fatto suo il motto, che ha funzionato solo nell’occasione delle scorse elezioni europee, quando incrementò i propri consensi al record del 40,8%. Tuttavia, la confusione ha portato bene solo per pochi mesi, lasciando spazio alla disillusione per un partito privo di idee, di proposte di rilancio strategico dell’Italia, di un’autonomia di pensiero rispetto all’Europa dei commissari. E, soprattutto, non possiede una classe dirigente credibile, se è vero che uno dei volti più rappresentativi che continua a inviare nelle ospitate televisive è quel Gennaro Migliore, già ferreo comunista fino al 2008, quando contribuì dall’estrema sinistra a far cadere il governo Prodi per l’incompatibilità delle posizioni con l’ala centrista della maggioranza, mentre dal 2014 è portavoce del renzismo più entusiasta. Sarebbero questi gli uomini che dovrebbero risollevare le sorti di un partito autoscreditatosi in anni di governi fallimentari?

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Argomenti: Politica, Politica italiana