La crisi del governo Conte-bis è appena iniziata: la maggioranza al Senato non c’è, ecco gli scenari

Fiducia incassata anche a Palazzo Madama, dove i numeri per la maggioranza, però, si rivelano deboli. Ecco i possibili sbocchi alla crisi politica in corso.

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Senato, la maggioranza nei fatti non c'è più

Giuseppe Conte ha ottenuto la fiducia anche del Senato nella tarda serata di ieri, ma l’esito della votazione non è stato positivo come auspicato. I favorevoli al suo governo sono scesi a 156, sotto la soglia dei 161 della maggioranza assoluta e persino dei presenti, che alla fine sono stati 313. Non è un inedito nella storia repubblicana che un governo non raccolga neppure la maggioranza dei voti tra i presenti, ma di certo segnala la debolezza politica trasparsa nei numeri che sono emersi a Palazzo Madama. Peraltro, ai 156 si è arrivati con due apporti esterni da Forza Italia – Maria Rosaria Rossi e Andrea Causin sono stati immediatamente espulsi – e tre senatori a vita. Questi ultimi nei fatti non andrebbero conteggiati per via della rarità con cui si presentano alle votazioni, per cui il loro va considerato più un sostegno simbolico.

Thriller a fine chiama. La presidente Maria Elisabetta Casellati è dovuta ricorrere al “var” per verificare se i senatori Lello Ciampolillo e Roberto Nencini avessero diritto ad esprimere il loro voto o fossero entrati in Aula dopo che la votazione era stata dichiarata chiusa. Dopo diversi minuti di consultazione con i senatori questori, il loro “sì” è stato ammesso. Senza, la maggioranza sarebbe scesa formalmente a 154.

Malgrado l’apertura praticamente a tutto l’arco costituzionale, fuorché ai “sovranisti”, il premier non è riuscito ad attrarre quella pattuglia di “responsabili”, che immaginava avrebbe votato per il suo governo. Le defezioni nel centro-destra sono state solamente due. Italia Viva si è astenuta, con l’eccezione proprio di Nencini, segnalando a Palazzo Chigi di risultare determinante al Senato. Senza i 16 “renziani”, il governo non potrà confidare con certezza di alcuna maggioranza in ben 11 su 14 commissioni.

Avrà vita facile solo alle Commissioni Finanze, Agricoltura e Lavoro. In Affari costituzionali, Bilancio, Industria e Politiche UE si avrebbe un pareggio e in tutte le altre andrebbe sotto.

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Governo sotto in Commissione e Aula

Se i numeri restassero questi, nei fatti Conte si ritroverebbero con un Parlamento “vietnamizzato” e dovrebbe trovare la maggioranza di voto in voto. Non se lo potrebbe permettere in tempi normali, figuriamoci in questi mesi di approvazione del Recovery Plan, di gestione della pandemia e della crisi economica. Non a caso, il premier oggi sale al Quirinale per informare il presidente Sergio Mattarella degli sviluppi e si è dato tempo due settimane per provare ad allargare la maggioranza, altrimenti ha già annunciato che getterà la spugna.

Uno scenario molto probabile per il momento sembra il rimpasto. I “responsabili” andranno attirati stabilmente con posizioni di governo. A disposizione ci sono proprio le cariche lasciate vuote dai dimissionari di Italia Viva: ministeri di Agricoltura, Famiglia e vice-ministero degli Esteri. Basteranno? Il PD punta ad allargare la propria influenza all’interno dell’esecutivo e potrebbe reclamare per sé qualche altro ministero e sottosegretariato. A quel punto, servirebbe formalmente aprire una crisi di governo con le dimissioni nelle mani del capo dello stato, seguite da nuove consultazioni “flash” e la nascita di un Conte-ter. Semplice a parole, ma nella pratica una crisi in Italia si sa come nasce e non si sa mai come finisce.

Se Conte resisterà al rimpasto ampio, andrebbe sotto in quasi tutte le Commissioni al Senato e si ritroverà in bilico persino in Aula. Il rischio per lui sarebbe di doversi dimettere non già per formare il suo terzo governo in meno di tre anni, quanto per lasciare il posto a qualcun altro o gestire il passaggio che porti alle elezioni anticipate. La terza ipotesi, ormai improbabile e comunque da non escludere a priori, resta la “ricucitura” dei rapporti con Matteo Renzi.

Dimostratosi determinante, l’ex premier passerebbe all’incasso, ottenendo non solo le stesse posizioni di prima, ma anche qualche altra carica di governo, oltre che nuove nomine nelle società partecipate, tanto care alla boscaglia politica. Si dovrebbero trovare le forme perché nessuna delle due parti perda la faccia dinnanzi all’opinione pubblica, ma allo stato attuale Conte può sperare semmai di sfilare qualche senatore a Renzi, non di ritrovarsi appoggiato da tutta Italia Viva.

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