La crisi del debito nell’Eurozona potrebbe tornare con il cedimento a sinistra

Se la sinistra apre ai movimenti radicali anti-euro, potrebbe partire un effetto domino, portando l'Eurozona verso una nuova crisi del debito sovrano, evitata solo per il QE della BCE.

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Se la sinistra apre ai movimenti radicali anti-euro, potrebbe partire un effetto domino, portando l'Eurozona verso una nuova crisi del debito sovrano, evitata solo per il QE della BCE.

La netta affermazione di Podemos in Spagna avviene un po’ a sorpresa, dopo che le vicissitudini in Grecia di questa estate avevano appannato l’immagine dei partiti più radicali contro l’euro e le politiche di austerità. Eppure, non solo Syriza ha rivinto nettamente le elezioni anticipate di settembre, ma un paio di settimane dopo il voto in Portogallo apriva la strada per il governo a un ampio fronte di sinistra e l’altro ieri accadeva che pur ottenendo più voti, il Partito Popolare del premier Mariano Rajoy non sarà in grado di formare un esecutivo da solo, mentre il Partito Socialista potrebbe stringere alleanze alla sua sinistra, partendo proprio da Podemos, nel tentativo di bloccare un secondo mandato per il centro-destra. Commentando il trionfo della sua formazione di estrema sinistra, che ha riportato il 20,7% dei consensi, il leader Pablo Iglesias ha dichiarato che il voto avrebbe confermato come la Spagna non sarà mai la periferia della Germania e che avrebbe ristabilito “la sovranità nazionale”. Un mix, quindi, di apparente patriottismo e di toni anti-austerity. Dopo la batosta di luglio, quando il suo legame con il premier greco Alexis Tsipras appariva tutto ad un altro abbastanza imbarazzante, in seguito alla firma in extremis di quest’ultimo del terzo bail-out in 5 anni e dalle annesse condizioni particolarmente pesanti, Iglesias ha cercato di darsi un’aria più autorevole, mostrandosi disponibile a qualche compromesso.

Ha smesso di chiedere la ristrutturazione del debito pubblico spagnolo, oggi al 100% del pil, limitandosi al probabile ripudio di parte del debito contratto per ricapitalizzare le banche del paese.        

Il volto più rassicurante di Podemos

Inoltre, Podemos accetta l’innalzamento dell’età pensionabile a 65 anni e la permanenza della Spagna nella NATO, ma continua a pretendere l’introduzione delle 35 ore come orario di lavoro settimanale. Di certo, resta contrario alle politiche di austerità fiscale. I socialisti del PSOE si sono alternativi dalla fine del franchismo ad oggi con i popolari al governo, mostrandosi credibili e affidabili in politica estera, tanto che nessuno metterebbe in dubbio che se tornassero a governare, proseguirebbero il risanamento dei conti pubblici e le riforme economiche iniziati sotto Rajoy.

Rendimenti Bonos non esplosi solo grazie a BCE

Il fatto è che di ostentava lo stesso ottimismo anche in Portogallo, dove gli “affidabili” socialisti hanno sbarrato la strada in Parlamento a un secondo mandato per il governo di centro-destra del premier Pedro Passos-Coelho, creando un’alleanza inedita con il Blocco di Sinistra, il Partito Comunista e i Verdi, ossia con formazioni che nel loro programma hanno l’uscita del paese dall’euro, dalla NATO, la ristrutturazione del debito pubblico e la fine incondizionata dell’austerità. Alcune riforme varate sotto il precedente esecutivo stanno già per essere smantellate a Lisbona, ma il mercato non sembra reagire al cambio repentino di rotta, anestetizzato dagli acquisti dei bond governativi da parte della BCE. Un discorso simile si sta riscontrando in Spagna, dove ieri lo spread Bonos-Bund è sì schizzato a 123 punti base per la scadenza a 10 anni, tanto che i decennali spagnoli rendevano fino all’1,90%, mentre la Borsa di Madrid si contraeva, ma tutto è rimasto nei limiti dell’ordinario.      

Le ripercussioni politiche dell’apertura alla sinistra radicale

Eppure, i socialisti hanno annunciato che insieme a Podemos voteranno contro la fiducia a Rajoy, che avendo preso più seggi potrà compiere il primo tentativo di formare il nuovo governo. In teoria, una loro astensione consentirebbe al secondo tentativo al premier uscente di restare in carica. Il punto è che, invece, il PSOE si vocifera che potrebbe cercare alleanze con Podemos e altre formazioni minoritarie in Parlamento di sinistra e nazionaliste, in modo da tornare al governo. Sarebbe la rottura della tradizione filo-UE dei socialisti iberici, che dovrebbero necessariamente aprire a misure contrarie all’austerità, se vorranno sperare di governare con Iglesias. Sarebbe, inoltre, il secondo caso in un mese di un partito della sinistra moderata, che decide di giocarsi la carta dell’alleanza con l’estrema sinistra per tornare al governo, ma anche forse per evitare lo scenario catastrofico del Pasok in Grecia, che dopo essere stato l’ossatura politica del paese dopo la dittatura dei Colonnelli, si è ridotto a percentuali insignificanti, a causa della difesa della linea riformista e del rigore fiscale, finendo per essere del tutto affossato dall’estrema sinistra e relegato ai margini della vita parlamentare e del dibattito pubblico. Tuttavia, il precedente di Lisbona e quello possibile di Madrid sono rischiosi per la tenuta dell’Eurozona. Se la sinistra socialista rompe il patto non scritto con le altre formazioni di centro-destra e moderate, aprendo verso movimenti radicali, lo stesso potrebbero fare gli avversari con quelli alla loro destra, in modo da non soccombere in Parlamento. Appena pochi giorni fa abbiamo vissuto le elezioni regionali in Francia, dove l’avanzata del Fronte Nazionale, anch’esso anti-euro, è stata arrestata proprio dalla chiusura dei Repubblicani di Nicolas Sarkozy e da una sotterranea loro alleanza con i socialisti.

       

Crisi debito Eurozona potrebbe tornare

Aldilà delle peculiarità elettorali francesi, cosa sarebbe accaduto, se la destra moderata avesse aperto ai frontisti, anziché combatterli apertamente? Ecco, il punto è proprio questo. Se destra e sinistra decidono di non escludere più alleanze parlamentari o persino elettorali con i movimenti radicali anti-euro e contrari alle politiche di risanamento fiscale, l’intera impalcatura su cui si regge l’Eurozona rischia di cadere in breve tempo. Il “quantitative easing” della BCE ha di gran lunga affievolito la pressione sui governi dell’unione monetaria per risanare i conti pubblici, ma resta il fatto che mediamente il debito pubblico nell’area sia cresciuto quest’anno al 93% del pil dal 66,2% del 2008. Un’accelerazione del 50% in appena 7 anni, che non si esplica nei rendimenti sovrani, ai minimi storici per via degli acquisti di Francoforte. Non solo aumenta il debito, ma la crescita potenziale nell’Eurozona rallenta, stimata all’1% dalla BCE, come ammesso dal governatore Mario Draghi all’ultimo board. Dunque, servono riforme per stimolare la crescita del pil e il risanamento dei conti per contenere il debito, riportandolo con gli anni almeno ai livelli non allarmanti pre-crisi.

Nuovo terremoto in vista sui mercati?

Il tema riguarda, in particolare, le economie del Sud Europa, le più indebitate e, in genere, le più in difficoltà sul fronte della crescita. Se la Grecia vira verso un rapporto debito/pil del 180%, l’Italia si attesta al secondo posto con il 133%, il Portogallo al terzo verso il 130% e la stessa Spagna è ormai arrivata al 100% dal 40% precedente allo scoppio della crisi finanziaria. Una svolta anti-austerity nella penisola iberica potrebbe non restare isolata nell’Eurozona e provocare un’ondata di nuova sfiducia sull’euro, specie con l’avvicinarsi della fine dell’attuazione delle misure ultra-accomodanti della BCE. A quel punto, non si potrebbe più fare grande affidamento nemmeno sui partiti politici considerati ad oggi affidabili, che per salvare la pelle, finiranno forse per vendere quella dei loro paesi.  

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