Crisi debito italiano ancora più grave con paralisi politica

Il debito pubblico italiano inizia seriamente a sfuggire di mano, mentre a Roma non c'è più sensibilità politica sul tema. Il risanamento dei conti sarebbe necessario, ma è probabile che passi per un commissariamento europeo.

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Il debito pubblico italiano inizia seriamente a sfuggire di mano, mentre a Roma non c'è più sensibilità politica sul tema. Il risanamento dei conti sarebbe necessario, ma è probabile che passi per un commissariamento europeo.

Il debito pubblico italiano è salito alla cifra monstre di 2.217,7 miliardi di euro alla fine del 2016. La Commissione europea lo stima al 132,8% del pil per l’anno passato e in aumento al 133,3% per il 2017. Nonostante le continue rassicurazioni del ministro dell’Economia, Pier Carlo Padoan, il rapporto debito/pil continua a crescere e si consideri che negli ultimi anni abbiamo goduto di una fase straordinaria sul piano degli interessi versati dallo stato sul debito pregresso, essendo stati azzerati i tassi e varati stimoli monetari da parte della BCE. E così, nel 2016 abbiamo speso circa 67 miliardi per gli interessi, una cifra equivalente al 4% del pil, ma più bassa alla media decennale del 4,8%.

Fermare la crescita del rapporto debito/pil non è facile. Serve agire sia sul numeratore che il denominatore, ovvero risanare i conti pubblici da un lato e spronare la crescita dall’altro. Le due cose non sono sempre compatibili nel breve termine, mentre appare assodato che nel medio-lungo termine un maggiore debito riduce il ritmo di crescita di un’economia. (Leggi anche: Debito pubblico record e crescita più bassa d’Europa)

L’occasione perduta dell’Italia

Anziché approfittare della finestra di opportunità apertaci dalla BCE con anni di politiche monetarie accomodanti senza precedenti, l’Italia ha sprecato l’ennesima occasione, puntando a galleggiare e accontentandosi della fine della recessione, non tagliando la spesa da un lato e non varando alcuna significativa riforma strutturale dall’altro. Fa parziale eccezione il Jobs Act, ma che si configura quale provvedimento temporaneo di sostegno all’occupazione.

Lo stesso governo Monti, che nel 2011 varò una manovra “lacrime e sangue” per cercare di risanare i conti pubblici, puntò solo ad alzare le tasse, già alte, per un complessivo +5% del pil. Il risultato sono stati tre anni di dura recessione, seguiti da un biennio di crescita sotto l’1%, la più bassa d’Europa. (Leggi anche: Come la politica ha sprecato l’ennesima occasione)

Il debito non è più considerato un problema prioritario

Il malcontento diffuso ha mandato in tilt la politica italiana, che da una configurazione bipolare è passata a una tripolare, mentre all’interno dei due schieramenti principali della Seconda Repubblica si moltiplicano le formazioni e si accentuano le divisioni. Il comune denominatore del confuso arco politico attuale è il rigetto dell’austerità fiscale. Nessuno, dalla maggioranza alle opposizioni, condivide più la necessità di porre come priorità per l’azione di governo il risanamento dei conti pubblici, consapevole che la materia sia diventata elettoralmente molto sensibile.

Tutti, dal ministro Padoan al più convinto tra gli euro-scettici, chiedono alla UE l’allentamento del rigore fiscale per crescere, come se l’Italia avesse i conti a posto. E, invece, deteniamo il secondo più alto debito pubblico d’Europa in rapporto al pil dopo la Grecia, il disavanzo annuo tende a crescere, al netto delle misure una tantum, mentre la crescita ristagna e potrebbe persino spegnersi nei prossimi mesi. (Leggi anche: Manovra conti pubblici, Renzi scherza col fuoco e Padoan minaccia le dimissioni)

Gli italiani non avvertono il problema del debito

Manca una strategia, condivisa o meno, per affrontare il declino in cui versa la nostra economia. E’ probabile che entro pochi mesi torneremo a votare, ma senza che si abbiano chiare le proposte di ciascuno schieramento per cercare di domare la bestia del debito pubblico e per tornare a crescere. Se alla fine del 2011 avvertivamo anche come popolo italiano l’urgenza di porre rimedio alla crisi dello spread, oggi che gli indicatori economici sono peggiori di allora avvertiamo quasi un senso di fastidio, quando sentiamo dibattere di debito, quasi un rigetto comprensibile di anni di austerità inconcludente, che sono finiti solamente per impoverire il tessuto imprenditoriale e occupazionale del nostro paese.

Ma se la cura è stata sbagliata (le tasse sono facili da riscuotere, ma deprimo l’economia), la diagnosi sulla malattia era giusta e, purtroppo, le condizioni del paziente si sono aggravate, anche se il placebo somministratogli ha ridotto la sensazione del dolore. (Leggi anche: Crisi spread, perché l’Italia è oggi ancora più periferia del 2011)

L’Italia rischia davvero il commissariamento

L’Italia non può continuare a non risanare i conti pubblici e a non crescere. E non è un problema di ordini europei, ma di realismo. La convinzione diffusa e sbagliata è che basterebbe tornare a crescere per abbattere il rapporto debito/pil, ma questo è vero solo nel breve termine, e nel migliore dei casi. Le dinamiche della spesa pubblica vanno stravolte, anche perché per tornare a crescere abbiamo bisogno di una pressione fiscale nettamente più bassa, cosa che a sua volta richiede minori spese. (Leggi anche: Debito pubblico generato per due terzi dalle pensioni)

Perché sia possibile intraprendere una politica economica saggia, è necessario che i governi siano forti e duraturi, condizioni visibilmente non esistenti allo stato attuale e che difficilmente potrebbero presentarsi con il rinnovo del Parlamento da qui a un anno al massimo. In altre parole, siamo in uno stato di paralisi pura: nessuna idea o misura in atto per risanare i conti pubblici, nessuna politica di reale sostegno alla crescita che vada oltre i bonus dal sapore clientelare-elettoralistico, nessuna consapevolezza della fine imminente delle condizioni ultra-favorevoli, che negli anni recenti ci hanno consentito di riprendere un po’ di fiato.

A quanti credono che la soluzione dei problemi sarà il ritorno alle urne, senza chiedersi per fare cosa e come, basti sapere che in Europa si analizzano varie vie d’uscita al problema italiano e non si esclude un intervento sovranazionale, con l’ESM (Fondo salva-stati) a sostegno delle nostre banche, e la BCE del nostro Tesoro, nel caso la situazione degenerasse e l’Italia perdesse l’accesso ai mercati. Date le dimensioni della nostra economia, però, sarebbe complicato salvarci e, in ogni caso, Mario Draghi o il suo successore attiverebbe il piano anti-spread, acquistando titoli del nostro debito, solo dietro un formale commissariamento, che passa per la firma del cosiddetto “Memorandum of Understanding”. Rifuggite dall’ottimismo vacuo di Roma. Mentre i politici giocano a battaglia navale tra di loro, la nostra barca sta affondando. (Leggi anche: Italia commissariata e a un passo fuori dall’euro)

 

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