Calcio italiano in crisi da anni, le dimissioni di Tavecchio e Ventura bastano?

L'esclusione della Nazionale italiana dal Mondiale di Russia segna una pagina nera per il calcio azzurro. Nessuno si assume le proprie responsabilità, ma le dimissioni di Tavecchio e Ventura in sé non bastano.

di Giuseppe Timpone, pubblicato il
L'esclusione della Nazionale italiana dal Mondiale di Russia segna una pagina nera per il calcio azzurro. Nessuno si assume le proprie responsabilità, ma le dimissioni di Tavecchio e Ventura in sé non bastano.

Le lacrime di Gigi Buffon al termine della gara di ritorno con la Svezia per i playoff di accesso alla fase finale dei mondiali di calcio segneranno forse per decenni nell’immaginario collettivo, un po’ come l’urlo di gioia di Marco Tardelli nel 1982 al goal segnato contro la Germania nella finale disputata in Spagna. Lunedì sera, allo stadio San Siro di Milano è andata in scena l’ultimo atto di una rappresentazione della più vasta crisi italiana. Non accadeva da 60 anni che la nostra Nazionale non approdasse ai mondiali, appuntamento-vetrina, che serve a mobilitare un popolo altrimenti in perenne lotta con sé stesso, a ridare orgoglio, fiducia e senso di identità, pur consumati voracemente nel giro di poche settimane per lasciare spazio successivamente alle tradizionali divisioni tutte italiane, tra nord e sud, tra destra e sinistra, tra eletti ed elettori, tra caste ed emarginati, tra garantiti e senza tutele, tra giovani ed anziani, etc. (Leggi anche: Italia fuori dal Mondiale di Russia 2018)

La stessa reazione a caldo degli attori di questa rappresentazione triste è stata tipica dell’Italia: nessuno ammette proprie responsabilità, anche perché forse ciascuno non avrebbe in sé alcuna colpa specifica, secondo il più classico paradosso del nostro essere italiani. Il presidente del CONI, Giovanni Malagò, chiede implicitamente le dimissioni di Carlo Tavecchio, presidente della FIGC, con cui tutto ha condiviso sino all’altra sera. Tavecchio sembra escluderle e si prende fino a stasera per emettere un comunicato ufficiale, mentre il commissario tecnico Giampiero Ventura, che sembrava destinato a un rapido annuncio di dimissioni, resiste e di lasciare non ci pensa nemmeno, forte di un contratto prolungato meno di tre mesi fa fino al 2020 dalla federazione calcistica, ennesimo esempio di italica lungimiranza.

Responsabilità diffuse per crisi calcio italiano

Singolarmente presi, i protagonisti di questo indegno epilogo non avrebbero responsabilità così palesi nella sconfitta storica per il nostro calcio. Tavecchio, che pure è un uomo politicamente scorretto e che certo non gode di appeal mediatico, a modo suo di riformare lo sport più bello del mondo ci ha provato. Poche settimane fa, ha proposto di ridurre da 104 a 72 il numero dei club professionisti iscritti alla serie A, la serie B e la Lega Pro, con la prima a scendere da 20 a 18 squadre. Per ottenere un simile risultato, però, dovrebbe incassare il via libera delle varie leghe, le quali non hanno alcun interesse ad avallare un simile progetto per immolarsi sull’altare della patria.

Lo stesso Ventura, per quanto propinatore di schemi tattici sciagurati e di ridicole imitazioni del tiqui taca spagnolo, aveva cercato di smuovere le acque positivamente, proponendo gli stages della Nazionale, finalizzati a creare un ambiente tecnico di preparazione primaria per i futuri talenti azzurri, che spesso non trovano spazio nei rispettivi clubs, rimpiazzati da nomi di ultimo grido, meglio ancora se finiscono con il suffisso “inho”. Come sempre, in Italia hanno tutti ragione e tutti torto, nessuno è colpevole e tutto finisce con qualche dichiarazione costernata e occhi lucidi. (Leggi anche: Classifica squadre serie A con più giocatori stranieri)

Un decennio di insuccessi

Eppure, stavolta non può andare così. Il calcio italiano ha toccato il fondo e la mediocre Svezia non c’entra praticamente nulla con la nostra pagina nera. Ad averla scritta sono stati decenni di noncuranza da parte della dirigenza sportiva miope italiana. Serviva uno shock del genere per prendere atto di quanto male siamo messi da tempo nel calcio? Sì, perché quella coppa alzata il 9 luglio del 2006 a Berlino da Fabio Cannavaro ci ha regalato un sogno e anche, però, l’illusione di essere realmente i migliori del mondo, di potere spazzare via i sacrifici di anni di programmazione di un calcio come quello tedesco, di potere resistere all’avanzata degli spagnoli e di potere ambire a restare tra i grandissimi, semplicemente non facendo nulla.

Avremmo dovuto capire in Sudafrica quel giugno del 2010, quando fummo esclusi dopo la fase a gironi (primo caso per i campioni del mondo in carica), che il cielo azzurro di Berlino fosse già lontano. Poi, arrivò il Brasile e le cose andarono esattamente come 4 anni prima. Ma nel 2012 era accaduto forse di peggio agli Europei: approdo in finale contro la Spagna, salvo uscire sconfitti per 4 reti a 0, il distacco più elevato per un’ultima gara di un europeo. Agli Europei dello scorso anno, ennesimo flop, eliminati ai rigori da quella Germania, che storicamente ha nei nostri confronti un complesso di inferiorità giustificato dai risultati. Che qualche dirigente abbia suonato l’allarme sulla crisi del nostro calcio? Business as usual!

Non ci sarebbe stato, ad onor del vero, nemmeno il bisogno di guardare ai pessimi piazzamenti degli azzurri nell’ultimo decennio. Sarebbe bastato seguire da semplice tifoso il calciomercato, per capire che la serie A sembra quasi del tutto esclusa da ogni grande acquisto, tranne che a comprare un qualche talento straniero o presunto tale (spesso, siamo buoni solo a farci rifilare qualche bidone sudamericano) non siano i nostri clubs. Ad esempio, grazie anche alla campagna acquisti del Milan in versione cinese, il nostro campionato è stato secondo per calciomercato alla sola Premier League. Tuttavia, abbiamo acquistato più che venduto talenti, perché fa male ad ammetterlo, di grandi nomi o promesse italiani ve ne sono pochi o anche nessuno. (Leggi anche: Calciomercato, acquisti serie A secondi dopo Premier League)

Colpiti interessi economici, si riparte?

Ora, o le mamme d’Italia hanno smesso di partorire figli bravi a giocare a palla, o forse il problema va trovato altrove. Sarà l’assenza di vivai significativi da cui le grandi squadre possano attingere per le rispettive rose? Sarà forse l’inesistenza di una serie B, che possa fungere da riserva di giovani talenti per le squadre di serie A? O forse è l’eccessiva presenza di stranieri in campo, pari al 56% del totale presso le maggiori 20 squadre? Su quest’ultimo punto, è già scontro politico tra i due Matteo: Salvini twitta che di stranieri ve ne sarebbero troppi, Renzi che Salvini farebbe sciacallaggio. Il problema vero è che l’Italia soffre nel calcio dello stesso male patito in politica, così come in altri ambiti della vita pubblica e non: l’indecisione.

Tutti snocciolano dati e accennano a soluzioni, ma quando si tratta di passare dalle parole ai fatti, nessuno riesce a portare a casa un minimo risultato, scontrandosi contro legittimi interessi dei singoli e anche contro l’incapacità cronica di programmare a medio-lungo termine da parte di un qualsiasi organismo, sia esso o meno sportivo. Essere sprofondati all’inferno potrebbe servire all’Italia per trovare la forza di risalire in paradiso. La botta è e sarà pesantissima, in termini sia psicologici individuali e di massa, sia pure economici. E proprio l’avere devastato interessi per centinaia di milioni di euro tra diritti TV, royalties, incassi commerciali e da partecipazione al Mondiale di Russia 2018, nonché relativi a viaggi, pub, ristoranti, etc., potrebbe smuovere chi di dovere e spingerlo a passare finalmente ai fatti e ad iniziare una seria riforma del calcio, partendo dalla privatizzazione degli stadi, antidoto contro l’inciviltà di frange di tifosi e opportunità per rimpolpare le finanze societarie (vedasi la Juventus), riavvicinando quelle migliaia di tifosi autentici, che negli ultimi anni hanno disertato le gare dal vivo, magari abbonandosi a una qualche pay tv e assegnando a queste un potere spropositato nei confronti del club, la cui sopravvivenza dipende in molti casi proprio dalla capacità di monetizzare dai diritti televisivi. (Leggi anche: Diritti TV seria A all’estero raddoppiati)

La gravità di quanto accaduto ieri è così evidente, che almeno possiamo sperare di trasformare una catastrofe (“apocalisse” per usare un termine tavecchiano) in un’opportunità di lento rilancio, che avverrà non subito, bensì negli anni, non nel clamore dei riflettori, ma a porte chiuse e in silenzio. Forse, Tavecchio e Ventura dovrebbero dimettersi, ma attenti a pensare che siano le dimissioni di qualche capro espiatorio a consentirci di ripartire. Anzi, nella storia italiana, quando si vuole che tutto cambi per non cambiare nulla, si inizia dal sostituire Tizio con Caio.

 

 

 

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Argomenti: Economia Italia, Economia nel pallone