Il Brasile stretto tra crisi e omicidi alle stelle sceglierà il suo Donald Trump?

Il Brasile ha il suo Donald Trump e potrebbe vincere le elezioni presidenziali di ottobre, mentre la prima economia del Sud America torna ad arrancare e nel paese esplode la violenza.

di Giuseppe Timpone, pubblicato il
Il Brasile ha il suo Donald Trump e potrebbe vincere le elezioni presidenziali di ottobre, mentre la prima economia del Sud America torna ad arrancare e nel paese esplode la violenza.

Jair Bolsonaro ha 63 anni ed è deputato al Congresso sin dal 1989. A capo del Partito Social-Liberale, corre per le elezioni presidenziali di ottobre in Brasile, le più indecifrabili dal ritorno alla democrazia nel 1985. Definito il Donald Trump del Sud America, l’uomo è temuto dagli avversari per i suoi toni improntati a “legge e ordine”, i quali stanno raccogliendo sempre più consensi tra i ceti benestanti, giovani e istruiti. Stando ai sondaggi, al primo turno otterrebbe il 17%, una percentuale sufficiente per catapultarlo al ballottaggio, dove le probabilità di vittoria per lui sarebbero concrete. In realtà, Bolsonaro ha ancora un grande problema: non sa chi sia il vero sfidante. Un candidato centrista? E chi? E l’ex presidente Lula sarà mai ammesso alla corsa presidenziale dal carcere in cui si trova per una condanna per corruzione?

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I toni di Bolsonaro si stanno ammorbidendo in campagna elettorale, come quando ha promesso in un comizio di tenere unito il Brasile, non importa se “etero o gay, lavoratori o imprenditori, bianchi o neri”. Non molti avversari credono al suo cambio di linea, accusandolo di volere imporre alla nona economia mondiale una politica autoritaria, in stile militare come ai tempi della dittatura. L’uomo nega ogni tentazione simile, anche se non disdegna di considerare “positiva” l’esperienza dei soldati al governo. Per capire come sia possibile che abbia indici di popolarità così elevati, pur con dichiarazioni controverse, bisogna guardare a cosa si sia ridotto il Brasile di questi anni. Tra le 50 città più violente al mondo, lo stato sudamericano ne detiene ben 19.

Nel 2016, oltre 33.000 teenager e under-30 sono rimasti vittime di omicidio. Nello stato di Ceara, in cui si trova la città di Pirambu, il tasso di omicidi è quadruplicato negli ultimi 20 anni, salendo a 50 per ogni 100.000 abitanti. A titolo di confronto, in Italia non si va oltre 0,6. In pratica, qui siamo a livelli di circa 83 volte superiori. E in tutto il paese, gli omicidi sono stati oltre 62.000 nel 2016, pari a 30,3 per ogni 100.000 abitanti. Nella sola Rio de Janeiro, superano le 400 unità al mese, praticamente quanti in Italia in un intero anno, pur essendo la prima quasi 10 volte meno popolosa. L’emergenza criminalità è vissuta con dramma dalla popolazione, specie quella più esposta al rischio di rapine, furti, sequestri e omicidi, vale a dire la parte più benestante. Le favelas che sovrastano le spiagge di Rio e nelle quali è esplosa in questi mesi un’ondata preoccupante di violenze rappresentano il fallimento più emblematico di tutti i governi degli ultimi decenni, compresa l’era Lula.

Un’economia in stallo

Sul piano economico, le cose non stanno andando bene da tempo. Dopo la recessione nel biennio 2015-’16, il Brasile sta uscendo molto lentamente dalla crisi, ma già si avvertono i primi segnali di rallentamento, mentre la presidenza di Michel Temer, che ha sostituito quella di Dilma Rousseff, rimossa tramite la procedura di impeachment per una storia di trucchi contabili, si sta rivelando politicamente troppo debole per offrire rassicurazioni agli investitori esteri, molti dei quali stanno alla finestra, in attesa che il voto d’autunno sveli chi e come governerà la prima economia latino-americana nei prossimi 4 anni. A giugno, l’inflazione è schizzata dal 2,9% al 4,4%, ai massimi da 15 mesi. Per contro, la crescita del pil nel secondo trimestre ha rallentato al +1,2% annuo, pur raddoppiando al +0,4% rispetto al primo trimestre. Tuttavia, gli analisti si attendono adesso una crescita per l’intero 2018 al +1,7% dal +2,5% precedente. Alla base del tonfo, lo sciopero in grande stile dei camionisti a giugno.

Il Brasile spera di chiudere la tangentopoli con un maxi-risarcimento da $3 miliardi

Cos’è successo? Contro l’eliminazione dei prezzi sussidiati per il carburante, il settore dell’autotrasporto ha proclamato uno sciopero di ben 10 giorni, occupando le autostrade e praticamente fermando la produzione di numerose imprese, oltre che provocando la carenza di generi alimentari e benzina in tutto il Brasile. La protesta ha impattato sull’inflazione e sulla crescita e si è risolta con una vittoria piena dei manifestanti, che hanno ottenuto dal governo praticamente tutto quello che chiedevano, ossia di continuare a godere dei sussidi energetici. La politica, specie a ridosso delle elezioni, si è mostrata debole e, peraltro, sembra difficile che possa alzare la voce, travolta da una crisi di credibilità paragonabile solo alla nostra tangentopoli nel 1992-’94.

La tangentopoli che ha travolto il Brasile

Da circa 3 anni, quasi tutti i dirigenti dei partiti, specie quelli di sinistra, sono oggetto di arresti e avvisi di garanzia dei giudici per l’inchiesta “Autolavaggio”, che ha portato a galla mazzette miliardarie pagate dalla compagnia petrolifera Petrobras ai politici del Partito dei Lavoratori di Lula, in particolare. Anche l’attuale governo centrista annovera numerosi inquisiti e Temer stesso è stato a un passo dalle dimissioni su un’indagine, che lo vede coinvolto in qualità di corrotto. Bolsonaro figura ad oggi tra i pochi a non essere stato nemmeno sfiorato dalle indagini e ciò potrebbe rivelarsi determinante ai fini della sua vittoria. I brasiliani sono stanchi del pozzo senza fondo di corruzione della politica tradizionale e chiedono di cambiare musica.

Il rischio di una nuova recessione non è così basso. La ripresa dell’economia poggia le basi sulla fiducia del mercato, a sua volta legata alla capacità del governo di attuare le riforme necessarie per rendere il Brasile un paese più libero, meno vessato dalla burocrazia e “market friendly”. E il risanamento dei conti dipende dalla riforma delle pensioni, la quale verrà probabilmente rinviata a dopo le elezioni per non indispettire i cittadini, ma con il rischio che i costi della previdenza non vengano mai davvero tagliati. Grazie al recupero del real, che si era portato nel gennaio 2016 a un cambio di oltre 4 contro il dollaro e che con l’avvicendamento alla presidenza si era rafforzato a un minimo di 3,12, l’inflazione era crollata da quasi l’11% a meno del 2,5% in poco più di un anno e mezzo, consentendo alla banca centrale di tagliare i tassi per complessivi 775 punti base, abbassandoli dal 14,25% all’attuale 6,5%, il minimo storico. Ciò ha sgonfiato anche i rendimenti sovrani, che viaggiavano ormai mediamente al 16% sulle varie scadenze, contribuendo a risanare il bilancio statale, passato da un deficit record del 10,2% del pil nel 2015 a uno del 7,8% dello scorso anno.

Tonfo del Brasile, travolto dallo sciopero dei camionisti ed elezioni thriller

Senonché, i dubbi sul corso politico che verrà e la paralisi di questi mesi hanno già fatto schiantare il real di oltre l’11% contro il dollaro quest’anno, anche se i rendimenti sovrani, giovandosi di un costo del denaro ancora basso, sono arretrati di 100 punti base all’11% per la scadenza decennale e di ben 250 bp all’8,43% per i biennali, mentre la Borsa di San Paolo segna un attivo del 5% da inizio anno. Se l’impatto dello sciopero sui prezzi è destinato a svanire già da luglio, non lo stesso dicasi dell’indebolimento del cambio, che rischia di innalzare l’inflazione, costringendo il governatore Ilan Goldfajn a ritoccare i tassi all’insù, aggravando i conti pubblici e intaccando la fragile ripresa in corso. Per questo, chi vince o chi perde alle prossime elezioni sarà determinante per fiutare gli umori dei mercati. E mentre il Trump latino-americano si scalda per il rush finale verso il voto, al centro e a sinistra regna il caos, orfani entrambi di figure carismatiche in grado di colpire l’immaginario collettivo.

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Argomenti: Altre economie, Crisi Brasile, economie emergenti, valute emergenti

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