La crisi del Barcellona, umiliata anche dal PSG e che non si rassegna a mandare via Messi

Il club catalano è stato battuto in casa e affianca ai suoi problemi finanziari quelli societari

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La crisi del Barcellona si fa sempre più grave

Battuto in casa per 4 reti a 1 dal Paris-Saint-Germain (PSG), il Barcellona di Ronald Koeman rischia di non accedere ai quarti di finale della Champions League per la prima volta dal 2007. Sono 13 anni di seguito che il club catalano approda almeno ai quarti, ma stavolta le chance di ripetere la straordinaria rimonta di 4 anni fa contro il PSG appaiono basse. Allora, dopo un disastroso 4-0 in trasferta, la squadra di Lionel Messi fu capace di ribaltare le sorti a proprio favore con un miracoloso 6-1 nel match di ritorno. Ma erano altri tempi. Adesso, il Barcellona naviga in cattive acque sia finanziarie che sportive. Soprattutto, quell’aura magica che lo circondava fino a qualche tempo fa sembra del tutto svanita, forse da quell’umiliante 2-8 incassato il 14 agosto scorso contro il Bayern ai quarti.

Il club si trova in una situazione di transizione societaria. Giorno 7 marzo saranno resi noti i risultati delle elezioni per il nuovo presidente. In corsa vi sono Joan Laporta, Antoni Freixa e Victor Font. Causa Covid, i tifosi non voteranno in presenza dagli spalti del Camp Nou, ma per posta e in varie postazioni presso lo stadio e altre città catalane. Laporta promette di tenere in rosa Messi anche dopo la scadenza del contratto di questa fine stagione. Sostiene che l’attaccante argentino incida per il 30% dei ricavi e solamente per l’8% dei costi, per cui porti più entrate che uscite.

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Modello di business insostenibile?

Ma che la condizione finanziaria del club sia difficile traspare dalle sue stesse parole, allorquando spiega che Messi non ne faccia una questione di soldi, bensì di progetto e che vada circondato da tutto l’affetto possibile per creargli le condizioni ideali per tornare a vincere con il Barça.

PSG e Manchester City appaiono gli approdi possibili dalla prossima stagione. Forse non è solo questione di soldi, ci sarà di mezzo la mancanza di stimoli per restare in Catalogna, ma è pur vero che anche solo avvicinarsi ai 70 milioni di euro netti all’anno (139 milioni lordi) percepiti dal sei volte Pallone d’Oro sarà difficile per chiunque, a partire dallo stesso Barça.

Il fatto è che Messi vale più di quel che segna. L’immagine della squadra in Spagna e all’estero è stata modellata negli ultimi anni proprio sull’argentino. Chiunque vincerà le elezioni sa che rischia di passare alla storia come il presidente sotto il quale i “campeones” fuggirono dal Camp Nou per andare a giocare altrove. E senza eccellenze in rosa gli sponsor taglierebbero i loro budget e gli stessi risultati sportivi verrebbero minacciati. Nel giro di qualche anno, il Barcellona rischierebbe di ridimensionarsi rispetto al colosso che è diventato nell’ultimo ventennio.

E a spargere il sale sulle ferite ci ha pensato il tedesco Christian Seifert, CEO della Bundesliga, secondo il quale i club spagnoli sarebbero “macchine che bruciano i soldi”. Il manager ha dichiarato che i catalani non sono stati in grado di avvicinarsi a un modello di business sostenibile nemmeno dopo un periodo di crescita incredibile e che adesso punterebbero sulla Superlega europea per cercare di risolvere i loro problemi. E ha aggiunto che se fosse un investitore si chiederebbe se sia il caso di essere partner di una squadra spagnola, interrogandosi sull’opportunità di imporre a livello europeo limiti agli ingaggi (“salary cap”). Certo è che se un giocatore di quasi 34 anni viene ancora considerato il futuro irrinunciabile della squadra, la società è messa proprio male. Il Covid ci ha messo del suo nell’accelerare una crisi in corso da tempo e che ancor prima che finanziaria è di modello gestionale.

E’ la fine di una lunga era di predominio spagnolo nel calcio europeo.

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