La crisi dei socialdemocratici inguaia la Merkel, Germania ancora senza governo

Crolla la popolarità della cancelliera Merkel, in affanno per la crisi dei suoi possibili alleati socialdemocratici. A tre mesi dalle elezioni federali, la Germania non ha ancora un governo.

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Crolla la popolarità della cancelliera Merkel, in affanno per la crisi dei suoi possibili alleati socialdemocratici. A tre mesi dalle elezioni federali, la Germania non ha ancora un governo.

Crolla la popolarità della cancelliera Angela Merkel tra i cittadini tedeschi in Germania. Secondo un sondaggio YouGov, commissionato dal governo di Berlino e pubblicato da Die Welt, il 47% degli intervistati vorrebbe che non completasse il mandato per tutti i prossimi 4 anni e che si dimettesse prima, mentre solo il 36% auspicherebbe che arrivasse fino al 2021. A ottobre, il sostegno per un intero quarto mandato era del 44% e solo il 36% chiedeva che lasciasse in anticipo. Segno di un lento logoramento, quando sono trascorsi più di tre mesi dalle elezioni federali e ancora non vi è il nuovo governo, né sappiamo se mai nascerà. Di sicuro, non sarebbe annunciato prima di febbraio o marzo dell’anno prossimo, quando saranno trascorsi ben 5-6 mesi dal voto. (Leggi anche: Germania, Merkel e Schulz insieme nel governo degli arroccati)

La cancelliera soffre per la lentezza decisionale dei suoi papabili alleati nella terza Grosse Koalition dal 2005: i socialdemocratici. Il 24 settembre scorso, dopo avere ottenuto il peggiore risultato dalla Seconda Guerra Mondiale, ovvero poco più del 20%, il loro segretario Martin Schulz aveva annunciato che l’SPD sarebbe andata all’opposizione. I conservatori della CDU-CSU intavolavano, pertanto, trattative con i liberali dell’FDP e i Verdi, fallite a novembre. Su pressione del presidente Frank-Walter Steinmeier, Schulz è stato costretto ad accettare di riaprire il dialogo con gli avversari, con cui il suo partito ancora governa nel terzo esecutivo a guida Merkel.

Il problema è uno: la Grosse Koalition serve a tutti per evitare il voto anticipato, che premierebbe verosimilmente gli euro-scettici dell’AfD, già terzo partito al Bundestag, ma in sé resta una soluzione impopolare, specie a sinistra, dove gli elettori ritengono di avere concesso sin troppo ai conservatori di Mutti.

Da qui, la ricerca di un’operazione quasi impossibile per Schulz: restare al governo su posizioni riconoscibili, ma che non indispettiscano gli alleati.

La crisi dei socialdemocratici

Tuttavia, la crisi della socialdemocrazia tedesca va oltre la contingenza e forse ha molto a che fare proprio con quell’apertura delle frontiere a cui l’SPD ambisce e cerca di difendere come tratto caratterizzante della propria identità. Agli inizi del Millennio, sotto il cancelliere Gerhard Schroeder, i socialdemocratici riformarono lo stato sociale, tradizionalmente abbastanza generoso in Germania, avviando quel cantiere del lavoro, noto come Hartz IV, che gli economisti sostengono essere stato l’ingrediente fondamentale del successo economico tedesco nel decennio seguente.

Meno garanzie, meno sussidi e più flessibilità nel lavoro. Questo lasciò in eredità l’ultimo cancelliere socialdemocratico, inviso al suo stesso elettorato per avere “tradito” le istanze storiche della sinistra, favorendo “Minijobs” e occupazione mal retribuita. Sarà un caso, ma dalle sue dimissioni nel 2005, l’SPD non è più riuscita a vincere e di elezione in elezione sprofonda elettoralmente, priva di una identità da “vendere” alla base. Il partito si vergogna del proprio operato sia quando era alla guida del governo, sia di quello condiviso in otto anni di larghe intese con Frau Merkel. Per allontanare da sé le ombre di un presunto mutamento genetico, esso spinge su alcuni cardini programmatici, facendo la voce grossa con i conservatori, almeno in apparenza: più stato sociale e frontiere aperte. (Leggi anche: Dimissioni Merkel possibili)

Socialdemocratici vittime del miracolo tedesco

In teoria, l’ottimo stato di salute del bilancio federale, in attivo di 30 miliardi, consentirebbe ai socialdemocratici di attingere ai conti pubblici per finanziare qualche spesa assistenziale, come su pensioni e sanità. Il punto sembra un altro, ovvero che questa politica appare incompatibile con l’altra bandiera sventolata in mesi di campagna elettorale e ora che le trattative con la Merkel stanno per essere seriamente intavolate: l’immigrazione. Non si può sostenere contemporaneamente di volere più assistenza sociale e più immigrazione, perché le due cose porterebbero a un collasso della prima.

Immaginate se milioni di stranieri, europei compresi, si recassero in Germania per approfittare del suo generoso welfare. I contribuenti tedeschi pagherebbero sempre più tasse per mantenere i nuovi arrivati. Il sistema salterebbe e le tensioni sociali e politiche esploderebbero. Non a caso, la Scandinavia, modello di riferimento per la socialdemocrazia, vigila piuttosto severamente sulle frontiere.

Più in generale, il successo della Germania nell’era della globalizzazione avanzata sarebbe scalfito con il potenziamento dell’assistenza sociale, in quanto non si può restare competitivi sui mercati internazionali aumentando i salari oltre i limiti della produttività e spendendo il denaro dei contribuenti, alzando le tasse (già alte) su imprese e lavoratori. In pratica, questa sarebbe la maledizione dei socialdemocratici, di essere vittime del “miracolo” tedesco, che essi stessi hanno assecondato sul piano intellettuale, abbracciando la globalizzazione, nonché politico, avviando le riforme economiche che hanno trasformato il malato d’Europa in un modello per il continente. Solo se prenderanno coscienza di tale incongruenza, gli uomini di Schulz potranno forse sperare di tornare al governo da leader, impostando i programmi su una piattaforma politica coerente. Altrimenti, potranno solo ambire ad essere partner minori di coalizioni sempre meno larghe nei numeri. (Leggi anche: Cosa c’è dietro la crisi politica in Germania)

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