La crisi dei consumi, il rallentamento dell’economia e i tassi in rialzo

La crisi dell'economia italiana rispecchiata dagli ultimi numeri impietosi dell'Istat. E la BCE inizia a chiudere i rubinetti della liquidità, mentre l'euro e il petrolio avanzano. Il nostro debito pubblico adesso fa paura.

di Giuseppe Timpone, pubblicato il
La crisi dell'economia italiana rispecchiata dagli ultimi numeri impietosi dell'Istat. E la BCE inizia a chiudere i rubinetti della liquidità, mentre l'euro e il petrolio avanzano. Il nostro debito pubblico adesso fa paura.

Consumi in picchiata ad aprile in Italia. L’Istat registra una contrazione in valore dello 0,7% su marzo e in volume dello 0,9%. Su base annua, siamo dinnanzi a un tonfo vero e proprio, rispettivamente del 4,6% e del 5,4%. E sempre l’anticipatore economico dell’istituto vede un rallentamento della produzione in atto sin dai primi mesi dell’anno, come ha evidenziato il dato sul pil, e che riguarderebbe il manifatturiero, mentre il settore dei servizi rimarrebbe dinamico. Il quadro che sta emergendo dai dati ufficiali appare più negativo di quanto avessimo immaginato. L’economia italiana sta rallentando e, complici le tensioni finanziarie, da qui a breve potrebbe andare a sbattere contro una stagnazione vera e propria, se non una recessione.

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I nostri titoli di stato a 10 anni rendono sopra il 3% e stamattina, all’apertura dei mercati, sono schizzati fino a un massimo del 3,22%. Non va bene nemmeno sulle scadenze brevi. Anzi, qui le cose si mettono persino peggio. I biennali offrono un rendimento dell’1,63% e fino a un massimo dell’1,82% stamattina, praticamente l’1,40% in meno rispetto ai decennali, in restringimento di una quarantina di punti base rispetto alla metà di maggio, quando non si era ancora scatenato il “sell-off” sui BTp. Vero è che i titoli a 2 anni erano arrivati al 2,45% a fine maggio, quasi raggiungendo i livelli sui 10 anni, ma il trend non appare affatto rassicurante, perché l’appiattimento della curva, unitamente a una esplosione complessiva dei rendimenti, suggerirebbe una stretta del credito, che oggi sarebbe l’ultima cosa che ci servirebbe per rilanciare la nostra economia.

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Al netto delle problematiche politiche, quello che sta accadendo riguarda la BCE. Francoforte ha segnalato piuttosto nettamente che i tempi degli stimoli monetari stiano finendo. L’inflazione nell’Eurozona ha centrato il target a maggio, anche se perlopiù a seguito del boom delle quotazioni petrolifere. La crescita di fondo dei prezzi su base annua resta lontana dall’obiettivo (di poco inferiore al 2%), ma le aspettative sembrano migliorare e gli acquisti di assets realizzati dall’istituto per 30 miliardi di euro al mese s’interromperanno quasi certamente entro la fine dell’anno. Il mercato sta scontando una loro cessazione graduale dopo settembre e un azzeramento da fine dicembre, nonché un primo rialzo dei tassi a partire dalla metà dell’anno prossimo. E senza l’unico acquirente marginale, i BTp iniziano a soffrire, prezzati fino a qualche settimana fa come fossero bond emessi da uno stato dalle finanze solide, quando possediamo il secondo debito più alto rispetto al pil in Europa e la nostra economia cresce ai ritmi più lenti di tutto il continente.

Nel giro di un nulla, tutti i fattori “esterni”, che ci avevano garantito negli ultimi anni l’uscita dalla recessione e l’ingresso in una fase di crescita asfittica, ma pur sempre crescita, stanno venendo meno. Il petrolio è passato nell’ultimo anno da meno di 50 a quasi 80 dollari, il cambio euro-dollaro si è rafforzato dalla quasi parità di inizio 2017 a un massimo di 1,25 a febbraio, salvo ripiegare all’attuale livello di 1,18, mentre i rendimenti sovrani sono letteralmente esplosi. Tutto ciò prelude a una minore domanda estera da un lato, a maggiori costi di produzione e a carico dei contribuenti dall’altro e ancora a una contrazione del credito a famiglie e imprese, nonché del mercato immobiliare, i cui prezzi non avevano ancora nemmeno smesso di arretrare.

Che in tutto questo marasma vi sia un caso Italia è piuttosto evidente. I rendimenti decennali spagnoli si attestano stamattina all’1,47%, meno della metà di quelli dei BTp. Lo spread con Madrid si è allargato ormai piuttosto stabilmente in area 160 punti base o 1,6%. Il confronto diventa ancora più impietoso sulle scadenze più brevi: i Bonos a 2 anni rendono ancora negativamente, nello specifico al -0,15%, circa 180 bp in meno dei nostri biennali. Nemmeno i titoli più longevi in Spagna, ossia i trentennali, offrono il nostro rendimento a 10 anni, attestandosi intorno a 50 bp al di sotto. Insomma, stiamo tornando a valutare gli assets per quello che sono. E i BTp riflettono un debito sovrano altissimo, certamente ad oggi sostenibile, ma tra crescita assente e mutamenti politici a Roma, in tanti si stanno chiedendo fino a quando lo resterà?

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Argomenti: Crisi economica Italia, Economia Italia