La crisi dei BTp arriverà lo stesso, governo giallo-verde o meno: ecco perché

La nascita attesa di un governo Lega-5 Stelle ha già deteriorato i nostri BTp sul mercato, ma indipendentemente dall'evoluzione politica, l'Italia dovrà affrontare una quasi certa crisi del debito sovrano.

di Giuseppe Timpone, pubblicato il
La nascita attesa di un governo Lega-5 Stelle ha già deteriorato i nostri BTp sul mercato, ma indipendentemente dall'evoluzione politica, l'Italia dovrà affrontare una quasi certa crisi del debito sovrano.

Rendimenti italiani a 10 anni al 2,20%, spread BTp-Bund a quasi a 160 punti base. E’ stata una settimana scioccante quella appena trascorsa sui mercati finanziari, che hanno pesantemente punito i nostri bond e azioni sulla bozza di programma, pur ammorbidita in seconda stesura, di Lega e Movimento 5 Stelle per formare il prossimo governo. Piazza Affari ha perso oltre il 3% da martedì, mentre i rendimenti dei BTp a 10 anni sono esplosi di oltre lo 0,3% e il differenziale con i titoli tedeschi si è allargato dello 0,25%. Non è ancora allarme, dati i livelli assoluti piuttosto contenuti, ma certo che i segnali non lasciano tranquilli. Gli investitori temono politiche fiscali irresponsabili e una contrapposizione tra Roma e Bruxelles, che porterebbe finanche allo scenario tanto temuto di uscita dell’Italia dall’euro.

Lunedì, scopriremo se il cosiddetto governo giallo-verde nascerà e chi eventualmente lo guiderà. Dalle azioni concrete dipenderà il ripristino della fiducia sui mercati o il suo ulteriore deterioramento. Tuttavia, almeno un merito le tensioni di questi ultimi giorni lo stanno avendo, ossia di ricordarci che il nostro debito sovrano non è affatto al riparo dalla sfiducia degli investitori e, anzi, negli ultimi anni ci siamo semplicemente illusi che lo fosse, confondendo una situazione contingente – la politica monetaria ultra-espansiva della BCE – con una condizione permanente.

A settembre, salvo novità, l’istituto guidato da Mario Draghi cesserà di acquistare titoli di stato con il “quantitative easing”. La tempistica non è certa, perché la persistente bassa inflazione nell’Eurozona a livelli decisamente inferiore al target non ci fanno escludere un prolungamento del programma di alcuni mesi. Vada come vada, ma siamo agli sgoccioli del QE. Quando sarà completato, miliardi di euro di acquisti mensili di BTp verranno meno sul mercato, ormai prima fonte di domanda dei nostri titoli. Lo stesso avverrà per gli altri bond sovrani dell’Eurozona, ovviamente. A quel punto, gli investitori torneranno a valutare i titoli sulla base dei fondamentali, ovvero del grado di indebitamento di ciascuna economia nell’area, nonché dei rispettivi tassi di crescita e delle politiche fiscali attuate.

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Per l’Italia, sarà un guaio. Prima del QE, la sfiducia sui nostri BTp era altissima, tanto che lo spread con i Bund a 10 anni arrivò a toccare il record di 576 punti base alla fine del 2011 e nell’estate del 2012, pur con il governo Monti in carica, si attestava ancora su livelli simili. La tempesta fu arrestata dall’intervento di Draghi, prima sceso in campo per assicurare i mercati sull’euro con l’annuncio del varo di un piano anti-spread, poi con l’azzeramento dei tassi e, infine, come detto, con gli acquisti di bond sul mercato secondario. I rendimenti di tutta l’area si sono schiantati ai minimi storici, cosa che ha consentito ai nostri governi di risparmiare almeno una ventina di miliardi all’anno di interessi sul debito. Ossigeno puro per i contribuenti. Peccato che, in assenza di una ripresa significativa dell’economia italiana e di un risanamento fiscale completato, tali benefici rischino di rivelarsi provvisori.

Al più tardi, alla fine dell’anno prossimo o agli inizi del 2020, verranno alzati i tassi BCE. Il costo del denaro sarà più oneroso e inevitabile arriverà il contraccolpo sui bond, specie quelli che appariranno meno sicuri. Il perché è semplice capirlo. Fino a quando si ha la certezza che Francoforte acquisti BTp, Bonos, Bund, etc., non vi è alcuna ragione per discernere tra i vari mercati sulla base dei fondamentali. Quando tale domanda automatica sarà stata disattivata, invece, i prezzi e i rendimenti resteranno esposti ai soli umori del mercato, il quale pretenderà di essere remunerato di più per comprarsi titoli emessi da economie meno solide. Se un Bund a 10 anni renderà l’1,5%, per un BTp non si chiederà verosimilmente meno del doppio. Del resto, la Germania chiude il bilancio statale in attivo dal 2014, cresce circa del 2% all’anno e ha un debito di poco superiore al 60% del pil. L’Italia ha conti pubblici non ancora risanati, una crescita media non superiore all’1% e un debito al 132%. E le distanze cresceranno con i mesi, man mano che la liquidità sui mercati si prosciugherà e i tassi saliranno. In fondo, se ci siamo potuti permettere di emettere decennali a poco più dell’1% negli anni passati è stato per il fatto che i rendimenti di paesi come la Germania erano scesi persino sotto lo zero, per cui gli investitori si sono spostati su assets più rischiosi, pur di non subire perdite.

Se a questo scenario aggiungiamo eventuali tensioni politiche, con politiche fiscali lassiste e ipotesi concrete di uscita dall’euro, l’effetto negativo sui bond italiani potrebbe moltiplicarsi. Dunque, un governo giallo-verde non farebbe che esaltare una tendenza preoccupante, che difficilmente riusciremmo a scansare da qui ai prossimi 2 anni con l’avvio della stretta di Francoforte. E si consideri che tra un anno sapremo chi succederà a Draghi dal novembre 2019. Fosse un tedesco o un esponente “falco” del Nord Europa, il mercato sconterà una politica monetaria meno accomodante di quella che verrebbe altrimenti seguita per il futuro, penalizzante per i titoli semi-periferici, tra cui i BTp. E in quel caso, sarebbe un altro duro colpo per il debito pubblico dell’italiano, valutato da anni ai margini dell'”investment grade”. Basta qualche declassamento del rating per spingerci tra i titoli “spazzatura”. E lo spettro di un nuovo 2011-’12 diverrebbe realtà.

Perché la crisi argentina serve da avvertimento a Lega e 5 Stelle sul programma

giuseppe.ti[email protected]

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Argomenti: Bce, bond sovrani, Crisi del debito sovrano, Crisi economica Italia, Economia Italia, Mario Draghi, quantitative easing, rendimenti bond, Spread, stimoli monetari

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