La crisi argentina terremota i mercati finanziari e manda un messaggio all’Italia

La crisi argentina è un terremoto sui mercati finanziari, che già colpisce un po' tutte le altre economie emergenti. E per l'Italia scatta l'allarme sui BTp, anche se le pessime notizie sugli altri potrebbero giovarci.

di Giuseppe Timpone, pubblicato il
La crisi argentina è un terremoto sui mercati finanziari, che già colpisce un po' tutte le altre economie emergenti. E per l'Italia scatta l'allarme sui BTp, anche se le pessime notizie sugli altri potrebbero giovarci.

E’ stato letteralmente uno shock ieri, quando all’apertura dei mercati finanziari in Argentina, il tasso di cambio tra peso e dollaro crollava dell’8% e subito dopo sprofondava ulteriormente negli abissi, arrivando a toccare il -20%. A un certo punto, per un dollaro sono occorsi 41 pesos dai 34 della chiusura di mercoledì. Per tutta la seduta, il cambio si è attestato sui minimi, concludendo a 38,7 e perdendo nell’arco di un solo giorno oltre il 12%. Dall’inizio dell’anno, le perdite contro il dollaro si attestano a quasi il 54%. La banca centrale argentina non ha potuto che prendere atto dell’ennesimo crollo, annunciando l’innalzamento dei tassi Leliq a 7 giorni dal 45% al 60%. L’ultimo rialzo risaliva al 13 agosto scorso, quando i tassi erano stati aumentati di 500 punti base. Dall’inizio dell’anno segnano un ritocco all’insù di oltre 3.000 punti base. E inutile far notare come tutto questo non abbia minimamente portato alcun sollievo al cambio, il quale ha continuato, al contrario, a collassare sui mercati.

Ecco perché non sarà Trump a fermare il dollaro, ma le economie emergenti

Il giorno prima, il presidente Mauricio Macri aveva fatto appello in TV al Fondo Monetario Internazionale, affinché sborsasse in anticipo la prossima tranche di aiuti, all’interno dei 50 miliardi di dollari stanziati a maggio e di cui 15 miliardi già erogati a giugno. Si tratta del maggiore prestito stabilito dall’istituto per una singola nazione. Il mercato non l’ha presa bene. Se l’intento del presidente era di rassicurare sulla capacità di Buenos Aires di rifinanziarsi al più presto con gli aiuti internazionali, gli investitori hanno percepito nelle sue parole una sorta di panico per le condizioni finanziarie del paese.

I 50 miliardi dell’FMI servirebbero all’Argentina per coprire il suo fabbisogno da qui ai prossimi 14 mesi. Gli analisti non sono affatto soddisfatti di come il governo stia gestendo questa crisi, notando come sia mancato un approccio sul lato fiscale. I conti pubblici hanno chiuso nel 2017 in passivo del 6,5% del pil, mentre per quest’anno il deficit dovrebbe scendere al 5,1% e l’anno prossimo al 3,9%. Servirebbe un’accelerazione proprio del taglio del deficit, che alimenta la voragine da colmare con gli aiuti. I numeri ci spiegano che se l’Argentina non riuscisse a guadagnarsi la fiducia dei mercati prima che il piano di aiuti scada, da una crisi valutaria si passerebbe in un attimo a una fiscale. La ragione è semplice: oggi come oggi, il debito pubblico al 52,6% del pil grava sui conti pubblici per circa il 5% del pil, ovvero il suo interesse medio si aggira nell’ordine del 10%.

Non solo Argentina travolta

Con gli interessi della banca centrale già portati al 60%, il costo per rifinanziare il debito sui mercati schizzerà ulteriormente, per cui occorre ripristinare condizioni “normali” prima che spiri l’ennesimo programma di assistenza dell’FMI a cui l’Argentina si sta sottoponendo. E a guardare il passato della seconda economia latinoamericana, non avremmo di che stare sereni. Dal 1956 ad oggi sono stati ben 41 gli anni trascorsi sotto il monitoraggio dell’istituto (per i due terzi del tempo), senza che ciò abbia minimamente riportato il paese in carreggiata. Gli errori commessi di decennio in decennio sono gli stessi: deficit fiscali insostenibili, partite correnti negative (-5,1% del pil nel 2017), oscillazione tra politiche market-friendly ad altre ostili al mercato, default frequenti (8 dichiarati dalla dichiarazione di indipendenza della Spagna) e governi corrotti.

Il collasso di peso argentino e lira turca, due valute in emergenza 

Anziché rasserenare gli animi, sembra quasi che la richiesta di aiuto all’FMI a maggio abbia convinto gli investitori a pensare che l’Argentina sia un caso irrecuperabile. Con la presidenza Macri, sembrava che la maledizione si fosse interrotta. Il governo era riuscito un anno fa ad emettere persino un bond a 100 anni a rendimenti, tutto sommato, contenuti. Oggi è crollato sotto i 70 centesimi, rendendo oltre il 10%. Il terremoto di Buenos Aires sta alimentando una serie di scosse nel resto dei mercati emergenti. Ieri, la banca centrale brasiliana è dovuta intervenire per sostenere il real, il cui tasso di cambio contro il dollaro era sceso a 4,20, in prossimità dei minimi storici. L’istituto ha operato con 30.000 contratti “swaps” e per adesso è riuscito almeno a stabilizzare la valuta. Niente da fare per la lira turca, che ieri ha perso un altro 3% e adesso recupera il 3%, scambiando a 6,44 contro il dollaro. Non illudiamoci, però, perché il cambio sembra indirizzato verso quota 7.

La crisi dei BTp

Ieri, l’Italia è riuscita a collocare tutti i 5 miliardi di euro di BTp a 5 e 10 anni all’asta, ma ha dovuto offrire il 3,25% per i decennali. I rendimenti dei nostri titoli di stato continuano a salire, allontanandosi non solo dai Bund, bensì pure dal resto dell’Eurozona, compresi Spagna e Portogallo. L’economia italiana è tra le principali avanzate al mondo, eppure sembra essere stata risucchiata dalla stessa spirale perversa che sta colpendo le emergenti. L’esempio argentino calza perfettamente al nostro caso. Non è tanto il deficit a preoccupare i mercati, quanto la capacità del nostro governo di rendere sostenibile un debito pubblico sopra il 130% del pil, offrendo una seria prospettiva di crescita economica, assente da almeno un quarto di secolo. Mancano le riforme e adesso nemmeno a parole ci si mostra intenzionati a tagliare il disavanzo fiscale.

Peso argentino, lira turca, ma anche rand sudafricano, real brasiliano, rupia indiana e quella indonesiana, etc, stanno creando una miscela esplosiva sui mercati, che prima o poi costringerà le banche centrali principali a prendere atto del deterioramento delle condizioni esterne. Per quanto vi abbiamo spiegato qualche giorno fa, cinicamente parlando, per l’Italia potrebbe essere una buona notizia, nel caso in cui ciò portasse la BCE ad accantonare i piani sul “tapering”. E ieri l’inflazione in Germania, prima economia dell’Eurozona, ha segnalato un leggero rallentamento a luglio, quanto basterebbe a Francoforte per giustificare una frenata sull’uscita dal QE. Sempre che a Roma siano in grado di cogliere i segnali favorevoli.

Attacco finanziario contro l’Italia? Una crisi più grande potrebbe salvarci

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Argomenti: Altre economie, Crisi argentina, economie emergenti, valute emergenti

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